60
anni dopo Marzabotto
Il
sangue innocente dei ... vincitori
David
Baldini
La Resistenza, “secondo Risorgimento” nazionale,
momento topico di coesione tra intellettuali e popolo,
tra forze e “filosofie” diverse, tra politica
e pedagogia.
Unica finalità la libertà e la liberazione.
Un percorso di emancipazione oggi svenduto e banalizzato
A
chi volesse prendersi la briga di ripercorrere, in toto
o in parte, le tappe più significative del dibattito
politico-culturale sulle cosiddette riforme costituzionali,
a tutt’oggi in corso nel nostro paese, non sfuggirà
certo un dato inconfutabile: la volontà pervicace,
di continuo reiterata, di questa compagine governativa,
di manomettere, mutilare, smantellare ab imis le fondamenta
stesse della nostra Costituzione repubblicana. Non a caso
la Carta costituzionale che fino ad oggi ci ha guidato,
nata dalla Resistenza, è stata più volte definita
“sovietica” dall’attuale Presidente del
Consiglio. E dunque, non era poi difficile prevedere che
molti esponenti del centrodestra - ivi compresi coloro che
ricoprono importantissime cariche istituzionali -, con il
risibile alibi di voler “ammodernare” il nostro
paese, raccogliessero l’indicazione presidenziale,
e quindi si impancassero a paladini di quell’“antiantifascismo”
che, variamente sostenuto anche dalla variopinta compagnia
di giro rappresentata degli intellettuali amici e sodali
del Governo, intenderebbero chiudere in modo definitivo
una pagina cruciale della nostra storia recente. A loro
giudizio, si dovrebbe far semplicemente calare una spessa
coltre di oblio sulla “guerra civile” di ieri,
al fine di infondere nuova linfa al bipolarismo imperfetto
di oggi, onde poi magari - aggiungiamo noi - addivenire
alla repubblica presidenziale “forte” di domani.
La realtà odierna si conferma, dunque, come molto
complessa. Se infatti da una parte comprendiamo, in linea
di principio, le frustrazioni irrisolte (nel caso più
nobile, i travagli) degli “sconfitti” di ieri,
divenuti i “vincitori” di oggi, non per questo
siamo tenuti - et pour cause - a condividerle. Ce lo vieta
in primo luogo la prassi fin qui seguita dagli esponenti
del centrodestra, convinti che si possa riscrivere la nostra
Costituzione (che è la Costituzione di tutti) a colpi
di maggioranza, sulla base - come ci viene spiegato - del
consenso ricevuto dal “popolo sovrano” alle
ultime elezioni politiche; ce lo impedisce, in secondo luogo,
la considerazione secondo la quale la Costituzione repubblicana,
dato il contributo ad essa generosamente offerto dalle forze
di sinistra, debba in qualche modo essere purgata di ogni
allusione, anche indiretta, alla lotta di Liberazione antifascista.
Riconcializione o rimozione?
Mutatis
mutandis, sembra accadere oggi al nostro paese quanto -
qualche decennio fa - accadde alla Germania: ovvero di essere
pervaso da una vera e propria indignazione revisionistica
per il “passato che non passa”1, in nome di
un nuovo inizio e di nuovi valori (di una sorta di un anno
zero da cui ricominciare), senza che ne siano precisati
né i tratti fondanti né tanto meno le radici
storiche. Insomma, agli occhi dei nostri attuali sedicenti
riformatori è come se quel “passato”
antifascista, anziché costituire - come credono tutti
i democratici convinti - un indispensabile punto di riferimento
civile e morale, valido anche per l’oggi, e per il
domani, proprio perché consustanziale ai processi
più profondi della nostra storia recente, fosse al
contrario divenuto un fardello non più sostenibile,
un ingombro ed un impaccio inutile, di cui occorre al più
presto liberarsi.
