In
ricordo di Nuto Revelli
Coscienza e voce dei “vinti”
David
Baldini
Nato
a Cuneo nel 1919, Nuto Revelli appartiene, anagraficamente,
alla generazione successiva a quella che, cinicamente gettata
dai vari Governi del pianeta nella fornace della prima guerra
mondiale, fu definita “perduta”. E tuttavia
non meno drammatica doveva risultare anche la sua stessa
generazione, impegnata come fu nell’altro conflitto
“mondiale” del Novecento, il secondo, ancor
più feroce e distruttivo del primo. Conseguito il
diploma di geometra, a venti anni entrò nell’Accademia
militare di Modena, per essere poi assegnato - con il grado
di sottotenente - al secondo reggimento alpini della divisione
Cuneense. Inviato in Russia (nel luglio del 1942) come ufficiale
del quinto reggimento della Tridentina (battaglione Tirano),
comprenderà appieno - così come accadrà
a moltissimi altri nostri soldati - il significato della
sciagurata scelta, operata alcuni anni prima dal regime
fascista, di scendere in guerra a fianco dei tedeschi. Più
tardi, a proposito di quella esperienza, scriverà:
“Maledii il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari,
la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi”. Dopo
aver ben meritato in terra di Russia, come testimoniano
le due medaglie d’argento al valor militare conseguite
sul campo ed una promozione, fu sorpreso dall’armistizio
dell’8 settembre a Cuneo, dove si trovava in convalescenza.
Preso atto dell’intervenuto cambiamento del gioco
delle alleanze, egli, senza porre tempo in mezzo, fu tra
i primi ad organizzare, nella sua zona, la Resistenza contro
gli occupanti tedeschi, divenendo ben presto comandante
della brigata partigiana di Giustizia e Libertà “Carlo
Rosselli”. Il processo di avvicinamento ai valori
resistenziali aveva del resto avuto illustri mediatori,
primi fra tutti Livio Bianco e Duccio Galimberti. A riprova
del suo già sperimentato valore, Revelli trovò
modo di distinguersi anche nella guerra di liberazione,
guadagnandosi un’altra medaglia d’argento. Nominato
alla fine della guerra colonnello del ruolo d’Onore,
si dimise dall’esercito e si ritirò nella sua
città natale, dedicandosi al commercio di lamiere,
profilati e prodotti siderurgici.
E tuttavia, come già era accaduto a Primo Levi, da
una parte non riusciva a dimenticare l’orrore della
guerra, d’altra non poteva distogliere lo guardo dalle
sofferenze largamente presenti anche in tempo di pace. Sarà
dunque questa duplice interna tensione a far scoccare in
lui la scintilla che lo porterà ad essere un intellettuale-scrittore,
anche se i prodromi di tale vocazione debbono essere ricercati
in un periodo antecedente: quello bellico. Alla guerra è
infatti dedicato il suo primo scritto, Mai tardi (per la
prima volta pubblicata, nel 1946, dall’editore Panfilo
di Cuneo), resoconto diaristico, asciutto e senza veli,
degli avvenimenti bellici svoltisi sul fronte russo. Egli
volle così, già allora, ergersi a “testimone”
di verità, privilegiando, in particolare, la condizione
degli ultimi. Finirà così per ricollegarsi,
quasi naturalmente, alle ragioni umane e civili che ispirarono
quanti, in primo luogo gli amici Primo Levi e Mario Rigoni
Stern, fecero della conservazione della memoria e dell’impegno
civile una ragione di vita.
Testimone della bellica follia
E
così i “vinti”, in Revelli, finirono
per essere i tanti prigionieri di guerra italiani che, perdutisi
in terra di Russia o di Polonia, furono in molti casi vittime
delle atrocità naziste. I fatti, narrati con semplicità
e senza enfasi, si snodano in tutta la loro epica grandezza:
notti passate all’addiaccio, disorientamento dei comandanti
di fronte alla sconfitta, episodi di ordinaria bellica follia.
Anche a distanza di tempo dagli eventi, l’Autore non
sembra insomma essersi affatto staccato dalle scene, tragiche,
dell’abbandono dei feriti nel corso della ritirata,
dei cumuli di cadaveri lasciati a marcire nella neve, dei
multiformi episodi di lotta per la vita che interessarono
un’ intera armata in disfacimento. Ma la sofferenza,
per molti, era destinata ad essere procrastinata nel tempo:
i sopravvissuti, tornati in patria, dovevano ancora sperimentare
- sulla loro pelle - il senso di smarrimento susseguente
l’armistizio dell’8 settembre e i disagi legati
alla guerra di liberazione partigiana. Ancora lutti e sciagure,
lacrime e sangue attendevano i molti “poveri cristi”
cari a Revelli, oscuri ed anonimi abitanti delle colline
e delle montagne dell’amato Piemonte.
