Ma Dio con chi è?
Pino Patroncini
I recenti casi - opposti - di Italia e Francia e la recente legge d'Oltralpe.
La situazione in Gran Bretagna, Germania e Spagna.
La domanda è cosa c'entri tutto questo con la fede
Ha fatto, e continua a fare, molto scalpore la decisione del governo
francese di vietare che a scuola gli alunni ostentino simboli
religiosi troppo vistosi. Da noi lo scalpore è stato anche
più forte che altrove perché nel mese di novembre un'ordinanza
del tribunale di rimuovere il crocifisso da una classe di
un comune di montagna aveva sollevato non solo la reazione
dei cittadini ma anche quella del Ministero dell'istruzione
che aveva dato prontamente ordine all'Avvocatura dello Stato
di ricorrere contro l'ordinanza.
Francia e Italia divise nella scelta.
E' evidente la disparità dei casi, trattandosi in Francia di scelte
individuali e private e in Italia di scelte pubbliche. Ma
questa, anziché renderli non comparabili, mette in luce
ancor più le incoerenze dei due comportamenti. Vediamole
nel dettaglio.
Prima incoerenza: il merito della scelta. In Francia non solo lo Stato
non prescrive nessun simbolo religioso di carattere "pubblico"
all'interno delle aule scolastiche, ma anzi, con una decisione
discutibile e molto discussa sul piano delle libertà individuali,
ne vieta persino l'ostentazione privata da parte di singoli
alunni, se questa è troppo vistosa (per intenderci: non
sono in discussione le catenine con croci, stelle di Davide
e manine di Fatima). In Italia invece è lo Stato stesso
(o meglio il Ministero, visto che il Tribunale, anch'esso
organo dello Stato, qualche problema se l'era posto) che
impone un simbolo religioso pubblico.
Seconda incoerenza: il metodo usato. In Francia la decisione è stata
demandata ad una commissione ad hoc i cui lavori sono stati
seguiti ampiamente dalla stampa e dai media e il dibattito,
per quanto acceso, non ha dato luogo a scomuniche di sorta.
In Italia, fiutata l'opportunità di una inaspettata guerra
di religione in grado di dividere l'opinione pubblica ed
anche di interrompere il flirt tra Chiesa e Sinistra collaudato
nell'opposizione alla guerra irakena, si sono visti parlamentari
e sindaci della destra lanciarsi nell'acquisto di crocifissi
e Ministri dello Stato che invece di preoccuparsi della
coerenza tra decreti di epoca fascista e leggi fondanti
della Repubblica, hanno pensato bene di cavalcare l'onda.
Questa si è però rivelata corta, dal momento che gli avversari
politici hanno preferito lasciar cadere la sfida.
.ma "unite nella lotta"?
Terza incoerenza: la contingenza. In Italia l'elemento scatenante è
stata l'eventuale rimozione di un crocifisso. In Francia
la diffusione, ormai da alcuni anni, dell'abitudine delle
studentesse di religione mussulmana di portare il velo (per
intenderci: non quello sul viso, ma il foulard sulla testa)
anche a scuola. Una scelta inevitabilmente collegabile alla
rinascita religiosa del mondo mussulmano e anche all'integralismo,
con annessi e connessi. Se però si tiene conto che anche
in Italia l'ordinanza di rimozione del crocifisso era stata
ottenuta da un genitore mussulmano, dopo che era stata rifiutata
l'esposizione di simboli islamici accanto al crocifisso,
l'incoerenza potrebbe rivelare in realtà una fatale coerenza:
gli stati europei si rivelano rigorosamente laici, al punto
da sacrificare a questo laicismo anche la libertà individuale,
quando si tratta di impedire l'ostentazione di simboli mussulmani,
ma sono pronti a rivelarsi ciecamente bigotti non appena
ciò può servire a perseguire lo stesso scopo. Più estesamente
gli immigrati dovrebbero dunque adeguarsi non solo alle
leggi ma anche agli usi e costumi dei paesi ospitanti, come
spesso si è sentito dire nei giorni delle polemiche al di
là e al di qua delle Alpi?
Vediamo, sulla scorta di una ricerca del quotidiano spagnolo "El Pais",
quale è l'atteggiamento degli altri principali stati europei
rispetto ai simboli religiosi a scuola.
Regno Unito: a ognuno il suo ghetto?
