C’era una volta la scuola militante
Quando suona la campanella

Il lavoro dell’insegnante si chiude alla fine dell’ora? È possibile non pensare a problemi che sono persone in carne ed ossa? Quante cose ci sono da fare alla fine della lezione? Una diabolica riflessione sul lavoro docente
Belfagor

Giorno libero, finalmente riposo. Ma c’è qualcosa da fare a scuola… e il povero arcidiavolo parte. Entra quasi di soppiatto, cercando di sfuggire al controllo - più curioso che occhiuto - del “collaboratore-di-turno” al gabbiotto della portineria. Rasenta i muri avvolto nel mantello diabolico e fa la sua comparsa nella stanza dello “staff-del-dirigente”… e la trova piena di altre figure diaboliche. “Ma tu… non è il tuo giorno libero?” - “Perché, tu hai cambiato il tuo?” ecc.


Il mondo... alla fine dell’ora

Cosa spinge tanti insegnanti, contrariamente a quanto si potrebbe credere e a dispetto di tutta la disaffezione o il disincanto che da anni vengono evocati ogni volta che si parla di scuola, a “fare un salto” a scuola nel giorno libero? forse il fatto che non avendo un altro lavoro non sanno che fare? Non direi. Piuttosto a pesare è la lucida consapevolezza che questo lavoro non si esaurisce quando termina la lezione. Il suono della campanella - quando suona: la deontologia professionale non pesa sempre allo stesso modo tra i “collaboratori-addetti-al-suono-della-campanella - non segna solo il cambio dell’ora o la fine della giornata, segna piuttosto l’apertura di un altro capitolo della vita di chi insegna, non meno intenso dell’altro…
Quante sono le cose che fa un insegnante quando “smette” di fare lezione? Chi si occupa di contratti sa che la storia è lunga e che tanti sono stati i tentativi di “normare” tutto ciò che non è lezione ma che un insegnante deve comunque fare: ma non ci sono solo i famosi compiti da correggere, le relazioni, i verbali, la preparazione degli argomenti, la partecipazione alle riunioni (di collegio, di dipartimento, di commissione, di consigli di classe, di organi collegiali), i ricevimenti dei genitori, gli sportelli didattici, i recuperi individualizzati, gli incontri con gli specialisti o esperti esterni (ma quanti sono? dagli psicologi agli orientatori, dai registi cinematografici ai titolari di scuola guida, passando per i ballerini, i musicisti, i tour operator ecc. ecc.). Né ci sono solo le attività connesse alle nuove incombenze delle funzioni varie, alle reti, alle pseudoformazioni o aggiornamenti, alla progettazione di non si sa più che, alle collaborazioni col dirigente e chissà quante altre ancora…
C’è qualche altra cosa. Nessuno dei diabolici colleghi dell'arcidiavolo era tornato a scuola per obbligo…


