Sulle
superiori vento di controriforma
Se sei bravo ce la fai
Maria Brigida
Il
Ministro all’istruzione è molto impegnata in
questi giorni a sostenere, sul maggior numero possibile
di mezzi di informazione, le buone ragioni della sua riforma.
Come sempre più spesso le accade, usa parole ed espressioni
che appartengono a coloro che da anni chiedono una riforma
vera della scuola ed in particolare del segmento della secondaria
superiore, la più esposta ai problemi irrisolti della
dispersione e dell’abbandono scolastico. Ci è
toccato persino di sentirle attribuire alla sua scuola la
definizione “ una scuola per tutti e per ciascuno”.
Da tutto questo si traggono alcune deduzioni.
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Certe espressioni, se non ben definite nel loro significato,
possono essere usate per affermare il contrario di ciò
che originariamente con esse si voleva indicare.
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Il governo privilegia la propaganda a scapito dell’informazione.
L’intento, infatti, non è fornire elementi
di conoscenza per il controllo democratico dell’esercizio
del potere, ma, al contrario, “il convincimento”
delle persone da realizzare con la propaganda anche
attraverso la distorsione della realtà. Del resto,
da questo punto di vista la pubblicità, anima
del commercio, è il riferimento “culturale”
di chi intende addomesticare le coscienze al proprio
pensiero.
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Disporre di saperi diventa quindi essenziale per discernere
il vero dal falso, in particolare quando i mezzi di
comunicazione posseduti da chi esercita il potere sono
poderosi e senza limiti.
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Per questo occorrono conoscenze più sofisticate
per esercitare la critica, e cioè la capacità
di discernere, andare oltre il messaggio esplicito,
saperlo decodificare.
La scuola di tutti e di ciascuno voleva essere una rappresentazione
sintetica dell’idea per la quale la scuola deve
essere accessibile a tutti, garantire a ciascuno il
raggiungimento degli obiettivi formativi, far disporre
dei saperi necessari alla cittadinanza attiva. Accesso,
permanenza e successo scolastico.
Pari
opportunità, ma risposte differenti
In
particolare, le persone per le quali il ruolo di promozione
sociale della scuola diventa essenziale sono quelle che
da sole, per via di condizioni culturali, economiche e sociali
soggettive, non sono in grado di modificarle, di migliorarle.
Garantire le pari opportunità di scelta non significa
che le scelte debbono risultare uguali. L’impianto
della legge 53/03 nega proprio questa funzione: la scuola
lì delineata non assume su di sé il compito
di contribuire a rimuovere quelle condizioni soggettive
di debolezza, ma prende atto di quelle condizioni e su di
esse costruisce i diversi percorsi.
È persino ovvio che i percorsi scolastici siano differenziati,
che ci sia cioè la possibilità di scegliere
un certo tipo di formazione piuttosto che un altro. Il problema
non è la loro differenziazione, perché come
sosteneva don Milani sarebbe la più grande delle
ingiustizie dare risposte uguali a bisogni differenti. Il
problema è mettere tutti nelle condizioni di scegliere
consapevolmente fra i diversi percorsi, non mortificando
nel contempo gli alunni già forti. Per questo occorre
spostare, anagraficamente, il più avanti possibile
il tempo delle scelte. Perché se le condizioni iniziali
sono di maggiore deprivazione, ci vuole più tempo
per colmare i vuoti creati da quelle condizioni. Perché
l’adolescenza è un’età complessa,
e i tempi per l’apprendimento vanno scanditi insieme
a quelli della crescita, che non è un processo lineare,
ma altalenante, fra soste, arretramenti, avanzamenti, strettamente
connessi alle emozioni, i sentimenti, le relazioni del momento.
Accorciare o comprimere i tempi per l’apprendimento
finisce per essere punitivo proprio per coloro per i quali
è necessario più tempo. Tempi distesi, quindi.
