Stranieri
in Italia e a scuola
Il mio nuovo compagno di banco
L’immigrazione è un fenomeno irreversibile.
Va affrontato e non esorcizzato. La diversità non
deve fare paura. L’accoglienza e il diritto di cittadinanza
Beniamino Lami*
Per
mesi mi sono portato appresso, in valigia, un libretto che
mi hanno regalato: L’ultimo viaggio di Sinbad
di Erri de Luca.
Non l’avevo ancora letto e non sapevo di cosa parlasse,
fino al viaggio verso casa dell’altro ieri.
Quando si parla di coincidenze! Sul treno avevo appena finito
la prima bozza di questa relazione e poi mi sono messo a
leggere il libretto: Sinbad, trasporta immigrati clandestini
verso l’Italia.
Terminato di leggere, si fa in fretta, ho ripreso a scrivere
la relazione e ho deciso di iniziarla citandone un pezzetto:
si tratta di un coro di donne mentre una madre sta per dare
alle onde del mare il suo piccolo appena nato, ma subito
morto.
Nasce tra i clandestini,
il suo primo grido è coperto dai motori
gli staccano il cordone con i denti,
lo affidano alle onde.
I marinai li chiamano Gesù
questi cuccioli nati
sotto Erode e Pilato messi insieme.
Niente di queste vite è una parabola.
Nessun martello di falegname
batterà le ore dell’infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Nasce tra i clandestini l’ultimo Gesù,
passa da un’acqua all’altra senza terraferma.
Perché ha già vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o mettere
una spina di più ai rovi delle tempie.
Sta con quelli che esistono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un’ora.
È ormai opinione diffusa tra le associazioni (si
veda, ad esempio, l’ultimo rapporto della Caritas)
e gli osservatori che si occupano di fenomeni sociali, che
l’immigrazione rappresenti ormai una dimensione strutturale
delle attuali società e che non possa più
essere vissuta come una perenne fase emergenziale.
Questa affermazione, presa sul serio (come si dovrebbe),
al di là della semplice constatazione di un dato
di fatto, implica una radicale rivisitazione dei modelli
su cui sono costruite le nostre città, il territorio,
le impostazioni e le modalità di funzionamento delle
istituzioni.
A noi, ovviamente, visto il tema che trattiamo, interessa
in modo particolare l’istituzione scuola e la formazione
nel suo complesso.
Un fenomeno in crescita
Che
la presenza di cittadini stranieri, nel nostro paese, sia
ormai un dato strutturale, lo dicono i numeri. Ne cito solo
alcuni.
Sono quasi due milioni e mezzo gli stranieri residenti in
Italia, pari al 4,2% della popolazione complessiva. Questo
dato ci dice che ci stiamo rapidamente avvicinando ai livelli
di altri paesi europei che sono assestati intorno al 6%.
La coscienza e la consapevolezza di questo dato implica
il riconoscimento di un contesto sociale nuovo, connotato
da una molteplicità di culture e di religioni, di
esperienze esistenziali variegate; connotato, per esprimersi
in modo sintetico, dalla diversità.
Certo, la diversità di genere attraversa anche tutte
le altre diversità, ma in qualche modo non è
più la sola a porre dei problemi e degli interrogativi
e l’ampliarsi delle problematiche può forse
aiutare l’uomo, il maschio, a capirla meglio e a capire
meglio se stesso.
L’eguaglianza tra diversi
Questa
coscienza impone, a chi ha l’onere e l’onore
di gestire una società democratica, di adottare politiche
e strategie in grado di realizzare il pieno riconoscimento
ed il rispetto dei diritti di
In fondo, in Italia, si tratterebbe di sforzarsi di applicare
pienamente la Costituzione.
Ma è questa la nostra realtà?
È questa la strada tracciata da chi ha l’onere
e l’onore di guidare il nostro paese?
A parte le leggi fatte ad uso e consumo personale del Presidente
del Consiglio, il governo Berlusconi ha varato tre grosse
controriforme che hanno abolito o modificato leggi precedenti:
la cosiddetta riforma Moratti, la legge 30/03 sul mercato
del lavoro, e la cosiddetta legge Bossi-Fini.
Adesso si appresta a varare la quarta: quella sulle pensioni.
La Bossi-Fini, che modifica la legge Turco-Napolitano (che,
detto per inciso, non era priva di difetti) che idea ha
della diversità, come l’affronta, come tutela
il diritto di cittadinanza?
In un articolo molto bello comparso sul n° 5 del Mulino
del 2002, Maurizio Bettini fa una analisi del testo della
Bossi-Fini, dal punto di vista antropologico. Tra le tante
cose che emergono, l’attenzione viene calamitata dal
fatto che la legge precedente, che assegnava quote preferenziali
di ingresso ai cittadini stranieri provenienti da stati
con i quali erano stati stipulati accordi politici, viene
modificata nel senso di affiancare a quel criterio un altro
che poi diventa determinante e significativo sul piano ideologico,
che è quello della parentela, fino al terzo grado,
con un italiano/a.
Vale a dire che il criterio con cui si guarda agli altri,
li si giudica, li si seleziona, è quello di una presunta
italianità. È soprattutto da questa che deriva
la possibilità di essere accettato ed accolto. Significa
la ricerca dell’appartenenza ad un ceppo, vale a dire
ad una razza. Rispunta quindi, senza essere nominata, una
cosa dolorosa della storia contemporanea.
