Scuola e maggioritario
Un cielo pieno di nuvole
Franco Frabboni
Pur nel gioco dell’alternanza politica, devono
rimaner franche alcune zone, una delle quali è certamente
quella dell’educazione
Da un paio di lustri, il nostro giovane assetto istituzionale
disegnato sul maggioritario prevede l’alternanza di
schieramenti contrapposti al governo del Paese. Quindi,
il passaggio di testimone tra progressisti e conservatori.
In uno Stato democratico, chi si colloca su posizioni di
“minoranza” deve potere godere della libertà
di confutare la conduzione del Paese da parte di chi legittimamente
lo guida. Per sua natura, il maggioritario apre un dinamico
confronto tra le posizioni politiche in campo: dando voce
al “dissenso” attraverso il riconoscimento del
megafono per chi sta all’opposizione. Il tutto - possibilmente
- attraverso una leale dialettica tra modi diversi di immaginare
il progresso sociale, lo sviluppo economico, gli orizzonti
della scienza e della cultura.
LA DEMOCRAZIA DELL’ALTERNANZA
In
un quadro politico segnato dal bipolarismo (certo, imperfetto)
è sicuramente un diritto democratico esprimere disaccordo
e protesta, a partire dalle mobilitazioni di piazza. A patto
di non impugnare argomentazioni che demonizzino e/o falsifichino
i punti-di-vista-altrui: al solo scopo di fare ostruzionismo,
di occupare spazi di permanente rottura del confronto politico.
Attenzione però. A nostro giudizio, questa visione
democratica dell’alternanza di governo può
avere un’eccezione. La contrapposizione frontale si
fa legittima - fino a tramutarsi nella più radicale
indisponibilità al dialogo - quando la maggioranza
porta una perturbazione ideologica (porta il cattivo tempo)
su quella striscia d’azzurro, sopra le nuvole, dove
regnano e brillano i “valori” universali. Nei
regimi autenticamente democratici, questi “valori”
vanno tenuti al riparo dalle intemperie politiche. E posti
su quel lembo d’azzurro, lontano dalle scelte effimere
della vita quotidiana, dove navigano le stelle che danno
luce alla sacralità e ai diritti della persona: alla
vita, alla libertà, alla dignità, alla giustizia,
al lavoro, alla cultura, alla fede. Questa zona-franca non
può subire le inversioni di rotta proprie delle alternanze
di Governo.
Zona-franca è anche la frontiera universale dell’educazione.
Vale a dire, la formazione di una persona dall’etica
solidaristica (socialmente non-competitiva) e dal pensiero
plurale (intellettualmente non-conformista). Motivo per
cui dovrebbe risiedere stabilmente in quell’angolo
di cielo mai contaminato da nuvole di parte, mai investito
da acquazzoni partitici.
A partire da questo teorema sui doveri della politica in
regimi maggioritari, il nostro dissenso si fa radicale nei
riguardi dell’attuale (conservatrice) Riforma scolastica
del Polo. Questa, sta portando perturbazioni e cattivo tempo
nella striscia azzurra sopra le nuvole tradizionalmente
off-limits alle manomissioni ideologiche.
Quali turbolenze sono in arrivo nei giardini dell’educazione?
Una prima turbolenza volteggia sulla frontiera - per noi
inalterabile - della continuità formativa.
Il viaggio di una scuola “nuova” deve necessariamente
muoversi dalla memoria del suo passato, attraversare poi
gli stretti sentieri del suo presente per avventurarsi,
infine, nella scalata della montagna incantata del suo futuro.
Una seconda turbolenza volteggia sulla frontiera - anch’essa
imperturbabile - dei valori educativi teorizzati dalla pedagogia
Personalista e Problematicista del secondo novecento. Sono
entrambe teorie dell’educazione intitolate ad un soggetto-persona
dall’etica solidaristica e dal pensiero plurale.
La nostra confutazione alla Riforma del Polo è rivolta
alla sua distorta visione della scuola, difficilmente rintracciabile
- peraltro - nella tradizione liberale di segno conservatore.