Gli svantaggi del sistema duale
Stabilire
che, nel bel mezzo dei tumulti adolescenziali, occorra,
invece, scegliere fra due sistemi fortemente differenziati
fra loro, per finalità, durata, riferimenti istituzionali,
è profondamente ingiusto, pedagogicamente sbagliato,
socialmente discriminante, perché condanna i più
deboli a rimanere tali anche da adulti, sia come cittadini
che come lavoratori. Il problema dei ragazzi che iniziano
a lavorare dopo la terza media o dopo avere frequentato
corsi brevi di formazione professionale è che non
sono in grado di affrontare e superare positivamente la
prima trasformazione o la prima crisi aziendale. Perdono
semplicemente il lavoro, perché hanno competenze
strettamente connesse a “quel mestiere”. Se
quel mestiere si modifica o scompare, loro “scompaiono”
perché non hanno saperi e competenze per modificare
la propria professionalità. E siccome hanno spesso
alle spalle un rapporto negativo con la scuola, a scuola
non rientrano, e rimangono soggetti deboli su un mercato
del lavoro sempre più “flessibile”, in
cui diminuiscono le tutele e aumenta la precarietà.
Ma accade di peggio. Nella società globale, i linguaggi
sono più complessi ed in continua trasformazione.
Avere una scolarità bassa e povera di saperi si trasforma
quasi subito in una condanna all’analfabetismo: è
fenomeno diffuso quello che evidenzia la perdita progressiva
della stessa capacità di lettura e di scrittura da
parte di chi esce dal circuito scolastico troppo presto.
E così la condizione di debolezza iniziale si trasforma
in una condanna a rimanere subalterni anche da adulti, sul
versante culturale e di conseguenza su quello democratico.
Meno diffuso è il sapere e più è facile
condizionare e sottomettere le persone Non è casuale
che i regimi totalitari si caratterizzino innanzitutto per
la lotta contro il sapere: si bruciano i libri, si attua
la censura, si impongono i contenuti disciplinari. “L’arte
e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”,
recita il primo comma dell’art. 33 della Costituzione
italiana. Non a caso, ma perché quella Costituzione
nasce dalle ceneri del regime fascista, che si distinse
fra l’altro per l’accanimento contro ogni forma
di libertà, a partire dalla libertà di insegnamento.
Per queste ragioni la Cgil ha criticato aspramente la legge
53/03, respinto l’Appunto sul diritto dovere e le
bozze dei decreti attuativi sull’alternanza scuola-lavoro
e sul servizio nazionale di valutazione, al momento proposti
dal Miur.
Diritto/dovere
Con
il diritto/dovere, di cui è stato fornito un appunto
che non fa altro che ribadire quanto contenuto nella legge,
senza ulteriori e necessarie esplicitazioni, si assume il
dato soggettivo di partenza e su quello si chiede agli adolescenti
di scegliere fra il sapere e il fare. Sceglierà il
sapere chi ne conosce da solo il valore, sceglierà
il fare chi non conosce e non è in grado di apprezzare
il valore del sapere. Che si disponga di una qualifica professionale,
acquisita in percorsi poveri di saperi o addirittura lavorando
(è il caso dell’apprendistato), conferma la
condanna delle persone alla subalternità culturale
rispetto all’esercizio della cittadinanza e alla capacità
di critica. Una qualifica di per sé non è
quindi una conquista sul versante democratico, dal punto
di vista del lavoro può apparire tale nell’immediato,
ma si rivela un boomerang al primo segnale di cambiamento!
Da questo punto di vista non è affatto vero che il
diritto/dovere sia analogo o addirittura più “avanzato”
dell’obbligo scolastico, perché con l’obbligo,
elevato nella durata, si garantisce una formazione di base
elevata a tutti, con il diritto/dovere una differente formazione
a seconda del percorso che si sceglierà.
L’esercizio del diritto/dovere si realizzerebbe oltretutto
all’interno di due sistemi del tutto disomogenei fra
loro e per i quali non c’è neppure la condizione
minimale per poter esercitare una scelta consapevole. Manca,
infatti, qualunque indicazione che possa vagamente far prefigurare
cosa sarà l’altro sistema, quello di istruzione
e formazione professionale, al momento inesistente nel panorama
scolastico del nostro paese.
L’indeterminatezza del secondo sistema sta producendo
distorsioni sulle iscrizioni, incertezza e paure fra il
personale che, a seconda delle “voci” che si
rincorrono, si vede più esposto o più tutelato,
senza che nessuna di queste condizioni abbia alcun fondamento.
Si rende, quindi necessario, prima di ogni altro decreto,
che il Governo espliciti cosa intende per sistema di istruzione
e formazione, perché diversamente anche su questo
versante si determina una inaccettabile disparità
di trattamento. Chi sceglie i licei ne conosce il numero
e l’identità, seppure sommaria; chi sceglie
l’altro sistema, compie una scelta al buio, essendo
ancora tutto da definire.
