La politica e il cavallo della didattica
Belfagor
Persino un arcidiavolo aduso alla didattica resta interdetto di fronte all'inconsapevole cinismo
di tanti luoghi comuni. Tempi duri per l'educazione dei
giovani.
Lo stadio fa concorrenza alla scuola
non è facile capire, e tanto meno dire, quale sia l'idea che i giovani
hanno della democrazia. Non siamo sociologi né politologi.
L'arcidiavolo al massimo ha i dati della sua esperienza
su cui riflettere. Si potrebbe tentare di dirla così: l'idea
prevalente è che la democrazia si esaurisca nel rito delle
elezioni ("quella cosa che ogni tanto se va a vota'") e
che tutto lo sforzo debba concentrarsi sull'intercettazione
del consenso allo scopo di realizzare obiettivi di interesse
personale ("me dovete vota' perché so' mejo"). È un'idea
abbastanza condivisa, di fronte alla quale il gruppo dei
pari si divide generalmente in due parti: quelli che "naturalmente"
puntano all'elettorato passivo - cioè, per chi si confondesse,
a essere eletti - e quelli che altrettanto naturalmente
si accontenteranno di esercitare quello attivo - ossia di
votare. Tra i primi prevale l'idea che essenziale sia la
capacità di presentarsi bene, che si traduce in un misto
di sfacciataggine senza malizia, di arroganza para-pansindacale
("troppi compiti. che potemo sta' sempre a studia'?"),
di essere-contro e basta, e spesso senza sapere chi e perché
("i termosifoni nun funzionano", ergo "scioperamo").
Tra i secondi è possibile individuare due sottogruppi: a) quelli che
Prezzolini avrebbe chiamato gli Apoti, "coloro che non la
bevono", i quali non si faranno intercettare in nessun modo
dai candidati, perché "la sanno più lunga" (in genere ripetono
il vecchio "a me la politica me fa schifo"), e finiranno
per non partecipare né alle assemblee né alle votazioni;
e b) quelli che spontaneamente accettano la dimensione del
voto di scambio e si pongono sul piano del: "se te voto,
che ce guadagno?"
Come si vede da questo rozzo schema affatto antipolitologico - e da
non prendere certo come valido erga omnes, per fortuna,
ma solo come prevalente nell'ignota città di AI ROTT IL
-, da questa concezione della democrazia è del tutto assente
la dimensione della partecipazione.
Qualcuno dirà che non c'è niente di nuovo: la vecchia Balena Bianca
del sistema politico della prima repubblica ha funzionato
così per anni... Ma a ben guardare non sarebbe vero fino
in fondo. Bisognerebbe notare come minimo che l'elettorato
passivo non si basava mai sull'obiettivo dichiarato di realizzare
uno scopo personale, e che, al contrario, si parlava sempre
di "servizio"; mentre questa idea di essere eletti per essere
"al servizio di" è quasi del tutto estranea all'universo
giovanile che conosciamo direttamente. Comunque, non siamo
moralisti, come direbbe Ferrara. Le lobbies delle democrazie
anglosassoni funzionano più o meno così, e lì forse c'è
in giro meno ipocrisia, anche se non meno interessi e, soprattutto,
non più partecipazione.
Non si può far finta di niente, però, quando si pensi che questo disvelamento
dell'ipocrisia democratica consistente nel coprire il lobbismo
con il concetto di servizio, ha coinciso da noi con l'affermazione
di una cultura della politica come "prosecuzione degli affari
personali con altri mezzi"; né si può ignorare che l'approccio
alla politica vissuto dai giovani oggi, porta il segno pesante
di una sottocultura televisiva che sta formando intere generazioni
a ridurre partecipazione e impegno personale alle asfittiche
dimensioni di un interno-casa, virtuale e immodificabile
al tempo stesso come quello delle famose "cugine" del Fahrenheit
451 di R.Bradbury.
Gli italiani e... gli "altri"
"Perché avete fatto quella specie di sciopero", chiede provocatoriamente
l'arcidiavolo, entrato in classe di cattivo umore?
Deborah è una ragazzetta bellina e sibillina allo stesso tempo. In
classe parla rarissimamente e non è neanche rappresentante
di classe. Ma a suo modo è una leader piuttosto seguita.
Stavolta risponde: "Nun ce volevano da' il permesso de fa'
festa. In tutte le scole l'hanno dato. Che semo ebrei?"
