La
laicità della scuola pubblica
La Francia e i simboli religiosi
Gabriella Giorgetti
E’
interessante ripercorrere il dibattito, molto partecipato,
che ha accompagnato la proposta e l’approvazione della
legge che vieta nelle scuole francesi i simboli e gli abiti
che manifestano in modo ostentato l’appartenenza religiosa.
Difatti quel dibattito è indicativo delle difficoltà
e delle problematiche che investono il mondo scolastico
di fronte a questioni di carattere sia interne che internazionali.
Va tenuto presente che in Francia i problemi sono emersi
- ma anche amplificati e drammatizzati in un contesto internazionale
particolarmente propenso alle psicosi collettive - quando
ormai le scuole sono frequentate dalle seconde e terze generazioni,
da ragazzi nati in territorio francese e lì scolarizzati.
Problemi che a noi sembrano estranei o perlomeno piuttosto
lontani, ma che probabilmente diventeranno all'ordine del
giorno, se non saremo in grado di affrontare, in tempo e
a tutti i livelli, le questioni che la presenza degli stranieri
porta con sé. E qualche dubbio è consentito
averlo, dato il tono di crociate, a destra, e d’estrema
difficoltà, a sinistra, di fronte alla sola questione
del crocefisso nelle nostre aule.
Nel dibattito francese, ovviamente unanime l'accordo sul
principio della laicità, un principio fondamentale
della Repubblica francese, uno dei pilastri della Costituzione.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini
della prima Costituzione garantisce, infatti, la libertà
religiosa e rifiuta il principio di una religione di stato.
Un principio che ha coinvolto a pieno l'istituzione scolastica
- risale al 1881 la legge dovuta a Jules Ferry che rende
la scuola primaria “gratuita, laica ed obbligatoria”
- legando strettamente la scuola francese ai principi e
ai valori repubblicani.
Insegnamento laico dal 1881
Laicità
della scuola pubblica che significa innanzitutto assenza
di trattamenti preferenziali e rifiuto di privilegiare qualsiasi
religione. Neutralità degli ambienti, insegnamento
libero da qualsiasi riferimento religioso, non manifestazione
da parte dei docenti (come per tutti i funzionari statali
e i dipendenti pubblici) di alcuna appartenenza religiosa
nell’esercizio delle loro funzioni sono dei cardini
della scuola laica francese.
Ma tra le motivazioni a favore della legge non ci sono state
solo questioni di riaffermazione dei principi dello stato
repubblicano. C’era anche una richiesta, più
o meno esplicita, di certezze di fronte ad una realtà
che in alcune situazioni di maggiore tensione sociale diventa
sempre più incontrollabile. La proibizione come elemento
che (forse) adegua i comportamenti: se il velo, la kippah
o la croce visibili sono proibiti a scuola, i ragazzi e
le loro famiglie sapranno che è inutile cercare di
instaurare un rapporto di forza per prevalere sugli altri.
Ed è significativo che i sondaggi fatti durante il
periodo di discussione sul testo della legge abbiano sempre
indicato come la maggioranza degli insegnanti francese fosse
favorevole all’emanazione di una legge. Un corpo docente,
va detto, caratterizzato, soprattutto nella scuola secondaria,
da un’alta preparazione professionale nell’insegnamento
disciplinare, ma meno attento alla relazione educativa quale
condizione fondamentale alla riuscita di ogni apprendimento.
Sul versante contrario alla legge, le motivazioni sono state
più eterogenee. Alcuni hanno contestato il principio
stesso di un divieto. Altri, non necessariamente ostili
ad un divieto, ritenevano che la legge non fosse il mezzo
migliore per risolvere il problema, preoccupati anche di
quanto sarebbe potuto accadere ai ragazzi esclusi dalla
scuola. Posizione che prende atto delle difficoltà
di coniugare i principi di laicità e di neutralità
con quelli della libertà individuale e che si interroga
sul fatto se abbia senso chiedere agli studenti la stessa
laicità, la stessa neutralità richieste alle
istituzioni e ai funzionari. I valori del dialogo e della
conoscenza, liberi da ogni autorità religiosa, devono
essere trasmessi attraverso il modo di fare scuola, non
attraverso i requisiti d’ammissione. La laicità
diventa in questo caso l’impegno a garantire a ognuno
la possibilità di emanciparsi dalle proprie appartenenze
e dalle proprie origini.
