Le
esperienze in Europa
La seconda chance
Gabriella Giorgetti
L'Unione
Europea ha individuato nell’economia basata sulla
conoscenza lo strumento fondamentale per realizzare una
crescita durevole, basata su un miglioramento quantitativo
e qualitativo dell’occupazione e su una più
grande coesione sociale. Tra gli obiettivi da raggiungere
entro il 2010 c’è quello di dimezzare il numero
di giovani, tra i 18 e i 24 anni, che non continuano gli
studi dopo la scuola obbligatoria. Obiettivo ambizioso,
la cui realizzazione richiede la messa in atto di strategie
diverse sia per diminuire gli abbandoni precoci sia per
portare chi fuoriesce troppo presto dal sistema scuola all’acquisizione
del diploma, anche attraverso percorsi non solo scolastici.
Se si considera quanto avviene a livello europeo e se si
guardano le misure messe in atto per dare una pluralità
d’opportunità formative ai giovani usciti dall’obbligo
scolastico, salta subito all’occhio l’eccessiva
rigidità dell’attuale sistema scolastico e
formativo italiano, indubbiamente poco in grado di garantire
a tutti il successo scolastico. I dati sulla dispersione
post obbligo sono lì a testimoniarlo.
In questo quadro, il doppio canale del ciclo secondario
e l’alternanza scuola e lavoro sono gli strumenti
individuati dal ministro Moratti e benedetti dalla Confindustria
per garantire, secondo i promotori, percorsi adeguati alle
vocazioni, alle attitudini di ognuno e alle diverse storie
personali.
Dell’iniquità del doppio canale si è
già detto molto, dell’alternanza scuola e lavoro
si comincia a discutere adesso, anche se ancora sotto tono,
dopo la presentazione delle bozze di decreto. Indubbiamente
è uno strumento presente da anni nelle politiche
scolastiche e formative di molti paesi europei e può
essere interessante mettere a confronto le diverse scelte,
basandoci su due paesi a noi vicini, Francia e Germania,
che sul rapporto scuola e lavoro hanno politiche e prassi
consolidate.
L’esperienza francese
In
Francia, dove l’obbligo scolastico termina a 16 anni,
c’è una precisa distinzione tra apprendistato
e alternanza scuola-lavoro, termine che sottende diverse
modalità di formazione e lavoro.
Per quanto riguarda l’apprendistato, si tratta di
un percorso di formazione e lavoro strutturato, rivolto
a tutti i giovani tra i 16 e 25 anni e di durata variabile,
da uno a tre anni, in relazione al ciclo d’istruzione
cui prepara (istruzione professionale o tecnologica o ad
un altro titolo di studio). La formazione avviene in azienda
e nei centri di formazione per apprendisti, ma anche presso
i licei professionali, dove possono essere aperte sezioni
d’apprendistato o unità per la formazione degli
apprendisti, in stretta collaborazione con il mondo del
lavoro e attraverso accordi e l’assistenza delle regioni.
In teoria, un percorso corrispondente a quello proposto
in Italia per l’alternanza scuola e lavoro. In realtà,
ci sono differenze sostanziali, almeno se confrontato con
la bozza ministeriale, sul piano della gestione del sistema,
della sua organizzazione e dei diritti degli studenti-lavoratori.
Innanzitutto, si tratta di un sistema strutturato a livello
nazionale: è previsto un minimo di 400 ore di formazione
media annue, almeno 1.500 se ci si prepara al baccalaureato
professionale o al brevetto di tecnico superiore. I Centri
di formazione per apprendisti sono, inoltre, soggetti al
controllo didattico del Ministero dell’Educazione.
I contratti di alternanza scuola e lavoro svolgono diverse
funzioni, dall’inserimento nel mondo del lavoro, attraverso
l’orientamento professionale, alla formazione specifica
per un impiego. In particolare, il contratto di qualifica
è rivolto ai giovani con meno di 26 anni che vogliono
terminare la loro formazione attraverso una percorso di
tipo professionale. Il corso dura da 6 a 24 mesi e avviene
solo in imprese abilitate. Il datore di lavoro si impegna
a fornire ai giovani un impiego e una formazione professionale
con successivo conseguimento del titolo di diploma. Almeno
il 25% del tempo deve essere utilizzato per la formazione
generale, professionale e tecnologica, impartita durante
lo svolgimento del lavoro.
In tutti i casi citati viene stipulato un contratto di lavoro
e gli studenti beneficiano delle norme relative alla legislazione
del lavoro.