In particolare, a proposito del “monumento”
del 25 aprile 2, culmine ed apoteosi della nostra guerra
di Liberazione, notava, qualche anno fa, Adriano Ballone:
“Le oscillazioni nelle celebrazioni del 25 aprile
sono un buon indicatore del contrastato strutturarsi della
memoria pubblica. Decisa e istituzionalizzata all’indomani
stesso della liberazione, quella data (che ha un antecedente
nella ‘festa del partigiano’ decretata per il
18 aprile 1944) rappresenterà l’unica festa
nazionale - di una Repubblica parca di anniversari, quasi
timorosa di voler riproporre la pratica ‘celebrazionista’
dello sconfitto passato regime - a celebrare la Resistenza”.
E, tuttavia, i tempi cambiano. La stessa più che
comprensibile (ed anzi pedagogicamente positiva) reticenza
a non ripercorrere la strada dei fasti “celebrazionisti”
del passato si converte oggi - nel particolare clima di
ubriacatura revisionistica - esattamente nel suo contrario,
ovvero in un tentativo neppure troppo scoperto di voler
marginalizzare (se non addirittura cancellare del tutto)
l’evento.
Oggi, quel processo di “marginalizzazione” (o
addirittura di cancellazione della memoria), rivelatore,
nel nostro paese, di un rapporto sempre irrisolto tra cittadini
ed Istituzioni repubblicane, sembra giunto, sciaguratamente,
al suo acme. Di qui la scelta fermissima di dare un taglio
non equivoco a questa nostra celebrazione del 25 aprile.
Avendo deciso da una parte di sottrarci alla ritualità
ormai vuota e senza senso del “celebrazionismo”
fine a se stesso, dall’altra di evitare ogni forma
di inutile polemica con quanti sono oggi gli artefici (diretti
o indiretti) del memoricidio in corso, non potevamo non
rivolgere il nostro riverente pensiero lì dove era
giusto rivolgerlo. Ovvero - nel 60° anniversario dell’eccidio
delle Fosse Ardeatine, di Sant’Anna di Stazzema e
di Marzabotto - al “sangue” innocente “dei
vincitori”. Solo contrastando l’attuale tendenza
in corso, solo inserendo quelle vittime di rappresaglie
feroci ed inumane in un contesto più ampio, solo
riscoprendo le nostre più autentiche radici morali
ed ideali (indissociabili da quelle politiche) di quanti
combatterono per la libertà è infatti oggi
possibile, rovesciando l’attuale linea di tendenza
revisionistica, tornare a coniugare la storia con se stessa,
al di là delle manipolazioni strumentali da molti
operate in nome della. Se così è, e deve essere,
allora dobbiamo proclamare, forte e chiaro, che il retroterra
che anticipò quella generosa guerra di popolo, quale
di fatto è stata la nostra Resistenza, è il
Risorgimento. Ed è dunque da qui che occorre ripartire,
se vogliamo veramente comprendere, fine in fondo, le reali
connessioni e le analogie dei due eventi ai fini della lotta
per l’indipendenza, la libertà e la democrazia.
La Resistenza e le sue radici storiche
La
nostra Resistenza, a differenza di altre analoghe esperienze
europee, ebbe talune significative peculiarità. La
prima riguarda la durata; la seconda la sua natura più
intrinseca. Per quanto riguarda gli aspetti di carattere
cronologico, il problema sembra in particolare investire
la genesi, il terminus a quo da cui partire. Luigi Longo,
ad esempio, osserva che la resistenza “è nata
col fascismo stesso”, ovvero vide la luce “fin
dal primo giorno, fin dalle prime manifestazioni di violenza
delle camicie nere”. Di conseguenza essa, pur tenendo
conto delle sue diverse fasi di svolgimento, abbraccerebbe,
a suo dire, un periodo particolarmente lungo di tempo, valutato
all’incirca ad un venticinquennio3. Si discosta di
poco da tale periodizzazione Luigi Salvatorelli, il quale
a sua volta precisa: “Una opposizione democratica
organica al fascismo non si formò prima della marcia
su Roma, e neanche subito dopo, cioè non prima delle
elezioni del 1924”.4
Per quanto riguarda invece la natura della nostra Resistenza,
le interpretazioni appaiono diverse, in larga parte condizionate
dalla pesante ipoteca di una eredità che deve essere
fatta risalire all’epoca prefascista. Se gli ideali
di indipendenza e di libertà, conculcati brutalmente
dal regime totalitario, furono condivisi da tutte le forze
di opposizione, non altrettanto può dirsi a proposito
del diverso modo di intendere la democrazia. Il travaglio
di questa contrapposizione accompagnerà l’intero
arco della lotta di Liberazione, fino al suo esito finale:
quello della elaborazione da parte del segretario del Pci
Palmiro Togliatti del concetto di democrazia “progressiva”,
subito fatto proprio da tutto il partito.5 Eppure, tali
differenze - peraltro speculari all’alleanza tra il
regime comunista dell’Urss ed i regimi capitalistici
di Inghilterra e Usa - non inficiarono affatto l’unità,
sia pure faticosamente raggiunta, di tutte le forze antifasciste.
