presentazione
Ermanno Detti
“Vs la Rivista” dedica, con questo stesso fascicolo, un catalogo all'arte astratta e agli artisti che nel 2005 hanno lavorato per rendere più bella e più godibile la nostra pubblicazione. A questi stessi artisti dedichiamo una mostra (i particolari nell'ultima pagina).
Questa iniziativa è durata un intero anno solare e ora tentiamo di darle continuità e nuove prospettive. Pensiamo che il mondo dell'Arte e della Scuola abbiano trovato su queste pagine un felice connubio e che i felici connubi possano avere la durata e gli sviluppi che meritano.
“Artisti per la scuola” è stato il titolo di questa fortunata iniziativa, nata con il semplice intento di dare “lustro” alla nostra rivista e, allo stesso tempo, di cercare un non ben chiaro avvicinamento tra Artisti e mondo della formazione. Insomma volevamo, all'inizio confusa-mente, che l'Arte diventasse strumento di conoscenza e allo stesso tempo di formazione di coscienze sensibili ai nuovi canoni estetici che si vanno schiudendo nel mondo contemporaneo.
Oggi “Artisti per la scuola” è diventata - nella nostra Redazione, negli artisti che hanno partecipato all'iniziativa, nei lettori - una sorta di parola d'ordine che ci ha coinvolto e quasi non riusciamo ad arrestare l'impeto di entusiasmo.
Con la mostra tenteremo la difficile strada di un rapporto tra Artisti, Docenti e Discenti. Speriamo di avere fortuna.
C'è da chiedersi perché abbiamo scelto l'astrattismo, l'arte astratta. Al di là della casualità, c'è nel mondo di oggi un fatto nuovo: dopo un lungo periodo di perplessità l'arte astratta ottiene consensi. Non è facile capire perché un movimento artistico riesca ad affermarsi, ma forse in questo caso non è difficile, specialmente se seguiamo l'evoluzione storica dell'arte nel secolo scorso. È agli inizi del Novecento che avviene la frattura con l'arte tradizionale e inizia la ricerca di nuove istanze estetiche. In Italia il futurismo inizia una folle ma coraggiosa corsa: taglia i ponti con il passato e guarda a nuovi mondi basati molto spesso su un tratteggio che sembra volutamente disperdersi nel futuro. Ma anche in Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra trionfano il cubismo, il dadaismo, il raggismo, il surrealismo la cui intenzione è sempre la stessa: rompere con le regole rigide dell'arte classica, anzi dell'arte del passato. Dagli Stati Uniti poi, con Warhol e gli altri, dagli anni Sessanta l'arte prende una strada mai intrapresa nella storia, quella di entrare con prepotenza nella realtà del mondo per scomporlo e minarlo nelle istanze fondamentali: il consumismo, la base della “nuova economia”…
Se si tiene conto di tutto questo non è difficile giungere ai giorni nostri e comprendere il senso di un'arte astratta, affidata ai segni. Il che vuol dire affidata alla percezione fugace di un'arte in movimento e in evoluzione. Alla fin fine non c'è nemmeno il rifiuto dell'arte figurativa. C'è semmai la consapevolezza dell'impossibilità della contemplazione che richiedeva l'arte classica.
Ma c'è un altro aspetto meno chiaro ma su cui varrebbe la pena riflettere.
Anche il nostro mondo - quello della globalizzazione, delle nuove scoperte scientifiche dell'elettronica, delle connessioni internazionali o dei nuovi rapporti sociali ed economici che si intrecciano con conflitti così terribili che frantumano le coscienze - non è meglio rappresentato da segni astratti che si rincorrono anziché da una figura statica? Noi pensiamo di sì. E si aprirebbe ancora un altro discorso, a quello della nuova arte poetica o letteraria che si frantuma in generi o all'arte illustrativa che, anche quando è figurativa, tende - pensiamo alle copertine del The “New Yorker” - alla metafora e all'astratto. Ma ci dobbiamo fermare qui.