Alternanza scuola-lavoro
Sull’alternanza
scuola-lavoro si sta disvelando il significato profondo
che il governo le attribuisce, al di là di ogni infingimento.
Di recente il Miur ha esplicitamente affermato che quello
sarà il percorso per i ragazzi che diversamente non
rimarrebbero a scuola. Insomma un apposito percorso per
i più deboli. Si nega così a quei ragazzi
la possibilità di sapere di filosofia, poesia e letteratura.
Certo è più complicato insegnare certe discipline
a quei ragazzi, gli esiti non sono certi, ma la scuola pubblica
di uno stato democratico accetta la sfida, si misura con
quelle difficoltà, pena la negazione stessa del suo
ruolo istituzionale.
Sempre a proposito di alternanza si scopre che in alcuni
accordi tra la Direzione scolastica regionale e la rispettiva
Confindustria si prevede che le scuole che realizzeranno
l’alternanza saranno individuate dalla direzione regionale.
Come questa disposizione si concili con l’autonomia
didattica delle scuole è un particolare ritenuto
evidentemente inutile e pretestuoso. Si afferma che la Confindustria
si occuperà di formare i docenti da impegnare in
tali attività (con buona pace dell’autonomia
professionale), che le istituzioni scolastiche “conferiscono
alle aziende, ove necessario, un compenso, che di norma
non può eccedere il 50% della somma ad esse assegnata
dall’Ufficio scolastico regionale. Il compenso compete
per ogni singola annualità del progetto”. Insomma
la realtà supera la fantasia e diventa possibile
ciò che neppure si osava immaginare. Questo mi pare
il più fulgido esempio della manipolazione e distorsione
perpetrate da questo ministero su parole ed espressioni
nate per significare tutt’altro.
L’alternanza scuola-lavoro voluta e realizzata dalle
scuole da molti anni è una modalità didattica,
finalizzata ad ampliare ed arricchire la formazione culturale
di base dei giovani; in quanto tale è a disposizione
delle istituzioni scolastiche di tutti gli indirizzi della
scuola secondaria superiore che, nell’esercizio dell’autonomia
didattica, decidono di utilizzarla all’interno del
curricolo ordinario e per tutti gli alunni che compongono
la classe.
Le sue finalità sono culturali e non addestrative;
il ruolo delle associazioni imprenditoriali è rilevante
per l’individuazione delle aziende in grado di accogliere
studenti (rispetto della legalità, dell’ambiente,
condizioni di lavoro e processo produttivo adeguati..),
il sindacato è un soggetto da coinvolgere, a livello
sia territoriale che aziendale come garante contro il rischio
di utilizzo distorto (sostituzione gratuita di manodopera)
dell’inserimento degli studenti.
Ciò che si sta profilando va in direzione opposta
e nel contempo è paradossale: da tre anni la terza
area delle classi quarte e quinte degli Istituti professionali
di Stato, parte integrante del curricolo ordinario, finalizzata
proprio all’alternanza scuola-lavoro non viene più
finanziata. Mentre si afferma quindi la volontà di
introdurre l’alternanza, si nega la possibilità
di realizzarla laddove è addirittura obbligatoria.
Infine i contenuti della bozza sul servizio di valutazione
dell’Invalsi prefigurano un pericoloso controllo dell’esercizio
della professione docente e negano l’autonomia delle
scuole. La valutazione degli apprendimenti, attività
strettamente connessa all’insegnamento e soggetta
a molte variabili soggettive da valutare in situazione,
diventa l’attività centrale dell’istituto
rispetto alla valutazione dell’efficacia del sistema.
Il processo di autovalutazione delle scuole non viene neppure
citato e non si prevede alcuna attività per il suo
sostegno. L’Invalsi diventa istituto alle dipendenze
del Ministero, che ne indica componenti e attività
ed in questo modo si nega la possibilità di valutare
gli effetti dell’azione dell’amministrazione
sugli esiti del sistema.
Con questa impostazione emerge la sfiducia nel ruolo promozionale
della scuola pubblica, si nega il valore dell’autonomia
e si intende esercitare un potere di controllo dal centro
che deresponsabilizza gli operatori, non ne fa crescere
ma ne penalizza la professionalità.
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