energia e municipalizzate

IL BLUFF DELLA LIBERIZZAZIONE
Chicco Tagliaferri

 

Non ho competenza e ruolo per avanzare “dotte disquisizioni” su un tema così complesso alcuni fatti che in questi ultimi anni ho raccolto nel mio lavoro quotidiano. Questioni che non sono mai stato capace di capire sino in fondo.
Per questo, usando un punto di vista estraneo, distante e senza alcuna competenza profonda, specialistica o di studio, provo a mettere in fila alcune impressioni che ho scorto nel mio confronto quotidiano con le comunità locali sul tema dell’energia. Lo farò, magari anche in chiave provocatoria, per vedere se, con il contributo della discussione, riesco finalmente a capirli.

 

Una contraddizione di termini

Mi sembra di vedere una contraddizione - questo è il primo fatto - tra le due parole “liberalizzazione” e “municipalizzate”. Perché è difficile prendere sul serio la liberalizzazione del mercato elettrico. Quello che ho visto mi è sembrato più una condivisione dei vantaggi sistemici del settore che una vera e propria concorrenza. E poi perché gli interventi legislativi sono stati portati a termine in modo incompleto e in forte ritardo.
La forte interconnessione sistemica tra i diversi mercati elettrici sta suggerendo ad alcuni paesi forti dentro l’Ue la convinzione “nuova” che un intervento di governo che aiuti la mano invisibile del mercato a ridurre le asimmetrie sia oggi indispensabile. Così come improcrastinabile - vista la rilevanza strategica delle forniture energetiche per la qualità di ogni nazione e visto il potere dell’energia sullo scacchiere geopolitico - viene ritenuto un approccio sistemico al tema, più globale e politico, più vicino all’interesse del Paese collettivo che non del Paese azionista.
Sull’altro lato dell’ossimoro la dicotomia si divarica ancora di più perché le municipalizzate sono aziende che hanno goduto, ieri ed oggi, di vantaggi istituzionali consistenti e di una prossimità con il proprio mercato di riferimento che potrebbe essere interpretato come monopolio naturale. Preferisco considerare questa vicinanza un asset davvero prezioso, l’unico vero valore di queste aziende. Un valore forte, se è vero - questo è un altro fatto - che sul mercato finanziario di Londra, tanto per fare un esempio, i grandi fondi e le banche di investimento sono pronti a finanziare i programmi di sviluppo delle municipalizzate perché considerati “sicuri” e profittevoli. Anche più di progetti analoghi presentati da aziende private.
Non ho visto, poi, un processo di vera integrazione tra le municipalizzate. Sarebbe stata questa, una risposta logica in un processo di transizione a un mercato aperto che richiede forti investimenti, asset di generazione e una massa critica per reggere concorrenza e sviluppo degli investimenti.
Ci sono state fusioni ed aggregazioni, è vero. Ma quello che è avvenuto mi è sembrato più una risposta data controvoglia a una minaccia, un passo obbligato e subìto. E non una scelta proattiva e consapevole da parte di tutti gli attori. A volte si è preferito scendere nell’agone del mercato competitivo attraverso alleanze con grandi aziende private o con grandi gruppi stranieri. Cosa che mi sembra meno logica di un’integrazione orizzontale tra le diverse realtà aziendali delle città italiane. Se non altro, laddove è avvenuto, questo processo è servito comunque ad innescare un percorso di professionalizzazione della loro struttura organizzativa.

 

Opportunità mancate

Mi sarebbe sembrato più naturale osservare un processo più laico di alleanze ed integrazione, capace di mettere a fattore comune, ad esempio, lo sviluppo di impianti di generazione moderni ed efficienti e di infrastrutture di trasporto e stoccaggio. Oppure capace di affrontare di petto il problema della sicurezza del sistema energetico andando sul mercato internazionale per assicurarsi fonti di approvvigionamento nuove e su scacchieri internazionali diversi. O ancora ricercando e sviluppando le fonti rinnovabili che comunque contribuiscono a dividere il rischio e quindi a ridurlo. Mi ricordo sempre che la forza di un gruppo è sempre superiore alla somma delle forze dei suoi membri.
E tutto questo senza mettere in discussione il vero patrimonio di ogni municipalizzata che non è tanto il monopolio naturale costituito dall’intorno di una città, quanto una capacità di relazione e di servizio verso il cliente che oggi in Italia non ha paragone con nessun’altra.
Partendo da queste basi avremmo potuto vedere un ruolo diverso e più incisivo delle municipalizzate dentro un mercato molto dinamico, che ha visto il più grande investimento in Europa per lo sviluppo di nuovi impianti. Eppure esempi di questo genere ce ne sono stati in Europa.
A questo punto non voglio più usare la parola “liberalizzazione” del mercato. Essa genera ed ha prodotto troppa confusione che non ha fatto bene al nostro sistema. In molti hanno equivocato considerando la liberalizzazione un fine, un obiettivo da raggiungere e non uno strumento utile per introdurre maggiore efficacia e tasso di innovazione in un sistema chiuso e lento nel cambiare.