Samuel ed Elisa non sono problemi didattici

E forse è proprio per questa “altra cosa” che stabilire per contratto quante ore servirebbero a fare bene l’insegnante si è rivelato quasi impossibile: 40? 80? Ma chi le può contare?
Sì, c’è anche chi le conta, e forse fa bene. Ma quando l’arcidiavolo ha provato a contare le proprie ore non di lezione ma di scuola, s’è accorto che non era solo impossibile, ma che era inutile e in definitiva tanto più faticoso che non farlo… Del resto, come computare il tempo cerebrale? c’è un tempo in cui il cervello va in vacanza?
Il problema è che l’arcidiavolo la scuola ce l’ha nel sangue e non riesce a liberarsene così facilmente come vede fare da altri colleghi meno diabolici di lui e dei suoi amici: quando meno se lo aspetta riemerge quel problema che pensava (sperava) di aver chiuso nel registro… e riemerge non come un problema astratto su cui riflettere tranquillamente, ma con un volto e un nome concreti, ora di quel ragazzo ora di quel collega, di quel genitore, ora di quell'amministratore: e ciò complica maledettamente la cosa. Samuel, ad esempio, non è un “problema didattico”, è un individuo in carne ed ossa che in qualche modo hai incontrato e che ti ha chiesto, direttamente o indirettamente, un aiuto perché della scuola e della sua vita, in questo momento, non gli importa niente; è un aiuto che tu non gli puoi dare, o che forse potresti dargli solo a certe condizioni, che potresti creare, ma che dipendono da te solo in piccola parte: il resto dipende, appunto, da un amministratore, da un collaboratore, da un esperto che non puoi contattare se non in orari inconciliabili con quelli del tuo tempo-scuola. Che fai? Smetti di pensarci quando chiudi il registro? Ma d’altro canto un aiuto diverso ti ha chiesto Elisa, …e così Andrej, che è appena arrivato dalla Polonia e non sa una parola di italiano e non ha neanche i libri. Ognuno potrebbe diventare un articolo, e magari tutti assieme potrebbero produrre un bel saggio di pedagogia o di critica della politica scolastica di questo o quel governo, di questo o quell'ente locale.
Ma separare la riflessione e la rete di relazioni dalla quale è prodotta è impossibile. Qualcuno ha detto (ma era un intellettuale di sinistra passato di moda; si chiamava Antonio): “se non mi succede niente nella vita non mi succede niente nel cervello”. La vita del professore è piena di accadimenti, anche se - anzi, proprio perché - si svolge tutta tra le quattro mura della sua scuola: un microcosmo nel quale c'è tutto o nel quale, comunque, tutto si riflette…


Il senso di responsabilità

Per questo il suo cervello è in perenne movimento: ciò che insegna non è mai uguale a ciò che ha insegnato l’anno precedente (figurarsi se assomiglia a quello che ha studiato all’università…); quelli che gli stanno di fronte non sono mai uguali a se stessi, non solo nel corso dei due o tre anni di corso, ma neanche nel corso dello stesso anno o dello stesso quadrimestre; e ciò che gli si muove attorno è in perenne trasformazione.
Il suo universo esperienziale ed emotivo assomiglia ad un insieme di ruote, ciascuna delle quali è dotata di un proprio centro indipendente e autonomo, che a volte si sfiorano, si sovrappongono, si scontrano o si ignorano totalmente… E il rischio non solo di non poter intervenire a modificare il corso o la velocità di movimento, ma di essere risucchiato in un vortice improduttivo è sempre presente.
Come sorprendersi allora se è praticamente impossibile lavorare “a tempo”? Come meravigliarsi se “restano sempre tante cose da fare” e se non solo il giorno libero ma anche le vacanze sono in realtà pieni di scuola? Ma non c’è nulla di letterario o di retorico in questo discorso: l’arcidiavolo non è commosso da certe immagini letterarie che descrivono l’insegnante come un missionario - da De Amicis alla Moratti gli esempi non mancherebbero - o come un povero frustrato “che si è perso nella scuola a 12 anni e non ha più trovato la via d’uscita”; ed è francamente nauseato da certi luoghi comuni del tipo: “chi sa fa chi non sa insegna” o da certe immagini pubblicitarie o da certe melense macchiette diffuse dalla fiction a buon mercato.
È convinto piuttosto che il ruolo che l’insegnante è chiamato a giocare è di straordinaria delicatezza e responsabilità e non trova adeguato riconoscimento in quanto tale, non in quanto traducibile in ore di insegnamento o di attività aggiuntive all’insegnamento. È qualcosa che ha a che fare con la sua idea di scuola.
L’arcidiavolo, e gli altri diavoli, hanno un’alta opinione del proprio lavoro, insomma.
Se non fosse così non ci sarebbe altro modo per spiegare il fatto che tanti insegnanti (ma chi potrebbe azzardare una percentuale?) “passano a scuola nel giorno libero”, se non il ricorso alla patologia…
Ma visto il numero di quelli che hanno rispedito al mittente l’agenda di propaganda inviata dal ministro di dio - anche questo succede a scuola, per fortuna – l’arcidiavolo propende per l’idea che tra gli insegnanti ci siano ancora molte persone sane e sagge.
Una volta si chiamava scuola militante, ora si ha pudore nel definirla tale; ma che altro è?

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