Ma Fini, come tutti quanti i cittadini di questo paese,
deve stare attento, perché l’idea identitaria
di Bossi e del suo partito, tende a diventare sempre più
piccola, più ristretta e selettiva.
La Devoluzione, il federalismo bossiano, tende a sbriciolare
l’unità nazionale, in nome e nella difesa di
tante identità e particolarismi. Una unità
nazionale che si fonda sul senso di appartenenza non ad
una razza, ma ad una comunità, una società,
che deve garantire a tutti i suoi membri, indistintamente
uguali diritti e pari opportunità.
Diritto alla salute, al lavoro, alla casa, all’istruzione
ed alla formazione, diritto di informazione e di espressione
del pensiero.
L’ossessione del nemico
Questo
principio di identità sempre più piccolo,
costruisce le proprie fondamenta sul senso dell’insicurezza
delle persone, che si fa più acuto nei momenti di
crisi economica e sociale. Alla insicurezza ed alla paura
si associa la diversità. Ecco che allora l’altro
da te, diventa il pericolo da combattere, il nemico da tener
lontano.
Ma questa è una involuzione culturale pericolosissima,
foriera di disgrazie e guerre.
Il nemico sta nel colore diverso della pelle, il nemico
sta nel credo religioso diverso, il nemico sta nel comunismo.
Il nemico sta ovunque.
Se non sei cattolico, se sei un seguace dell’Islam,
è facile anche che tu sia un terrorista.
Da questo punto di vista, la questione che si è sviluppata
intorno alla sentenza del giudice dell’Aquila che
ha disposto la rimozione del crocifisso da una scuola della
provincia, è emblematica.
(...)
E’ molto facile semplificare, mentre è sempre
più complicato porre rimedio alle conseguenze delle
semplificazioni. Come, purtroppo è sempre più
facile scatenare una guerra che porre rimedio ai suoi errori
ed orrori, come i tragici fatti di questi ultimi anni dimostrano
ampiamente.
La scuola e la comunità locale
Ma,
tornando al mondo della scuola, in che modo risponde o intende
rispondere alle questioni che abbiamo sollevato?
La scuola istituzione non risponde. La legge 40 del ’98
è ancora in vigore. È una legge che può
essere perfezionata, ma è una legge buona, che ha
fatto fare dei passi avanti a partire dalla impostazione
dei problemi relativi agli immigrati. Ma è una legge
inapplicata, priva di finanziamenti, inutilizzata dal nostro
Miur, che su questo non si muove e, tutto sommato, sono
in molti a ritenere che sia meglio così. Non si fidano
ed hanno ragione perché se l’approccio è
quello che sta nella legge 53/03, e quello che concretamente
verifichiamo in termini di risorse e di attenzione al mondo
della scuola, dobbiamo cercare di starne lontani. Se si
taglia il sostegno, se si tagliano a raffica organici docenti
ed Ata, si può mai pensare che gli venga in mente
di investire sulla intermediazione culturale, sulla multiculturalità?
Se si pensa ancora che la religione cattolica sia la religione
di stato e quindi vada sostanzialmente reintrodotto l’obbligo
per tale insegnamento, si può mai pensare di avere
considerazione e rispetto per altre culture e religioni
diverse da questa?
No, credo di no!.
Ed allora la risposta della scuola, come sempre, è
affidata alla scuola militante, quella che può dare
fastidio a chi si occupa solo dell’immagine, perché
la scuola militante si occupa invece di contenuti. Non passerà
molto che verrà pubblicamente definita una scuola
comunista; ma non è così, si tratta di scuole
dove i lavoratori prendono sul serio il proprio lavoro e
rispettano le persone con cui si rapportano ed interagiscono.
La risposta è affidata al territorio ed alle comunità
locali accoglienti che, a dispetto dei continui tagli ai
bilanci dei comuni che le leggi finanziarie, anno dopo anno,
propongono e realizzano, hanno capito che la compresenza
di culture ed esperienze diverse non è un problema,
ma una ricchezza.
Ho letto una cosa molto bella in una relazione presentata
da Aluisi Tosolini nel 1997 a Torino, la propongo per concludere:
“Apprendere a convivere con le differenze non è
tuttavia un percorso facile… Più in profondità
implica assumere la consapevolezza che la stessa identità
di ogni persona nasce e si alimenta nella differenza.
Ogni singola persona è attraversata dalla differenza
e dall’alterità ed apprendere a convivere
con l’alterità è un progetto che implica
lo stesso apprendere a convivere con sé.
Conseguenza prima di tale prospettiva è il necessario
riconoscimento dei diritti culturali come diritti fondamentali
ed irrinunciabili di ogni essere umano. Riconoscere, inoltre,
la diversità e la pluralità come ricchezza
implica dare pieno senso alla democrazia che si avvalora
solo a partire dalla diversità.
Senza alterità, infatti, la democrazia si riduce
a vano esercizio”.
*
Relazione di apertura del convegno Il mio nuovo compagno
di banco, svolto a Milano il 21 novembre scorso, organizzato
da Cgil Scuola, Arci, Coordinamento Genitori Democratici
e Proteo fareSapere
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