Da noi, una ragione profonda di tale unità va ricercata
- sia pure con diversa intensità di accenti - nel
condiviso sentimento di appartenenza al comune passato risorgimentale.
In questa opera di recupero delle nostre radici si distinsero
in primo luogo intellettuali ed uomini politici di “Giustizia
e Libertà” (movimento fondato a Parigi, nel
1929, da Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Emilio Lussu, Gaetano
Salvemini)), da cui successivamente (1942) si formerà
il Partito d’Azione. Sentendosi gli eredi naturali
degli ideali e delle correnti più vive della tradizione,
essi ebbero da subito il sentore di combattere - con il
pensiero e con l’azione - per un “secondo”
Risorgimento nazionale. A spingerli in questa direzione
contribuivano anche talune oggettive analogie, che sarebbe
stato ben difficile ignorare. C’era in loro la consapevolezza
di una libertà ed una indipendenza da riconquistare;
c’era la modalità di una vita clandestina,
che spesso li costringeva all’esilio; c’era
un concetto cosmopolita di impegno politico, in virtù
del quale il principio di libertà doveva essere difeso
in qualunque luogo del mondo venisse conculcato; c’era
infine un modo di vivere la dimensione del pensiero e dell’azione
improntato a criteri essenzialmente pedagogici ed educativi.
Tali valori, ripresi a distanza di tempo, vengono a lungo
scandagliati da alcuni intellettuali di spicco, di estrazione
azionista, nell’opera collettanea, scritta “nel
decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia”,
dal titolo significativo Il secondo Risorgimento.6 Una semplice
lettura basta a suffragarne l’attualità.
Nel primo saggio in essa contenuto, Aldo Garosci, dopo aver
condotto una disamina a tutto campo della storia d’Italia
dal XVIII secolo al 1945, riassumeva i tratti essenziali
della storia del nostro paese (negli anni a cavallo tra
la crisi dello Stato liberale e l’affermazione dello
Stato “totalitario”) con tali eloquenti parole:
“Così il fascismo proseguì controllando
la vita della nazione italiana, gli istituti e le forze
di essa che aveva lasciato in piedi svuotandoli del loro
vigore ideale, e che poi crollarono con esso; come la monarchia,
che esso aveva sradicato dalla sola terra di cui si fosse
alimentata, cioè dal compromesso liberale del Risorgimento.
Ma non poté innestarsi in profondità nella
normalità, rimanendo sempre ancorato alla sua “rivoluzione”
da cui datava il proprio calendario e senza liberare (altro
che nella sua ultima fase, per drammatico contrasto) forze
più profonde di rinnovamento materiale e morale”.
Di qui la sua conclusione: “Le nuove libertà
sorsero su diverso terreno, ma la resistenza mantenuta nei
vent’anni non permette di dire che fossero cosa affatto
nuova rispetto al passato italiano”. L’illustre
storico, dunque, se da un lato rimarcava la discontinuità
del fascismo rispetto al Risorgimento, dall’altro
prospettava una sostanziale continuità di questo
rispetto alla Resistenza. Questa era infatti depositaria
- ai suoi occhi - di quei principi di pluralismo, di libertà
e di democrazia sulla base dei quali sarebbe stato possibile,
in prospettiva, operare attivamente per il rinnovamento
materiale e morale della patria italiana dopo la sconfitta
del fascismo.