Non ci risulta appartenga agli ideali formativi del centro-destra
europeo questa relegazione e mortificazione esistenziale
della persona. Posta su un ring dove l’arbitro premia
sia i disvalori dell’individualismo e della competitività
(mentre punisce, quasi fossero colpi proibiti, i “valori”
della cooperazione e della solidarietà), sia la bassa-cucina
nozionistica di una scuola che omologa al pensiero unico
(mentre punisce, quasi fossero colpi proibiti, il cuore
e le idee “plurali”: aperte alla molteplicità
dei linguaggi, delle culture e delle fedi).
VOLONTÀ DISCRIMINATORIA
Nell’odierno
dibattito sulla Riforma della scuola, da tempo i nostri
tamburi ulivisti rullano insistenti critiche sulle scelte
descolarizzatrici e discriminatorie che stanno smantellando
gli obiettivi progressisti delle pari opportunità
formative e del diritto di tutti allo studio. Pur trangugiando
questo boccone amaro, ci sembra non si possa andare oltre
il netto disaccordo (l’alternanza chiede un confronto
dialettico sull’idea di società e di cultura
dei partiti al Governo) nei confronti della Riforma scolastica
del Polo, già preannunciata durante la campagna elettorale.
Stiamo parlando della sua vocazione istituzionale e sociale
- oggi convertita in Legge (n. 53/2003) - di mettere su
strada una macchina formativa dalle ruote selettive e aziendali.
Una scuola che deve costare poco (gli investimenti dello
Stato sono destinati ad altre spiagge) e possibilmente essere
inginocchiata all’altare delle imprese. Ispiratrice
e mentore è la Confindustria. Sia quanto a durata
degli studi (l’attuale sua miope dirigenza sembra
tifare per un fai-da-te nelle uscite scolastiche), sia quanto
a competenze culturali e preprofessionali (si suggerisce
una scuola tutta-quiz) da prevedere e destinare alla futura
forza/lavoro.
Totale è il nostro disaccordo. Nessun angolo di cielo
è disposto ad ospitare una scuola pubblica declassata
e rimpicciolita nel compito di trattenere la fascia degli
allievi “migliori” (guarda caso sempre gli stessi
figli di genitori acculturati e/o facoltosi) e di espellere
anzitempo la fascia degli allievi “peggiori”
(guarda caso sempre gli stessi figli di genitori dalla bassa
scolarità e/o dagli scarsi mezzi economici).
Fedele a questa professione conservatrice, la legge Moratti
mette in pratica la sua volontà descolarizzatrice
e discriminatoria costringendo la scuola al gioco del meno
e del più.
Da una parte, le toglie; dall’altra parte, le aggiunge.
Sempre con il mirino dell’istruzione rivolto ostinatamente
sugli opachi paesaggi di una scuola-selettiva e di una scuola-azienda.
Sono immagini di scuole del tempo che fu, vagoni lenti di
una società complessa e del cambiamento la cui locomotiva
va in Jet. Del tutto inidonee ad attraversare e ad andare
oltre le praterie educative del ventunesimo secolo. In sintesi,
la Riforma del Polo nel rivolgersi alla scuola:
- le
toglie un po’ di risorse (se “pubblica”)
e le aggiunge un po’ di risorse (se “privata”);
- le
toglie un po’ di autonomia e le aggiunge un po’
di azienda;
- le
toglie un po’ di democrazia e le aggiunge un po’
di selezione;
- le
toglie un po’ di insegnanti e le aggiunge un po’
di famiglia (non di genitori…);
- le
toglie un po’ di passato “progressista”
e le aggiunge un po’ di presente “conservatore”;
-
le toglie un po’ di scolaro della “domenica”
(giorno dei gabbiani: nel quale hanno voce il cuore e
il pensiero plurale) e le aggiunge un po’ di scolaro
del “sabato” (giorno dei pappagalli: nel quale
gracchia la mente unica).
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