Opportunità formative per tutti
Gabriella Giorgetti

Non ricadere in una logica scolastica
centrale
La questione della professionalità dei docenti.
Utilizzare appieno la flessibilità e l’autonomia che il Contratto e la direttiva 455 prevedono

 

Una prima riflessione riguarda la questione “corsi modulari e percorso di formazione”. Tra gli obiettivi definiti a Lisbona nel 2000, c’è quello di elevare entro il 2010 il livello di scolarizzazione e portare al diploma una maggiore percentuale di popolazione, compresa quella adulta.
In quest’ottica, anche i corsi brevi (d’informatica, di inglese, et.), importanti ai fini dell’acquisizione di linguaggi ormai fondamentali, dovrebbero essere inseriti in un percorso di formazione più lunga che sfoci almeno all’acquisizione di una qualifica di primo livello e/o al diploma.
Secondo la mia esperienza, c’è una certa difficoltà ad agire in questa prospettiva, uscire dall’idea di una didattica ancora ancorata alla logica della classe. Logica che, d’altronde, permea la stessa Amministrazione dato che ancora definisce gli organici dei CTP sulla base delle classi. Ma è pure vero che il Contratto contiene strumenti di flessibilità: monte orario annuo; non sono stabilite le ore per ciascuna disciplina; al team di docenti si dà una grandissima autonomia professionale; è previsto che il rapporto docente-utente si esprima non solo in classe ma anche in altre attività (ricerca e analisi dei fabbisogni formativi…).
Dunque dove sono le difficoltà ad utilizzare questi strumenti che abbiamo a disposizione?
Sono difficoltà professionali, di formazione, delle dirigenze scolastiche, dell’organizzazione del lavoro, di logistica? Su questo ritengo sia utile discutere anche in previsione, eventualmente, di un’azione concreta di rivendicazione sindacale - piuttosto che l’avvio di vertenze ai diversi livelli, per modificare qualche parte del Contratto.
Per quanto riguarda la questione degli organici, il giudizio negativo della Conferenza Stato-regioni e dell’ANCI sulla bozza della Direttiva costringerà ad una sua ridiscussione e ridefinizione.
E’ necessaria una stabilità in questo settore poiché la percentuale di precariato è molto alta, riguarda infatti il 25% del personale. Che cosa significa per noi un organico stabilizzato? Naturalmente è un organico che deve possedere competenze didattiche, progettuali, di relazione… ma quali professionalità sono necessarie? Qual è il raccordo tra organici e competenze didattiche disciplinari specifiche? In questo settore, infatti, il curricolo non è prefissato come nelle “scuole del mattino”. Il curricolo dev’essere adattato ai bisogni degli utenti e perciò può anche essere cambiato, ferme restando alcune competenze di base: l’alfabetizzazione linguistica, l’informatica ecc. Esistono, però, altre competenze che non è detto debbano essere sempre presenti. Come conciliare da un lato l’organico stabile e dall’altro anche la possibilità di utilizzo di un personale con competenze specifiche? Dovremmo arrivare, nel nostro settore ad avere una parte di organico nazionale e una parte regionale, con cui c’è una contrattazione anche territoriale.