Attento a ricostruire le forme organizzative ed i valori
fondamentali del Risorgimento è invece Luigi Salvatorelli.
Onde meglio restituircene il clima, egli - riportando le
parole di Ernesto Rossi, in precedenza scritte sul foglio
clandestino “Non mollare” - così ci ricorda
il rito di cooptazione degli adepti dell’azionista
“Italia Libera”7: “Fu un’associazione
segreta; ma senza riti di iniziazione, senza giuramenti
su pugnali e l’altra roba del genere. Gli iscritti
proponevano al direttivo le persone che ritenevano meritevoli
di fiducia. Il direttivo assumeva informazioni su ogni candidato.
[…] Soltanto dopo aver esaminato collegialmente tutti
i dati raccolti, veniva deciso se accettare o no il nuovo
iscritto”. Di grande significato è il riconoscimento
riservato dal Salvatorelli alle organizzazioni clandestine,
particolarmente efficienti anche all’estero, dei comunisti
italiani. Questi infatti avevano a Parigi un efficientissimo
centro estero, da cui dirigevano la lotta antifascista in
Italia. Ebbene, anche in questo caso il confronto con il
Risorgimento appare d’obbligo, in quanto ci si dice
che essi “erano forniti, ben più e meglio dei
fuoriusciti del Risorgimento, di documenti falsi e di ripostigli
svariati nascondenti il contrabbando della propaganda”.8
Ma tali organizzazioni, comuniste e non, non funzionavano
solo a fini interni: quando la libertà e la democrazia
saranno infatti attaccate in terra di Spagna, con l’effetto
di scatenare la guerra civile, gli antifascisti italiani,
a qualunque ideologia appartenessero, corsero a difendere
il legittimo governo repubblicano dall’attacco del
generale golpista e fellone Francisco Franco, sostenuto
dai suoi alleati fascisti e nazisti.
In aggiunta all’azione, va del pari riconosciuto lo
sforzo teorico di educare moralmente e civilmente quanti
si impegnavano nella lotta per libertà. Anche in
questo caso, come nota Mario Bendiscioli, affiora un pluralismo
di posizioni, all’interno delle diverse correnti della
Resistenza, tale per cui il loro impegno, “nei metodi
e nelle argomentazioni, si ricollega consapevolmente al
Risorgimento nazionale dello scorso secolo, valorizza i
motivi più familiari e più suggestivi dei
programmi di quel tempo colle divergenze e conseguenze”.9
E dunque, da questo punto di vista, non esiste sintesi migliore
di quella fatta da Fausto Montanari, il quale conclusivamente
scrive: “La Resistenza, da una parte, si inserisce
nel processo storico del Risorgimento politico italiano
e ne è il naturale sviluppo integrativo; dall’altra
si inserisce in tutta l’evoluzione mondiale in modo
anche più diretto ed immediato”.10
Sarebbe tuttavia errato riconoscere la prerogativa risorgimentale
come esclusiva delle sole forze azioniste. Ad essa non furono
estranei neppure i partiti di sinistra, primi fra tutti
i comunisti. Superata l’iniziale riserva per il “risorgimento
ufficiale” (quello insomma retorico e patriottardo,
divenuto appannaggio del fascismo), nonché la più
che giustificata diffidenza per la monarchia, essi individuarono
- assecondando l’istintiva percezione delle masse
popolari - nel mito garibaldino un patrimonio di valori
cui attingere senza riserve. Lo ricorda lo stesso Luigi
Longo il quale, nel Promemoria scritto di suo pugno a proposito
di una necessaria collaborazione armata tra esercito e popolazione
(da lui presentato al Comitato delle opposizioni, dopo l’8
settembre), esortava a procedere “alla formazione
e all’armamento di unità popolari che, ripetendo
le gloriose tradizioni garibaldine del Risorgimento, diano
alla guerra un chiaro e preciso carattere di liberazione
e di indipendenza nazionale”11. Frutto di questo accordo
sarà, per il Pci, il potenziamento delle brigate
partigiane “Garibaldi”, che avevano già
fatto le loro prime prove nella guerra civile spagnola.
