27 gennaio 2004. Io non rinuncio alla memoria
Levi e Belli un incontro sui generis
David Baldini

A differenza degli altri anni, abbiamo pensato - per il 2004 - di celebrare il “Giorno della Memoria” in modo originale: ovvero in modo indiretto. Abbiamo insomma ritenuto più congruo attenerci al tema seguendo vie traverse, convinti che queste possano essere foriere di maggiori risultati, soprattutto se orientate nella direzione della provocazione intellettuale. L’idea che ci ha mosso è quella per la quale, essendo Auschwitz un vero e proprio paradigma della storia (passata, presente e futura), solo riflettendo su Auschwitz era possibile indicarne la portata universale. La riprova è costituita da questa lettura di Giuseppe Gioachino Belli (poeta romano, italiano ed europeo) da parte di un critico sui generis quale è Primo Levi. L’incontro tra i due, inscrivendosi nella comune curiosità per la natura ed il destino dell’esistenza umana, era forse fatale. E di esso abbiamo voluto rendere conto.

David Baldini *


Da un punto di vista della critica in generale, il contributo di Primo Levi alla conoscenza del grande poeta romano si riduce, a prima vista, a ben poca cosa: ad un piccolo capitolo intitolato La pietà nascosta sotto il riso, contenuto nell’originale antologia intellettuale che, curata dal grande scrittore, porta il titolo di La ricerca delle radici (1) . Tuttavia, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’Autore di Se questo è un uomo (2) sa bene quanto la scarsezza di contributi critici attinenti al mondo delle lettere (per lo più pubblicati nel tempo, ma solo saltuariamente, sulla stampa quotidiana e periodica) non sia in lui indizio di povertà di interessi, quanto piuttosto espressione di un temperamento schivo ed appartato, tutt’al più incline ad operare qua e là qualche incursione “nei mestieri altrui, bracconaggi in distretti di caccia riservata” (3) .


Il vero senza speranza: Primo Levi legge Giuseppe Giochino Belli

L’idea di curare un raccolta di brani per una “antologia personale” è tuttavia motivo sufficiente perché la sua particolare sensibilità, affinata dalla tragica esperienza patita nell’iniverso luciferino di Auschwitz, si dispieghi in tutta la sua forza, anche alla luce di una autorità attinta alla scuola della sofferenza. La scelta degli autori viene dunque esercitata con una tensione estrema, tale da comportare il coinvolgimento pieno e senza riserve di tutto un vissuto che gli appare indecifrabile, ma sul quale non rinuncia a far balenare un po’ di luce.
Di qui il confessato imbarazzo provato nel curare la raccolta in questione: egli avverte con acutezza il rischio connesso ad una impresa che, secondo le sue parole, “non era né vuota né superficiale né gratuita; non era un giuoco di società”. (4) . Stranamente, egli dice di sentirsi “più esposto al pubblico, più spiattellato, nel fare questa scelta che nello scrivere libri in proprio”. (5) Tale acuta sensibilità, subito tradotta in una tensione spirituale vissuta senza indulgenze, in una esigenza di approfondimento autobiografico privo di compiacimenti, in una ricerca assoluta di verità, ha l’effetto di sommuovere tutto un mondo interiore. Ultimata la compilazione, l’antologia ha su di lui l’effetto di una rivelazione: tra gli autori prescelti ci sono Omero e Lucrezio, Rabelais e Conrad, Belli e Porta. “Tutti o quasi - egli precisa - risentono delle opposizioni fondamentali iscritte ‘d’ufficio’ nel destino di ogni uomo cosciente: errore/verità, riso/pianto, senno/follia, speranza/disperazione, vittoria/sconfitta” (6) .
Tra questi grandissimi scrittori e poeti c’è dunque anche Giuseppe Gioachino Belli, la cui opera viene inscritta nella sezione intitolata La salvazione del riso, nella quale figurano anche Rabelais, Porta e Schalòm Alechém. È questo il segno inequivocabile di un’affinità elettiva, ben più cospicua delle parole altamente significative che pure Levi dedica a Belli: “Il mondo poetico di Giuseppe Gioachino Belli non ha nulla di olimpico. Nasce dal basso: l’autore, con fedeltà ossessiva in tutta la sua enorme opera, non prende quasi mai la parola, ma trascrive, fino all’illusionismo acustico, le voci della plebe di Roma, ed attraverso questa convoglia al lettore una ben definita visione del mondo” (7) . Ecco riassunti, in pochi efficacissimi tratti, la natura e lo spessore di questa affinità: l’occhio di Levi si volge subito ad indagare la reale natura del mondo belliano (“non ha nulla di olimpico”), a evidenziare il punto di vista in cui il poeta romano si colloca nell’osservazione della realtà (“dal basso”), a delineare la qualità morale del rapporto istituito con la materia trattata (“l’assoluta fedeltà”), ad evidenziare la novità del linguaggio usato (“l’illusionismo acustico”), a tratteggiare l’orizzonte che vuole schiudere davanti agli occhi dei lettori (“una ben definita visione del mondo”).