PROTAGONISTA IL TERRITORIO

E’ controversa la questione sulla collocazione dentro o fuori la scuola dei Centri territoriali permanenti (CTP), istituti deputati all’educazione degli adulti. Personalmente sono dell’idea che essi non debbano stare dentro la scuola del mattino, ma debbano avere una configurazione giuridica specifica. Questo non significa collocare i CTP fuori dal sistema scolastico. Sono convinta che l’EDA debba far parte del sistema d’istruzione nazionale, ma con una collocazione propria. Potrà sembrare una questione di poca importanza, ma nella situazione attuale il CTP stenta ad avere un’identità istituzionale tale da consentirgli di essere un interlocutore credibile nel rapporto con l’esterno. La posizione del Ministero è di tutt’altro avviso. Bisogna trovare, quindi, delle soluzioni praticabili ad un problema molto sentito. Molti CTP sono in difficoltà nelle scuole in cui stanno: c’è un problema dirigenza scolastica perché ci sono DS che non sanno neanche cosa sia un CTP e spesso lo trattano come se fosse una “normale” scuola del mattino. Bisogna porre questa problematica a livello regionale: non si può affidare questo settore ai DS che lavorano solo per sabotarli. Lavorare in rete è importantissimo: laddove i CTP si sono messi in rete, la loro forza contrattuale è accresciuta, è maggiore la loro credibilità istituzionale.
Bisogna uscire dalla logica della scuola di base e raccordare il CTP alla scuola superiore, cosa importante anche da un punto di vista simbolico, dato che la scolarizzazione deve tendere all’acquisizione del diploma. E’ un obiettivo complesso vista la posizione del MIUR, per cui finché non verranno completati i decreti attuativi della legge 53 e non si definiranno i nuovi assetti e curricoli della scuola superiore, non si cambia alcunché anche nella scuola serale. Bisogna dunque forzare la mano a partire dai territori. Io diffido molto dal fatto che questo governo - malgrado le sue belle parole - sia in grado di arrivare a mettere a punto il sistema dell’EDA: questi 3 anni dall’accordo Stato-Regioni sono stati di assoluto immobilismo e la bozza non va nella direzione giusta. Bisogna, allora, forzare la mano perché le Regioni esercitino il loro ruolo, ricollocando, dove necessario i CTP, raccordandoli con la scuola superiore e cominciando a creare un minimo di continuità verticale al percorso degli studi.
L’inchiesta fatta dall’ISFOL sui bisogni, domanda e offerta di formazione, tra i vari dati, rilevava quello dell’assenza di sistema di questo settore a vari livelli (nazionale e locale). Per la realtà del nostro paese è assolutamente necessario mantenere una legge quadro a livello nazionale che definisca gli indirizzi, delle guide, che servono anche come strumento di supporto a vari livelli, dalla valutazione alla definizione di standard. Dovrebbe essere, però, una legge molto snella che lasci poi ai territori, alle regioni, una grande capacità di progettualità (la legge Bassanini già affida a regioni e enti locali compiti fondamentali nel settore dell’EDA). Non siamo più nel periodo in cui c’è un sindacato che riesce a rappresentare la massa dei bisogni. Ormai, per come è articolato, o meglio disarticolato, il mondo del lavoro, chi meglio del territorio può rappresentare il mondo del lavoro nella sua varietà, i suoi bisogni formativi? Se si riesce a dare ai territori il protagonismo che dovrebbero avere, si riesce anche a combattere l’idea di separazione e frammentazione che è alla base dell’attuale bozza di direttiva. Il rischio fortissimo è quello che si riporti ancora i CTP in una logica scolastica e quanto d’innovativo è stato fatto dalla legge 455 venga di colpo cancellato. Far funzionare il Territorio è importante perché solo in questo modo riusciremo a sconfiggere l’idea che è alla base della bozza.


L’IMPORTANZA DELL’INTEGRAZIONE

Un’ultima questione che vorrei affrontare è quella del ruolo dei CTP per quanto riguarda il recupero dei drop out.
L’EDA dev’essere un’opportunità formativa per tutti quei ragazzi (sono soprattutto maschi) che non sono riusciti a terminare la scuola media (in Italia non arrivano alla licenza media il 4,2% degli iscritti). Se, come previsto dalla direttiva, si porterà a 18 anni l’obbligo di iscrizione ai CTP, questi ragazzi che fine faranno? Senza licenza media non possono accedere alla superiore né alla formazione professionale… Indubbiamente il recupero dei drop out è complesso, richiede l’intervento di più soggetti, flessibilità, difficilmente si può trovare una soluzione istituzionale che vada bene in ogni caso e situazione. Bisogna ragionare caso per caso. Significa ragionare su sistemi che lavorino insieme, sull’integrazione tra scuola, CTP, formazione professionale e ragionare sulle specificità locali. L’esperienza dei maestri di strada di Napoli, per esempio, non è esportabile in altre realtà, in un altro contesto sociale, culturale ed economico. In questi contesti è importantissima una progettualità territoriale, in una logica di integrazione tra quello che possono offrire i diversi settori formativi a partire dai CTP, cui legare anche una vertenzialità territoriale. E’ necessario che la gestione di gran parte delle risorse sia economiche che umane siano lasciate alle regioni, occorre individuare gli strumenti per ampliare la possibilità di contrattazione a livello locale.

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