 

Le finalità del sistema energia

Trovo più utile ed efficace, invece, parlare di sviluppo per riferirmi a un settore - preferirei definirlo sistema - che sta affrontando un percorso per riuscire a fornire agli “italiani” energia sicura, affidabile e pulita come leva per lo sviluppo dell’economia e della qualità della vita.
Perché è in questo percorso e in questa visione strategica che le aziende municipalizzate potrebbero giocare un ruolo utile e decisivo. Lo potranno fare meglio quando avranno concluso, non un processo di fusione, ma di integrazione di sistema. Non credo che mi piacerebbe vedere la nascita di una supermunicipalizzata, grande ricca e potente ma ormai senza territorio di riferimento, senza storia e senza quell’identità che nasce dalla prossimità con la propria comunità locale.
Sarebbe più utile, invece, dare vita a un consorzio - a una holding partecipata (o quant’altro la fantasia e la scienza organizzativa possano escogitare) - formato da tantissime municipalizzate grandi o piccole che mettono in comune le proprie intelligenze e le proprie risorse per giocare un ruolo decisivo sullo scenario internazionale. Magari facendo nuovi contratti di approvvigionamento, differenziando le fonti, dialogando direttamente con i grandi produttori internazionali, sviluppando progetti di sfruttamento di nuovi giacimenti e realizzando grandi infrastrutture. Un consorzio capace anche di sviluppare innovazione attraverso la ricerca.

 

Il rapporto con il territorio e con la comunità locale

Nello stesso tempo i suoi soci, grandi o piccoli che siano, continuano ad alimentare e proteggere il loro grande patrimonio: la capacità di dare valore al rapporto con il territorio per trasferire servizi e vantaggi alla propria comunità di riferimento. Un po’, se posso rubare quello che è diventato un luogo comune, come se si pensasse a livello globale per agire con maggior profitto a livello locale.
È in questa direzione ed in questo quadro che le aziende municipalizzate potranno giocare un ruolo più utile ed incisivo nel processo di sviluppo del mercato dell’energia. Lo potranno fare partendo dai loro veri asset: la prevalenza dell’interesse pubblico e la capacità di capire e leggere meglio il territorio grazie alla loro prossimità storica con la comunità locale.
Per un motivo molto semplice: lo sviluppo del sistema dell’energia in Italia ha un vincolo molto forte in grado di condizionarne l’esito di decretarne il successo o l’insuccesso. Si tratta del consenso che ogni atto, grande o piccolo, che interessa questo settore deve conquistarsi preliminarmente. E qui ci sono altri fatti a cui non trovo mai una risposta sensata.
Parliamo ad esempio delle fonti rinnovabili che riducano la nostra dipendenza dai fossili. Il loro sviluppo razionale è un obiettivo condivisibile e proposto giustamente da chi vuole preservare dal degrado il nostro ambiente naturale. Bisogna dunque incentivare la realizzazione di nuovi impianti con le tecnologie, le migliori, siano essi eolici, a biomasse o solari. Peccato che basti un piccolissimo intoppo a ritardare autorizzazioni ed investimenti. Insomma mi sembra che con la mano sinistra incentiviamo queste tecnologie e con la destra invece le ostacoliamo.

 

Un problema comune: la tutela del nostro ambiente

Capisco che la reputazione delle imprese in termini di tutela ambientale non sia delle migliori in un paese dalle mille leggi inutili e quasi mai fatte rispettare. Capisco che la colpa dei padri (che operavano quando leggi non ce ne erano) debbano ricadere sui figli e che sia necessario che i cittadini in buona fede controllino preventivamente quanto vanno facendo o proponendo le imprese. Ma non possiamo fermare sempre tutto a priori in nome del fantomatico principio di precauzione.
Penso poi a un sistema di incentivazioni bizantino e ridondante che con assoluta leggerezza trasferisce oneri e costi sul consumatore finale, così come si trasferisce all’industria energetica il maggiore onere della riduzione dei gas climalteranti perché “tanto lo si può mettere in bolletta”. Così come trovo inspiegabile che a 30 anni e più dal referendum noi consumatori si continui a pagare per un decomissioning del nucleare che non parte mai.