(1) P. Levi, La ricerca delle radici, Einaudi, Torino 1981.
(2) Pubblicato in prima edizione dall’editore De Silva (Torino 1947), il libro conoscerà un progressivo successo a partire da quando uscì, per la prima volta, con i tipi dell’Einaudi, (Torino 1958).
(3) Primo Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985.
(4) P. Levi, La ricerca delle radici, op. cit.
(5) P. Levi, op. cit.


La spaccatura nel destino del mondo

Il primo consistente tratto di questa “ben definita visione del mondo” è indubbiamente il radicamento nel presente, dal quale emerge la percezione di una realtà divisa in due, mirabilmente descritta da Belli nel sonetto Li du’ gener’umani (8) . Per Levi tale spaccatura nel destino del mondo è stata introdotta da Auschwitz, vero e proprio spartiacque intervenuto a separare non solo due universi, quello umano e quello ferino, ma due ben distinte fasi della storia. Per entrambi, comunque, la ricomposizione del mondo è impresa complessa, se non addirittura impossibile: l’essere stati testimoni della degradazione prodotta dal male, del processo di regressione verso il quale sospinge la logica della violenza, della disgregazione di ogni valore che stravolge la natura della creatura umana respingendola verso forme di assoluto egoismo, ha fatto loro cogliere la devastazione che la violenza del potere produce sul terreno della solidarietà.
La scelta leviana dei sonetti appare dunque coerente con questa interpretazione del mondo: essi sono solo quattro (La creazzione der monno, Se more, Madama Lettizia, Er deserto), ma colgono efficacemente quella unità circolare sottolineata da Carlo Muscetta a proposito dell’opera belliana, “dove tutto è principio e fine perché tutto ritorna allo stesso punto” (9) . Essi, al di là del loro valore estetico, se singolarmente costituiscono altrettanti punti nodali della problematica belliana, nel loro complesso assumono un significato altamente riepilogativo, in quanto descrivono, come precisa Levi, “l’atto creativo, conglobato con Peccato Originale in un raccorci anacoluto, barocco e tragico; la morte di un asino stroncato dalla fatica; la decrepitudine deserta di Letizia Bonaparte; la desolazione della campagna romana”. Un sonetto in particolare colpisce Levi: Se more. Partendo da un giudizio di Giorgio Vigolo (espresso a proposito della “pietà, nascosta sotto il riso, per gli esseri inferiori, avviliti, degradati”), Levi conclude: “Anche qui si ricava una severa lezione morale da un capovolgimento: l’uomo, qui, è crudele e stupido, ‘come le bestie’, è un balbuziente mentale, incoerente e feroce; l’asino muore una morte da martire (10) ”.
Per Primo Levi, come si diceva, il rovesciamento del mondo era avvenuto nel Lager; qui era stato costretto ad assistere al disvelamento della natura umana in termini di assoluta negatività hobbesiana. Vi aveva visto fiorire e prendere corpo (come egli scrive ne I sommersi e i salvati (11) ) la vasta “zona grigia”, vero e proprio “microcosmo intricato e stratificato” di spie e di collaboratori con l’autorità, nel quale la rottura dell’umana solidarietà si era consumata definitivamente anche al livello delle vittime. E in questa zona di ambiguità aveva visto istituirsi un rapporto di collaborazione, razionalmente inconcepibile, tra padroni e servi. Di qui, spiegando le ragioni che lo avevano indotto a scrivere i quindici racconti raccolti nel volume Storie naturali (12) , in una lettera privata egli constatava l’esistenza “di una smagliatura, di una falla piccola o grossa, di un ‘vizio di forma’ che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo”. La sua visione della realtà “dal basso” non era stata determinata da una scelta intellettuale, quanto piuttosto da una condizione dolorosamente sperimentata e condivisa con gli altri deportati, sotto l’impulso di una inaudita costrizione: dal viaggio di trasferimento in treno in vagone piombato, all’arrivo ad Auschwitz, dalle prime battiture (“calci e pugni subito, spesso sul viso” (13) ), agli ordini urlati in una lingua incomprensibile, dalla miseranda vita nelle baracche, allo straziante scorrere di un tempo scandito dalla fatica e punteggiato dal fumare ininterrotto del camino del forno crematorio.