Non di meno, lo stesso Raffaele Cadorna, nominato da Pietro
Badoglio comandante militare del Corpo volontari della libertà,
non poteva fare a meno di sottolineare la grande partecipazione
di popolo alla lotta antifascista in molte regioni d’Italia,
a riprova di “quanto lo spirito nazionale si sia sviluppato
dai tempi del primo Risorgimento al oggi”.12
E tuttavia, nonostante la variegata presenza delle forze
in campo, la raggiunta unità antifascista doveva
resistere a tutte le prove, come non ha mancato di notare
lo storico della Resistenza Salvatore Battaglia: “Se
nel Risorgimento la frattura fra ‘democratici’
e ‘moderati’ fu completa ed irrimediabile, nella
Resistenza, specie nei momenti decisivi, si assistette invece
alla confluenza degli sforzi ed ognuno portò il contributo
della propria particolare ideologia e visione del mondo:
i comunisti la dura volontà combattiva e l’esperienza
internazionale, i socialisti il peso e l’autorità
di una tradizione antica di lotte per il progresso e per
la pace, gli azionisti il fervore intellettuale e il repubblicanesimo
intransigente, i cattolici la sincera ansietà d’un
riscatto morale-religioso, i liberali o coloro che erano
veramente tali, il richiamo a quella “Italietta”
tanto seria ed onesta di fronte alla corruzione dello Stato
fascista. Le energie della Resistenza tendono dunque a sommarsi
e non a elidersi vicendevolmente”.13
Ebbene, tale spirito di unità risorgimentale irrompe
improvviso anche lì dove meno ce lo aspetteremmo.
Salvatore Battaglia, a proposito dell’efferato episodio
delle fosse Ardeatine, raccoglie la seguente agghiacciante,
ma al tempo stesso epica, testimonianza: “Il primo
ad avere qualche sintomo del massacro fu un sacerdote che,
percorrendo la via Ardeatina nel pomeriggio del 24 (marzo,
n.d.r.), trovò bloccata la strada, e udì levarsi
dai primi autocarri in arrivo il canto Si scopron le tombe”14
. Era l’attacco del celebre Inno di Garibaldi, risalente
al lontano 1867.
Il martirologio e l’impossibile armistizio
della memoria
Come
già accadde per il primo Risorgimento, anche il “secondo”
ha avuto i suoi martiri, sebbene in misura incommensurabilmente
maggiore. A ricordarcelo, basterebbe i soli nome delle Fosse
Ardeatine, di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto.
Delle tre stragi, quella delle Ardeatine ci sembra essere
destinata, per ragioni esclusivamente simboliche, a rimanere
perennemente incisa nell’immaginario collettivo del
nostro popolo. E ciò per almeno tre ragioni: perché
l’eccidio si è consumato a Roma, “città
aperta” e sede del Vaticano; perché esso è
stato il banco di prova per altre successive infami “rappresaglie”;
perché ha mescolato insieme la violenza fatta a civili
inermi con l’odio razziale, come ci attesta l’alto
numero di nostri connazionali ebrei rimasti coinvolti. Lesivo
di tutte le norme previste dal diritto internazionale, scritte
a tutela dei prigionieri, è infatti proprio il principio
della “rappresaglia”, la cui responsabilità,
come ha ben notato Gabriele Ranzato, “imprevedibile
nella criminalità della sua portata”, “appartiene
soltanto a chi l’ha compiuta”. Le conseguenze
del misfatto, dunque, ricadono tutte sugli oppressori, poiché,
per quanto riguarda gli oppressi, “soggiacere al ricatto
delle rappresaglie implicava la fine di ogni resistenza
armata”.15 E bene fecero i nostri partigiani a scegliere
di non “soggiacere” all’ignobile ricatto,
come del resto non soggiacquero i resistenti delle altre
nazioni resistenti d’Europa, ben determinati a sconfiggere,
definitivamente, il nazifascismo.