Qualche giorno prima, in effetti, nel giorno più freddo dell'anno,
i ragazzi avevano dato vita a una specie di sit-in nel gelido
e umido cortile nord della scuola, per protestare contro
il rifiuto opposto dalla presidenza alla richiesta di tenere
una festa con tanto di gruppi musicali e con la possibilità
di far entrare nell'istituto chiunque avesse voluto (cioè,
in definitiva, amici più grandi poco interessati alla festa
e molto alle ragazzette.). Giusti o sbagliati che fossero
la richiesta e il rifiuto, l'arcidiavolo, che aveva in animo
di tenere una miniconcione sulla democrazia, appunto, e
sulle sacre forme di protesta, sit-in e sciopero inclusi,
e di mettere in evidenza la contraddizione rispetto allo
"sciopero bianco" che gli stessi ragazzi avevano improvvisato
"per il freddo" solo due giorni prima del sit-in, con 15
gradi di temperatura, si trova di fronte a un problema diverso.
Non quello della rappresentanza democratica o della rappresentazione
democratica delle istanze, ma quello della deriva delle
consuetudini linguistiche che rende normale l'uso della
parola ebreo per definire qualcuno nei confronti del quale
è "normale" che i diritti non siano rispettati.
Il problema della democrazia intesa come regola astratta buona per
una lezione di diritto è immediatamente scalzata dal fatto
concreto, dal nome e dalla cosa cui il nome rimanda. È un
caso classico per chi si occupa di didattica. È l'andamento
del cavallo: lo scarto, la deviazione che ti può portare
al bersaglio per via indiretta e imprevista. Sarebbe un
bell'esempio da discutere con gli specializzandi di qualche
Ssis.
Le ambizioni dell'educatore
"Io sono ebreo" reagisce d'istinto il laicissimo arcidiavolo, balzando
al volo sul destriero che gli si è parato davanti.
E mentre assapora il momentaneo sbigottimento che traspare dagli occhi
di tutti, gli vengono in mente in un lampo le discussioni
che da un po' agitano carta stampata e trasmissioni di nicchia
(da "Ottoemezzo" a "l'Infedele"), senza riuscire a sfondare
l'indifferenza collettiva su questi argomenti: da Rosellina
Balbi di All'erta siam razzisti (Mondadori, Milano 1988)
alle battute di Sabina Guzzanti all'indagine voluta dalla
Commissione Europea, che tante polemiche ha suscitato nell'ultimo
scorcio del 2003, è evidente che non bastano i simboli e
i discorsi: "Laziali ebrei - ebrei romanisti". è uno scambio
ancora troppo frequente per considerare superato il problema.
E il termine ebreo, desemantizzato e risemantizzato di continuo,
finisce coll'indicare sempre la stessa cosa: l'insulto sanguinoso,
ciò che non è uguale, che non è uomo, che non ha diritto.
Un'intera lezione, forse lo schema per un'intera unità didattica,
con tanto di bibliografia e filmografia, balena nella mente
dell'arcidiavolo, adusa a sfruttare i terreni impervi della
relazione educativa.
"Io sono ebreo", continua, "e tu che cosa sei, per pensare che a uno
come me potrebbe essere proibito di fare una certa cosa
non perché la cosa potrebbe essere sbagliata ma solo perché
sono ebreo?". "Che c'entra" fa un po' confusa Deborah. "io
so' italiana".
Il potere dei luoghi comuni
A sua volta fulminato dal doppio, imprevisto scarto del cavallo, il
diabolico cavaliere precipita disarcionato. E già. Deborah
è italiana. E avrà anche esposto il tricolore per gli eroi
di Nassirija. A spiegare certe cose non basta neanche il
discusso "mea culpa" di Fini. Forse non c'entra niente veramente.
ma i laziali o i romanisti sono tutti bravi ragazzi, cattolici
e italiani, e hanno fatto tutti, per anni, l'ora di religione
a scuola e il catechismo in parrocchia. Possibile che la
differenza tra religione praticata e cittadinanza non le
sia mai stato spiegato? Possibile che mai abbia sentito
parlare di shoah e di olocausto? Non è possibile. Anzi,
probabilmente sa bene di che si tratta. Deborah e i suoi
Apoti hanno fatto educazione civica per tre anni, diritto
per due anni: hanno sentito parlare in astratto di leggi,
di Costituzione, di democrazia, di sistemi elettorali e
forse anche di laicità dello stato e di uguaglianza. ma
non si sono mai resi conto di quanto quelle parole astratte
parlassero di loro e della loro vita, dei loro rapporti
con gli altri. Anche da questo punto di vista è molto più
incisiva l'educazione concreta impartita dalla squadra di
calcio. La gradinata è più forte della scuola.
Sono così questi ragazzi e l'arcidiavolo, in questa scuola priva di
bussole e piena di angeli, e in questo paese che sembra
così ben disposto a dare patenti di angelicità. si sente
sempre più solo.
Ma domani è un altro giorno.
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