(6) P. Levi, op. cit.
(7) P. Levi, op. cit.
(8) I sonetti del Belli sono citati seguendo l’ edizione de I sonetti curata da Carlo Muscretta, Feltrinelli, Milano 1980.
(9) Carlo Muscetta, Introduzione a I sonetti, op. cit.
(10) Giorgio Vigolo, I sonetti romaneschi di G.G. Belli; Mondatori, Milano 1952.


La pesantezza di essere reduci

La “assoluta fedeltà” alla materia trattata scaturisce così in lui, uomo comune diventato nel “buco nero” di Auschwitz uno zimbello nelle mani di Dio o della storia, da un obbligo morale contratto con se stesso e con le sue vittime. Come da recluso non si era mai piegato ad abiurare al senso profondo della propria umanità, così da “salvato” si ergerà a testimone per necessità e per dovere. Il ricordo dei morti in Lager, i “sommersi”, diverrà così il motivo centrale del suo impegno e della sua esperienza letteraria, divenuta “ragione di vita” dopo la “vergogna indecente” prodotta dal fatto nazista. Cosi lo scrittore spiega il suo stato d’animo nella sua Prefazione a La vita offesa (14) , una antologia di memorie di sopravvissuti ai Lager nazisti: “Per il reduce, raccontare è impresa importante e complessa. È percepita ad un tempo come un obbligo morale e civile, come bisogno primario, liberatorio, e come una promozione sociale: chi ha vissuto il Lager si sente depositario di un’esperienza fondamentale, inserito nella storia del mondo, testimone per diritto e per dovere, frustrato se la sua testimonianza non è sollecitata e recepita, remunerato se lo è”.
Il processo di creazione artistica, incardinato su queste ragioni etiche, diviene bisogno di catarsi non meno che volontà di comprensione di una realtà ambigua e sfuggente come quella dei Lager, ormai assunto ad emblema paradigmatico della condizione umana nel momento della sua massima afflizione. Così, alla nota affermazione di Adorno, secondo la quale “dopo Auschwitz scrivere liriche è da barbari”, Levi aveva replicato, con altrettanta chiara coerenza, che “dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz”.
Tale fedeltà al vero investe anche il terreno della lingua; Levi manifesta un’aperta predilezione per il dialetto, pur avendo scritto tutte le sue opere, ad eccezione de La chiave a stella (15) , in italiano. Egli riesce tuttavia ad evitare accuratamente l’uso “marmoreo” della lingua e ad esaltare nella sua prosa il linguaggio vivo, semplice ed asciutto, quasi didattico, quale del resto la materia narrata gli imponeva. In questa esigenza di precisione terminologica e di chiarezza geometrica dell’espressione, che tendeva a rendere con assoluto realismo i suoni delle parole, Levi riusciva a conciliare sapientemente il mestiere del chimico e quello dello scrittore.
Ecco dunque chiarito il senso di quella “ben definita visione del mondo” che Levi subito coglie e sottolinea nell’opera del Belli. Tra i due si insinua però una sostanziale differenza: la nefandezza dell’olocausto, vero discrimine del mondo contemporaneo, non può essere separata dall’inaudita misura delle sue proporzioni. La “banalità del male”, acutamente colta nella sua disumanità dal poeta romano – ma ad uno stadio ancora di latenza -, conflagrerà in tutta la sua forza distruttiva nella realtà del Lager, al punto che l’ironia, il sarcasmo, il sorriso amaro ancorché pietoso non saranno più strumenti sufficienti atti a rappresentarla. La ritualizzazione della violenza, assunte le forme di un’organizzazione freddamente burocratica, porterà allo sterminio programmato di milioni di esseri umani; era questo un fatto inconcepibile per chiunque perché potesse essere presagito, anche partendo dalle visioni più pessimistiche. Da allora in poi, la dimensione del riso avrebbe trovato un suo invalicabile confine nell’applicazione sul terreno espressivo.
La ricerca delle radici è preceduta da un grafo, che vede collocato, nel suo punto più alto, il personaggio di GIOBBE; da qui si diramano quattro distinte direttrici: la salvazione attraverso il riso, l’uomo soffre ingiustamente, statura dell’uomo, la salvazione del capire: tutte convergono verso un punto, posto agli antipodi e denominato BUCHI NERI.
La pietà verso i più deboli, l’inesausto bisogno di riabilitare una giustizia violata ed offesa, la ferinità dell’uomo che affiora sotto l’urgere dell’oppressione, se avevano fatto apparire agli occhi del Belli Roma come una sorta di cauda Mundi, avrebbero fatto assurgere Auschwitz agli occhi di Levi quale anus Mundi. Entrambi avevano tuttavia intuito, sia pure con diversa misura, di trovarsi di fronte ad un emblema che si spingeva al di là del contingente, ad un luogo “altro”, eppur di questo mondo, in cui precipita e si agglutina tutto ciò che il cuore dell’uomo percepisce come ostile e negativo. La spaccatura era stata così profonda da non risparmiare neppure il terreno della metafisica.
In un’intervista (16) che lo scrittore piemontese, poco prima di morire, aveva concesso a Ferdinando Camon, nella parte conclusiva egli, non credente per sua stessa ammissione, aveva affermato: “C’è Auschwitz, quindi non può esservi Dio”. Come rivela Camon, Levi aveva poi aggiunto sul dattiloscritto, a matita: “Non trovo la soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo”.