E dunque, a quanti oggi si fanno paladini di una pacificazione
al ribasso, quale premessa necessaria ad un definitivo memoricidio
- per di più attuato ad onta della storia -, ricordiamo
quanto ha scritto il già citato Ballone a proposito
del 25 aprile: tale data “tende ad unificare e assimilare
l’antifascismo del 1922-1943 - cioè resistenza
non armata e movimento partigiano - assimilazione che dal
punto di vista storico è assai più un problema
che una certezza”. Il nodo da sciogliere non è
dunque quello della fedeltà agli ideali antifascisti,
sulla base dei quali l’Italia e l’Europa sono
state liberate dal totalitarismo, quanto piuttosto quello
della pervicace difesa postuma di principi fascisti che
hanno travolto l’Europa intera (ma anche molte altre
zone del mondo), precipitandola nella morte e nella distruzione.
A poco o a nulla vale nascondere tale elementare verità
in nome di “alti”, obiettivi, quali quello della
pacificazione nazionale o del raggiungimento di un compiuto
bipolarismo. La forza della verità non consente tali
manovre e nessuna ragion di stato potrà mai imporre
un tale armistizio alla memoria. Ove questo, al contrario,
si verificasse, suonerebbe inevitabilmente come una seconda
condanna a morte di persone innocenti, vittime della barbarie
nazifascista. Ce lo ricordano i martiri delle Forze Ardeatine,
di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto.
A coloro i quali, convinti assertori dell’“anti-antifascismo”,
si rifiutano ancor oggi di celebrare, senza riserve, tutti
i nostri caduti per la libertà, ricordiamo, come
un monito, quanto già scrisse uno dei nostri più
grandi poeti del Novecento, Giuseppe Ungaretti:16
Non
gridate più
Cessate
d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire
Se sperate di non perire.
Hanno
l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
E
dunque ieri come oggi, oggi come domani, viva il 25 aprile,
festa della Liberazione di tutti gli italiani dal totalitarismo
fascista!
Note
1
Si veda, su questo problema, il libro di Hans-Ulrich Wehlet,
Le mani sulla storia. Germania: riscrivere il passato?,
Ponte alle Grazie, Firenze 1989.
2 Vedi alla voce Resistenza, contenuta nell’opera
collettanea I luoghi della memoria. Strutture ed eventi
dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Laterza,
Bari 1997.
3 Luigi Longo, Un popolo alla macchia, Mondadori, Milano
1947.
4 Luigi Salvatorelli,. “L’opposizione democratica
durante il fascismo”, saggio contenuto in Il secondo
Risorgimento, Istituto poligrafico dello Stato, Roma 1955.
5 Guido Guazza, in Resistenza e storia italiana (Feltrinelli,
Milano 1976), scrive a tale proposito: “La particolare
accezione di democrazia progressiva del capo ha sostanzialmente
via libera, e arriverà al momento della Liberazione,
all’incontro fra il ‘vento del Nord’ e
l’Italia del governo Bonomi, già vincente in
tutto il partito”. Il periodo al quale si fa riferimento
è quello successivo alla svolta di Salerno (marzo
1944).
6 AA.VV., Il secondo Risorgimento, Istituto poligrafico
dello Stato, Roma 1955.
7 Luigi Salvatorelli, op. cit..
8 Così il Salvatorelli, in op. cit.
9 Mario Bendiscioli, “La resistenza: gli aspetti politici”,
in Il secondo Risorgimento, op. cit.
10 Fausto Montanari, “Prospettive di libertà
democratica”, saggio contenuto in Il secondo Risorgimento,
op. cit.
11 Luigi Longo, op. cit.
12 Raffaele Cadorna, “La resistenza: il corpo volontari
della libertà”, saggio contenuto in Il secondo
Risorgimento, op. cit.
13 S. Battaglia, “La Resistenza italiana: lo sviluppo
dell’intervento armato fino all’insurrezione”,
in Risorgimento e Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1964.
14 S. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi,
Torino 1964.
15 AA.VV., Gabriele Ranzato, in Dizionario della Resistenza,
Einaudi Torino 2000.
16 Dalla raccolta I ricordi 1942-1946, Mondadori, Milano
1969. |