Effetti ottici
Professore... l’ho vista in Tv!
Belfagor


Solo dopo una sua apparizione in televisione il professore - vissuto tutti i giorni dalla classe con indifferenza - acquista valore agli occhi dei suoi studenti

 

"Prssò, ieri sera t’ho visto in televisione". E' la terza o la quarta volta che glielo dicono, oggi, in classi diverse. In corridoio, anche la bidella che non lo saluta mai glielo ha detto. Ma la ragazza che ha ora di fronte parla con voce bassa, complice, quasi avesse scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto, qualcosa che ora li lega in maniera indissolubile e che non ci tiene affatto a far scoprire agli altri. Si avverte nella sua voce un’emozione nuova, e lo sguardo è quello di chi ha trovato qualcosa che assomiglia molto a un mito. E' lo sguardo di chi ha scoperto l’identità segreta di Clark Kent, quel vicino di casa, quel tipo strano, di cui non s'era mai accorta veramente e di cui in fondo non gl’importava niente. Fino a ieri sera. Ma oggi…
Potrebbe essere l'inizio di un'avventura, di un romanzo (ce ne sono tanti che parlano di quello che succede a scuola) o anche di qualcosa che può andare a finire sui giornali, ad arricchire magari quella sua antica raccolta di articoli che aveva intitolato "teratologia scolastica". Ma lui, l'Arcidiavolo, è sinceramente sorpreso da questo fenomeno. Dal numero delle "dichiarazioni epifaniche" e dal tono sempre particolare che queste dichiarazioni hanno avuto. L'ultima, in fondo, è solo la più evidente…


È bravo, va in Tv

Che cosa c’è in quelle affermazioni, tutte diverse e tutte uguali, che non richiedono né conferme né smentite, che non preludono a nessuna richiesta ulteriore, né di chiarimenti né di spiegazioni nel merito (nessuno ha chiesto "perché", né ha fatto cenno al "cosa")? Escluso a priori - e con un certo sollievo, dati i tempi - che si possa trattare di una qualunque delle cose che potrebbero ricondurre alla dimensione teratologica dei rapporti educativi, si aprono le cateratte della sua riflessione diabolica.
A parte la bidella antipatica, è evidente che i ragazzi hanno bisogno, in generale, di stimare un adulto, prima ancora che di esserne stimati. Ma un insegnante è sempre qualcosa di particolare.
In genere il professore esiste in quanto tale perché lo si vede tutti i giorni. Ma il fatto è che i ragazzi lo vedono solo in quanto professore, ossia poco più di un oggetto, poco più della suppellettile dell'aula, del bidello, del "pizzettaro": è parte di un contesto, di un'abitudine, di una frequentazione. Non a caso, forse, la stessa parola, usata di continuo e da tante persone quante mai la usarono nella storia d'Italia, s'è andata consumando: professore, professò, prof, prssò, fino a produrre gli ingiustificati profio e profia. Ma chi sia effettivamente un professore, chi può dirlo? "Dietro ogni libro c'è un uomo", dice un personaggio di Bradbury (cfr. Fahrenheit 451, Mondadori). Sarà così anche per i professori? Torna in mente quella pagina di Musil in cui il giovane protagonista del romanzo è finalmente ricevuto per un colloquio privato dal suo insegnante: "Toerless aveva cominciato a considerarlo. Vide calze di grossa lana bianca e notò che i lacci delle mutande erano rimasti macchiati dal lucido nero degli stivaletti. Il fazzoletto, per contrasto, sporgeva candido e civettuolo dal taschino, la cravatta, anche se a nodo fisso, aveva la ricchezza di colori di una tavolozza. Queste piccole osservazioni aumentarono il malessere di Toerless, al punto da farlo dubitare che quell'uomo possedesse davvero una scienza rispettabile" (R. Musil, I Turbamenti del giovane Toerless, introduz. di G. Zampa, Bur 1974, I ed. 1906).
Scoprire che chi ti sta di fronte con un compito di educazione e di istruzione è effettivamente uno al quale guardare, non perché abbia quel certo compito, ma perché sa e sa fare qualche cosa e quindi è uno che ti può guidare, che ti può essere d’esempio ecc., è qualcosa di straordinario per un adolescente. E può essere motivo di grande esaltazione il trovarlo, o di grande delusione il credere di averlo trovato e il restarne delusi.
Angeli e diavoli spesso non se ne rendono conto; e invece per i ragazzi è di grandissima importanza, talora decisiva. Colleghi bravi che non sanno "stare in aula" ce ne sono tanti, e tanti sono anche quelli che credono che saper stare in aula significhi assecondare sempre e comunque, con basso opportunismo, i ragazzi che si hanno di fronte. Conoscere bene la tua materia è la base di tutto, ovviamente. Ma non basta mai; diventare punto di riferimento per dei ragazzi è tutt'altra questione.
E non ci sono ricette. La fiducia e la stima si conquistano sul campo, nei rapporti che riesci a stabilire e a mantenere quotidianamente. Il ruolo di guida non ti viene certo dal fatto di essere “di ruolo”, di aver vinto un concorso, di occupare un posto, una cattedra ecc.; ma innanzitutto dal riconoscimento sociale di quel ruolo e poi dalle basi concrete su cui poggia il riconoscimento sociale: dare prove dirette di meritare quel riconoscimento è essenziale.