L'idea di un'assimilazione forzata degli immigrati è aliena allo spirito
britannico: gli immigrati hanno lo stesso diritto degli
autoctoni ma non sono obbligati a britannizzarsi. Ciò porta
però gli immigrati a preferire circoli chiusi per nazionalità
e ciò produce la tendenza alla creazione di ghetti etnici
o nazionali. Il declino dell'impero ha trasformato le isole
britanniche in un polo di attrazione per i popoli una volta
dominati, ma la tendenza è stata quella, appunto, di raggrupparsi
in quartieri formati da un'unica provenienza. Alcune comunità
hanno trovato più facilità, se non ad integrarsi, a salire
la scala sociale: è stato il caso degli indiani e, più di
recente, dei cinesi. Altri, come i pakistani, i bengalesi
o i giamaicani hanno avuto più difficoltà e spesso la polizia
ha il suo daffare per evitare che i diversi quartieri si
trasformino in aree di conflitto. Queste differenze si manifestano
nettamente nella scuola ma il governo ammette che le diverse
etnie adottino gli abiti tradizionali. Non esiste perciò
in Gran Bretagna nessun divieto di portare il velo per le
studentesse mussulmane.
Germania: tra permissivismo e discriminazione
Finora anche la Germania non ha posto vincoli sul velo né ad alunne
né ad insegnanti, ma il problema potrebbe porsi. Una sentenza
della Corte Costituzionale Federale ha reinsediato un'insegnante
allontanata per via del velo, ma solo per mancanza di leggi
in merito. E poiché la Germania è uno stato federale, in
cui la scuola dipende da 16 diversi Laender, la cosa potrebbe
non essere così in eterno. Circa la metà dei Laender premono
per una legislazione in merito e sull'onda delle scelte
francesi due di questi, Sassonia e Baden-Wurttenberg, guidati
da maggioranze democristiane, hanno deciso di proibire il
velo. Ma a differenza dei francesi, i quali hanno proibito
anche analoghi simboli ebraici e cristiani, l'intervento
dei due Laender tedeschi si limita al velo dei mussulmani,
cosa che rende ancor più discutibile la decisione.
Recentemente una iniziativa interpartitica che ha raccolto 70 donne
provenienti dal mondo della politica, dello spettacolo e
della cultura si è pronunciata contro simili proibizioni.
Il timore è che la diffusione di tali proibizioni accentui
la ghettizzazione degli immigrati e la spinta al fondamentalismo
religioso.
Spagna: meno crocifissi ma più insegnamento religioso
Anche qui non esistono norme che proibiscano l'ostentazione di simboli
religiosi ed il ministero dell'educazione nazionale li esclude.
Il problema ha meno incidenza che in Francia, nella maggioranza
delle scuole pubbliche, infatti, ormai si è rinunciato persino
all'uso del crocifisso e gli istituti scolastici godono
di sufficiente autonomia per decidere da soli. Ma dal momento
che la Spagna ha una struttura federale come la Germania,
non mancano regioni che vorrebbero una norma in merito.
Catalogna e Andalusia, per esempio, due regioni di sinistra,
sono favorevoli alla laicità degli istituti scolastici sia
pubblici che privati convenzionati. La lunga storia di conflitti
violenti tra il tradizionalismo religioso e il laicismo
spagnolo consiglia prudenza anche se sul tema l'opinione
pubblica spesso si infiamma. Ma più che la questione di
simboli religiosi è l'insegnamento della religione come
previsto dalla nuova riforma, la cosiddetta Loce, varata
dal governo di destra a provocare le polemiche: gli alunni
possono scegliere tra "insegnamento della religione cattolica"
o "insegnamento del fatto religioso". In Spagna esistono
poi concordati con le confessioni islamica ed evangelica,
ma non con quella ebraica, che non ha aderito, che impongono
che se in un istituto vi sono almeno 10 alunni di una di
queste religioni i docenti debbano proporzionalmente appartenere
a queste religioni, mentre in Catalogna il nuovo governo
tripartito di sinistra (socialisti, comunisti e repubblicani)
ha ereditato tre anni di colloqui tra Generalitat e Consiglio
Islamico per l'istituzione di corsi di lingua e cultura
araba nella scuola.
Non bisogna dimenticare, poi, che la Spagna ha due lembi territoriali
in territorio maghrebino: Ceuta e Melilla. A Ceuta circa
il 50% degli alunni è mussulmano, percentuale che in alcuni
quartieri arriva anche al 100%, non di meno né lì né a Melilla
esiste un censimento circa l'uso del velo. A Ceuta si suppone
che possa riguardare il 10% delle studentesse e a Melilla
appena l'1% e le autorità scolastiche se la cavano a buon
mercato attribuendo il fenomeno più a fattori culturali
che religiosi. |