La naturale curiosità di osservare “dal basso”
gli eventi grandi o piccoli della storia indurrà
tuttavia lo scrittore, subito dopo la guerra, a spostare
la sua attenzione - sia pure in una sostanziale continuità
di visione, mai venuta meno nel corso del tempo - dai soldati
al variegato mondo dei contadini del tempo di pace. Tale
fedeltà agli ideali primigeni può essere spiegata
non solo con ragioni ideali, ma anche di metodo: determinato
a privilegiare il documento “vivo” al racconto
(nelle sue varie forme di diario, memoria, cronaca), egli
sceglierà per sé il ruolo del ricercatore
impegnato sul fronte della cultura orale, ovvero dello scopritore
di storie mai scritte e mai raccontate. Di conseguenza,
le opere successive a Mai tardi - da La guerra dei poveri
(1962) a La strada del davai (1966), per giungere fino a
L’ultimo fronte (1971) - vedono mutare il punto di
vista dell’autore. Sparisce il soggetto narrante e
ad lui si sostituiscono le voci multiformi di quelle moltitudini
di anonimi che, mai assurti al ruolo di artefici della storia,
hanno tuttavia vissuto la loro esistenza, magari lasciando
una traccia di sé solo per il mezzo di una semplice
lettera o avendo una qualche significativa esperienza da
raccontare. Gli stessi tradizionali valori di eroismo e
di patria, osservati all’interno di questa dimensione
eminentemente corale, finiscono per assumere un ben diverso
significato. La prospettiva infatti si amplia e la stessa
guerra, vista “dal basso”, finisce per diventare
niente altro che il momento terminale di una tragedia -
sia pure colta al suo diapason - dai contorni più
larghi. I confini finiscono così per coincidere,
singolarmente, con il tempo di pace, segnato dalla sventura
legata all’emigrazione, all’analfabetismo, all’insufficiente
alimentazione, alla durezza del lavoro. In tale più
generale contesto, i soldati-contadini, con il loro carico
di sofferenze e di privazioni, scontano la loro doppia esclusione
dalla storia. Per loro valgono infatti, tutte intere, le
memorabili parole di quel personaggio di Primo Levi, il
“greco”, il quale solennemente - ma con indubbia
epica saggezza - era solito affermare (nella Tregua) che
“guerra è sempre”. In questa ottica ben
si spiega la raccolta delle 85 autobiografie riunite ne
Il mondo dei vinti (1977), o le 260 testimonianze di donne
(tutte riguardanti il tema della condizione femminile nelle
campagne) che fanno parte de L’anello forte (1985).
La forza della memoria
La
fatica di cercare, raccogliere e ordinare quest’enorme
mole di lettere, “racconti”, a volte semplici
testimonianze, procede di pari passo, in Revelli, con una
presa di coscienza civile e politica divenuta, col tempo,
sempre più rigorosa ed intransigente. Le testimonianze
rese da ex militari, contadini, donne - “vinti”
di quasi verghiana memoria - finiscono per diventare, per
deliberata volontà dell’Autore, simbolo e misura
di un’intera classe sociale. Partendo dalla constatazione
che “il contadino era un oggetto e sapeva di esserlo”,
lo scrittore non trascura di evidenziarne anche il tratto
saliente: la sostanziale accettazione, prona e fatalistica,
del processo di mutamento economico affermatosi in Italia
alla fine degli anni Cinquanta, poi proseguito fino ai primi
anni Sessanta. Eppure tale trasformazione non sarebbe stata
da poco: essa avrebbe portato alla scomparsa della vecchia
società rurale, con la conseguente irreversibile
rottura dell’equilibrio tra città e campagna.
Il contadino, trasformatosi in operaio, si rassegnerà
ad accettare la nuova realtà, finendo con il perdere
il suo senso di appartenenza all’arcaica (e solidale)
comunità rurale. Non che Revelli condivida sempre,
acriticamente, le testimonianze rese; infatti non si esime,
quando il caso lo richiede, dal sottolineare confusioni
ed incongruenze, carenze di elaborazione politica e ripiegamenti
reazionari. Egli ci vuol semplicemente dire che, di fronte
a un radicale stravolgimento di vecchi assetti sociali,
l’unico strumento in grado di fare opera di verità
storica, e capace al tempo stesso di assicurare la sopravvivenza
a quell’immenso patrimonio di esperienze, è
il ricordo Solo la memoria, costantemente coltivata ed arricchita
dalla ricerca di sempre nuovi documenti, anche appartenenti
al mondo dell’ oralità, può infatti
restituirci, intatti e palpitanti, i contorni di un tempo
che fu, o, se si vuole, di pagine sconosciute di storia.
Per conto suo l’autore, come precisa nel Mondo dei
vinti, così sente di aver interpretato la sua parte:
“E’ tutto qui il senso della mia ricerca, nel
dare un nome e un cognome ai ‘testimoni’, nel
rispettare senza mai forzare, senza mai distorcere, i loro
discorsi”. Il neorealismo degli anni Cinquanta, divenuto
fonte di impegno morale e civile, ci offriva così
un’altra delle sue tante versioni possibili del mondo
effettuale: quella dell’epopea dei “vinti”,
ai più sconosciuta, ricostruita dai suoi stessi anonimi
protagonisti. E non era certo una novità da poco.
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