Ora sì che esiste!

Ma stavolta! Che proprio l’essere apparso in tv sia diventata una prova di valore e di apprezzamento sociale, questo non se lo aspettava. Non è un paradosso? Prepari decine di lezioni, ti misuri quotidianamente con autori e problemi su ognuno dei quali fior di specialisti lavorano per anni - Dante (Dante!), Petrarca, Boccaccio… Leopardi… -, improvvisi vere e proprie conferenze ogni volta che se ne presenta l'occasione o la necessità, magari per rispondere a una domanda improvvisata o a una curiosità passeggera, nella speranza di trasformarla se non in un interesse permanente, almeno in uno spunto per qualche pensiero non banale ("prssò, ma che è 'sta terza guera mondiale"? E tu giù a spiegare "il concetto di guerra dopo l'11 settembre"; "l'Islam e l'Occidente"; "l'idea dell'Altro"; "breve storia del terrorismo nel '900" ecc. -; e conquisti dei punti solo quando, per un motivo qualunque, compari in tv, sia pure in una di quelle tv locali in cui vanno tutti quelli che passano per strada a parlare di quello che hanno mangiato o di quello che hanno visto allo stadio… E' come se per avere una prova della tua esistenza, decine di persone che incontri tutti i giorni, con le quali parli tutti i giorni, avessero dovuto attendere quella tua apparizione, quella epifania tremolante e occasionale.
Considerazioni amare gli passano per la testa. Pensa al caso in cui veramente si dovesse mettere in piedi un sistema per valutare il gradimento degli insegnanti… Ma pensa anche a come cambierebbero le cose - alcune cose, almeno - se in tv cominciassero ad andare dei professori veri: chi l'ha detto che chiunque sia meglio di un professore? Ancora dura il luogo comune secondo cui "chi sa, fa; chi non sa, insegna"; ma si tratta, appunto, solo di un luogo comune che non si riesce a sfatare. In fondo, se è il riconoscimento sociale che è venuto meno, ciò è accaduto anche perché il luogo della socializzazione, la piazza in cui farsi sentire, non è più da gran tempo la piazza del mercato o il porticato col bar, in cui maestri e farmacisti, medici condotti e avvocati, professori e imprenditori hanno fatto buona parte dell'opinione pubblica italiana del '900.
Forse è il caso di improvvisare una conferenza su "mass media, personal media e formazione del senso comune". Magari invitando a scuola qualche pseudogiornalista delle tv locali…

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