(11) P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
(12) Storie naturali, Einaudi Torino 1966, fu pubblicato all’inizio da Levi con lo pseudonimo di Damiano Malabaila.
(13) Così ne I sommersi e i salvati, op. cit.
(14) La vita offesa, a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla, Franco Angeli, Milano 1986.
(15) P. Levi, La chiave a stella, Einaudi, Torino 1978.


Le vie della salvezza

Dunque, anche su questo terreno estremo, emerge un altro aspetto dell’affinità tra Belli e Levi: se il primo, nell’altissimo sonetto La morte co la coda, aveva rappresentato l’ultimo passaggio “come un passo che ve gela er core”, lasciando presagire l’orrore di un aldilà fatto ad immagine e somiglianza di questo mondo - solo dilatato a misura dell’eternità -, il secondo, con il porre in forma dilemmatica il problema (o Auschwitz o Dio) spacca il nesso della continuità per riportare su questa terra un rovello che riassume tutto intero il dramma della condizione umana. Il dubbio di Levi – laico e progressista - ed il terrore di Belli - conservatore e uomo di fede -, pur nella diversità della denunzia delle “magnifiche sorti e progressive”, appaiono tuttavia in sintonia su di un punto decisivo. Entrambi ci trasmettono, con la loro pessimistica visione, un identico e pressante messaggio: solo bandendo, sia pure con dolore e con fatica, l’oppressione, l’ingiustizia, la corruzione dal mondo in cui viviamo, l’uomo può conquistarsi il diritto a vivere degnamente. In caso contrario, non riusciremo ad evitare il pericolo sempre incombente che le sinistre ombre del passato - quelle che, annidandosi perennemente negli interstizi della storia, sono sempre pronte a riemergere - possano prima o poi afferrarci di nuovo, sospingendoci nel bel mezzo di quella “zona grigia” che segnerebbe per chiunque, laico o religioso che sia, la fine della speranza umana in una possibile salvezza.

(16) Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi, Garzanti, Milano 1991. Il libro uscirà postumo.

* Il testo di questo articolo, con poche correzioni, è stato letto dall’autore in occasione della celebrazione del bicentenario della nascita di Giuseppe Gioachino Belli, tenutasi nel 1991 a Roma nella Sala della Protomoteca del Campidoglio.

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