I timori dei sindacati
Nell’ampia
e accalorata discussione, desta interesse la posizione dei
sindacati francesi degli insegnanti, più dialettica
rispetto a quella (almeno da come risulta dai sondaggi)
dei propri aderenti.
Al Consiglio superiore dell’educazione, la maggior
parte dei sindacati si sono astenuti o si sono rifiutati
di votare sul progetto di legge relativamente alla sua applicazione
nelle istituzioni scolastiche. Alla base di questa decisione
le preoccupazioni sulle conseguenze della legge. Vale a
dire il rischio di allontanare i ragazzi dalle scuole, la
preoccupazione che la legge fosse vissuta essenzialmente
come discriminante verso i mussulmani, l’assenza di
qualsiasi dibattito ed intervento sulle questioni ritenute
alla base del diffondersi di certi comportamenti, quali
l’esclusione sociale, la presenza di scuole ghetto,
i problemi dell’integrazione e della mobilità
sociale per le generazioni provenienti da famiglie immigrate.
“Per decine di anni - dichiara la Fsu nel suo intervento
al Consiglio superiore dell’educazione facendo riferimento
alla questione più dirompente, quella dell’immigrazione
dai paesi del Maghreb - ci si è accontentati di sfruttare
la mano d’opera proveniente dai paesi stranieri senza
prendere in considerazione i problemi dell’integrazione
sociale e politica. Le generazioni successive, nate in Francia,
hanno fortemente rivendicato la loro integrazione nella
società francese, ma con scarse risposte. A scuola,
ancora oggi, sono sottostimati gli sforzi richiesti per
l’acculturazione, si esige che questi giovani si modellino
nel crogiolo nazionale senza prendere in conto i costi in
termini di repressione delle proprie origini ed identità.
Resta debole l’apertura dei programmi alla cultura
maghrebina, sono diminuiti gli spazi per l’insegnamento
della lingua araba, la formazione degli insegnanti ignora
tale dimensione. E quando i nostri giovani fanno lo sforzo
di ottenere il diploma, s’accorgono subito di non
essere uguali ai loro compagni. (…) Esclusione e discriminazione,
ghetti urbani e sociali, sacche di miseria e di disoccupazione
non costituiscono il vissuto quotidiano solo degli immigrati
e dei loro figli, ma questi ne sono la fetta più
rilevante (…) Una legge sulla laicità, che
sia emancipatrice, non potrà non essere accompagnata
da una grande politica d’integrazione sociale, civile
e culturale e di lotta contro ogni discriminazione. Come
affermato dalla commissione Stasi, ma per nulla recepito”.
Tutti i sindacati hanno, inoltre, preso posizione contro
il mantenimento della “zona franca” dell’Alsazia
- Moselle, dove vige uno statuto scolastico specifico, ancora
sotto regime concordatario, per cui la scuola è caratterizzata
dalla presenza di tre confessioni (cattolica, protestante
ed ebraica) e l’ora di religione è obbligatoria
nelle scuole.
Infine, tra le richieste dei sindacati quella di consentire
alle scuole spazi di intervento e di autonomia decisionale
perché nell’applicazione della legge prevalga
il dialogo e l’educazione e non si arrivi all’aumento
delle espulsioni.
Donne contro donne
Ovviamente,
in tutto il dibattito, la questione centrale è stata
quella del velo e delle ragazze mussulmane. Anche in questo
caso un problema assai complesso, che ha creato divisione
all’interno del movimento delle donne. Si sono, infatti,
ritrovate senza la solidarietà di molte compagne
di strada francesi, le femministe d’origine maghrebina,
che conducono una lunga e difficile battaglia per l’affermazione
dei diritti all’interno delle famiglie e della società
di provenienza e che erano favorevoli alla legge, vista
come strumento in aiuto all’emancipazione delle donne,
in quanto eliminava un simbolo della sottomissione delle
donne. Sul fronte opposto, le donne scettiche sull’efficacia
di imporre l’abolizione del velo contro le volontà
dei singoli e sostenitrici della necessità di offrire
attraverso più strade, tra cui quella scolastica,
l’opportunità di una scelta consapevole.
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