 

L’Italia snodo della rete energetica

C’è anche il “fatto” della sicurezza delle fonti energetiche. Oggi dobbiamo differenziare i nostri fornitori è vero. Lo dicono tutti. Ma forse la differenziazione non riguarda i fornitori, visto che a livello internazionale i paesi produttori si contano sulle dita di una mano. Forse differenziare le fonti significa moltiplicare le infrastrutture di trasporto che ci consentono di avere più canali di approvvigionamento e più soggetti in grado di negoziare a livello internazionale contratti di fornitura. E non mi scandalizzerei se l’Italia, grazie alla sua posizione geografica, potesse diventare lo snodo per la fornitura ed il transito dell’energia per tutto il resto dell’Europa: non mi scandalizzerei perché questo significherebbe per noi - non degrado ambientale - ma sicurezza, capacità e possibilità di scegliere i combustibili a minore impatto ambientale e anche ricchezza per la nostra economia.
Non mi spiego quindi come mai nessuno sia riuscito a vedere approvato un terminal di rigassificazione. E lo dico così senza aver mai visto nei dettagli un progetto, ma non credo siano stati tutti pregiudizialmente sbagliati dal punto di vista delle tecnologie e dell’impatto ambientale.

 

Confusione legislativa e deficit di investimenti

Non mi spiego nemmeno la grande confusione legislativa che si è trasformata in un vero ostacolo. Troppe leggi sono come nessuna legge. E la proliferazione di norme regolamenti e piani regionali è alla base di un altro fatto che non riesco a spiegarmi: la parcellizzazione eccessiva degli iter e l’assoluta ingovernabilità del sistema. Non riesco a capire perché un deposito di stoccaggio, ad esempio, venga autorizzato in una regione con un regolamento e con prescrizioni diverse da un’altra.
E non capisco nemmeno perché non partano finalmente politiche ed azioni di riduzione dei consumi energetici e di incremento dell’efficienza energetica quando le imprese elettriche dichiarano il loro interesse a razionalizzare i consumi. O perché non ci siano campagne che incentivano nei fatti l’adozione di sistemi a minor intensità.
Insomma ci sono tantissimi elementi, che riassumo con l’etichetta del “problema del consenso” che ostacolano lo sviluppo del nostro mercato energetico. E che rischiano di confinarci in una situazione difensiva fatta di energia costosa dal punto di vista economico, ma soprattutto dal punto di vista dell’impatto ambientale. Senza fare investimenti si continua con quello che c’è, magari invecchiato, poco efficiente e con tante emissioni. Non fare le fonti rinnovabili, non potere usare il metano - unico combustibile fossile utile in questa fase di transizione come suggeriscono gli ambientalisti - significa continuare a produrre energia con un tasso di inquinamento troppo alto e con poca efficienza, quindi consumando più risorse.

 

Il ruolo delle municipalizzate

Allora perché, invece di riempirci la bocca di “liberalizzazioni” impossibili (o forse neppure utili) non proviamo a vedere le municipalizzate come un attore fondamentale e proattivo in questo processo di sviluppo del sistema dell’energia italiana?
Le municipalizzate, consorziate, alleate o in qualsiasi altra forma piaccia loro assumere, purché non una sola superazienda, sono forse l’unico strumento che consente di risolvere tutti questi problemi di consenso e quindi di garantire uno sviluppo efficace e sicuro del nostro mercato.
Hanno una forte “reputazione percepita” costruita in anni di rispetto della gente e dell’ambiente, hanno spesso un azionista di riferimento che è pubblico quindi abituato a vedere l’interesse collettivo, sono vicini alla loro comunità da cui traggono la loro ragione di esistere e di fare business quindi ne rispettano tutti i bisogni, hanno competenze politiche e quindi sono in grado di farsi capire dal legislatore.
Tutte insieme queste cose possono aiutare a ridare alla gente una fiducia che ha perso, possono contribuire a realizzare e a chiarire tanti piccoli fatti che collettivamente fanno lo sviluppo efficiente del nostro sistema dell’energia.

Chicco Tagliaferri, consulente di grandi aziende (pubbliche e private) del settore energetico
nell’area delle relazioni con il territorio, dell’accettabilità sociale degli impianti industriali
e della comunicazione con le comunità locali

 

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