L’esperienza tedesca
Tra
i 15 e i 16 anni, al termine dell’istruzione obbligatoria
da svolgersi solo a scuola anche se in percorsi diversi,
la maggior parte dei giovani tedeschi prosegue la formazione
nel cosiddetto sistema duale, un sistema che consente di
acquisire il diploma o una qualifica attraverso un percorso
di studio e lavoro.
La formazione si svolge secondo un contratto di diritto
civile tra azienda e studente che definisce tutti gli obiettivi
della formazione, la durata, il numero di ore dedicate alla
formazione, la modalità di pagamento e la remunerazione
(soggetta alla contrattazione collettiva). L’impresa
è tenuta a fornire gratuitamente i materiali didattici
dei formatori, a lasciare all’allievo il tempo per
frequentare la scuola e a monitorare la presenza ai corsi.
La formazione in impresa è finanziata dalle aziende
e quella delle scuole dai Länder.
Le disposizioni legislative sulla formazione, valide su
tutto il territorio nazionale, sono state redatte dopo una
consultazione tra tutti i responsabili della formazione
professionale (tra cui le parti sociali). Esse indicano
il contenuto minimo dei corsi e il loro aggiornamento viene
fatto sulla base di una serie di verifiche che tengono conto
della pratica professionale, delle esigenze del mercato
del lavoro, della ricerca occupazionale, dei risultati di
progetti pilota e test svolti nell’Istituto federale
per la formazione professionale.
Le competenze e le conoscenze da acquisire sul posto di
lavoro sono fissate in una lista di requisiti concernenti
la professione e la struttura della formazione è
precisata a livello federale in termini di tempo e di contenuti,
in un programma quadro che precisa anche le materie e i
contenuti di insegnamento, con almeno 1.200 ore per le materie
a carattere generale e professionale (tra cui almeno 600
ore di tedesco, una lingua straniera, matematica e scienze
naturali).
Per quanto riguarda il governo del sistema, un aspetto interessante
del sistema duale tedesco - un paese che affida ai Länder
la legislazione e l’amministrazione in materia educativa
- è che, mentre la formazione professionale nelle
scuole è di esclusiva competenza dei Länder,
il Governo Federale è responsabile della formazione
all’interno delle imprese.
Poteri e competenze
Anche
in Francia, dove è avvenuto a partire dal 1982 un
processo di trasferimento di alcuni poteri alle regioni,
per quanto riguarda l’istruzione e la formazione professionale
si riconosce all’educazione nazionale una responsabilità
particolare nel campo dell’inserimento professionale.
I piani regionali sono elaborati dopo consultazione con
i consigli accademici dell’educazione nazionale e
approvati da consigli regionali dopo la consultazione con
le académiques competenti (più o meno in nostri
provveditori). E’ ora in discussione un progetto di
legge per trasferire alle regioni ogni competenza sull’insieme
delle filiere della formazione. Il piano regionale di sviluppo
della formazione professionale è messo in opera attraverso
una concertazione con lo stato e le parti sociali.
Sia in Francia sia in Germania, le parti sociali, cioè
imprenditori e sindacati, collaborano all’interno
di una vasta rete istituzionalizzata a tutti i livelli (nazionale/federale,
regiona-le/Länder) e, nel caso tedesco, anche a livello
di singola impresa.
E l’Italia?
Pur
nella diversità dei modelli si possono ricavare alcuni
elementi su cui vale la pena di riflettere in relazione
alla situazione italiana:
-
l’esistenza proprio nel sistema di istruzione e
formazione professionale di un ruolo forte del livello
nazionale, per consentire il riconoscimento delle qualifiche
e la definizione degli standard;
-
il rilievo dato al ruolo delle parti sociali a livello
nazionale e locale, proprio perché si tratta di
temi strettamente connessi con il mercato del lavoro e
i diritti dei lavoratori;
- Il
riconoscimento dei diritti dei lavoratori attraverso la
stipula di contratti e la tutela della legislazione del
lavoro.
Esattamente
il contrario di quanto sta accadendo nel nostro paese.
Di fronte ad una rilevante confusione istituzionale, si
smantellano i luoghi dove sarebbe possibile definire regole
condivise a livello nazionale (si veda la fine dei tavoli
nazionale Eda e Ifts), si fanno partire sperimentazioni
regionali prima di definire gli standard e i criteri di
certificazione, non si definisce un quadro minimo a livello
di quadri disciplinari e di orari in grado di garantire
una base solida di formazione generale, si ignorano il ruolo
delle organizzazioni sindacali e i diritti di chi lavora.
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