editoriale

Energia e ambiente. Nuove compatibilità
Paolo Saracco

Negli ultimi 30 anni il consumo di energia è cresciuto del 70% e le emissioni di CO2 nell’atmosfera sono parallelamente cresciute del 54%: ciò è avvenuto a prescindere dai guadagni in termini di efficienza dei consumi, dagli sforzi verso la diversificazione delle fonti energetiche, dagli investimenti in ricerca e sviluppo e dallo sviluppo delle tecnologie. La sicurezza negli approvvigionamenti di energia e nel suo uso ecologicamente compatibile continua ad essere uno dei problemi fondamentali ed anzi l’importanza della questione energetica continuerà a crescere nel tempo. Ciò non è sorprendente se si considera il fatto che le proiezioni sulla domanda mondiale di energia e sulle emissioni di CO2 ne rivelano un ulteriore incremento sia nel breve, sia nel medio termine, se nulla verrà fatto per modificare la situazione.
La disponibilità di nuove tecnologie sarà quindi cruciale. Ma sono necessarie politiche incisive affinché il loro potenziale di sviluppo venga effettivamente realizzato ed indirizzato alla soluzione del problema energetico.

La domanda fondamentale è evidentemente come si possa colmare la distanza tra il fabbisogno di energia e gli obiettivi di protezione ambientale ed è naturale che ogni paese sceglierà specifiche soluzioni a seconda della situazione di partenza, della disponibilità di risorse naturali, della volontà politica e dell’idea che si ha del proprio futuro.

Gli investimenti governativi in R&S nel settore energetico sono complessivamente scesi in termini reali a partire dall’inizio degli anni ’80 e ciò segnala la necessità di condividere a livello internazionale gli sforzi ed i costi necessari per sviluppare le tecnologie innovative: purtroppo ciò sembra avvenire solo in parte e, soprattutto, in maniera distorta se, solo per fare l’esempio più eclatante, la stragrande maggioranza dei paesi dell’Africa1 non è in condizioni di partecipare ai programmi dell’International Energy Agency (IEA); ma non si tratta di una mera questione di sottosviluppo se tra i paesi asiatici partecipano solo Cina, Sud Corea, Giappone e Turchia e tra quelli sudamericani solo Brasile, Cile e Venezuela.

Il consumo totale di energia si è quasi raddoppiato tra il 1974 ed il 2001, ulteriormente accentuando lo squilibrio nei tassi di consumo: il 15 per cento della popolazione mondiale vive nelle nazioni ad alto reddito che rappresentano però il 56 per cento dei consumi mondiali complessivi, mentre il 40 per cento più povero, nei paesi a basso reddito, rappresenta solamente l’11 per cento dei consumi. Mentre attualmente la maggior parte delle persone consuma in misura maggiore - grazie all'espansione dell'economia mondiale verificatasi negli anni ’90 e alla crescita degli standard di vita che si è realizzata in numerose nazioni - rispetto a 25 anni fa, il consumo della famiglia africana media è diminuito del 20 per cento.

Queste cifre dimostrano che uno dei più elementari diritti, quello ad un approvvigionamento energetico sufficiente e sicuro, è in realtà violato in maniera grossolana: è immediata la correlazione tra questa disuguaglianza di base e la differenza in standard di vita e, quindi, di livello culturale e infine di possibilità di controllo della curva demografica.

Ogni tipo di proiezione possibile porta per queste ragioni alla conclusione che a lungo termine il consumo energetico globale aumenterà ulteriormente, previsione che va combinata con quella di un aumento della popolazione mondiale; se questo dato è inoppugnabile sul piano qualitativo, il tentativo di darne una stima quantitativa è necessariamente più aleatorio essenzialmente per due motivi: quanta energia è “necessaria” per garantire uno standard di vita “ragionevole” e di quanto crescerà la popolazione mondiale sono entrambe informazioni largamente inaccessibili, sia perché non è ovvio cosa significhi standard di vita “ragionevole”, sia perché necessariamente le proiezioni sulla crescita della popolazione mondiale sono aleatorie.

Ciò che si può osservare è che lo standard di vita cresce significativamente al crescere dell’energia consumata pro capite, ma solo fino ad un certo punto: superata questa soglia ogni incremento marginale dello standard di vita richiede un investimento energetico via via crescente; se si accetta questa soglia come definizione di standard di vita ragionevole2, perché sarebbe irragionevole sprecare grandi quantità di energia per garantire miglioramenti limitati del tenore di vita, la conclusione è che sarebbe opportuno garantire un consumo energetico pro capite tra i 40.000 ed i 50.000 Kwh annui, ovvero considerare, almeno ipoteticamente, un consumo energetico globale tra 2 e 3 volte quello attuale a popolazione costante. Ogni incremento di popolazione fa ulteriormente lievitare questa cifra.
Parlando di consumo medio pro capite si dà però per scontato ciò che così scontato non è, ovvero un riequilibrio dei consumi attorno al valore medio: ad oggi il consumo pro capite negli Stati Uniti è 2-3 volte maggiore, mentre quello ad esempio del Brasile vale solo poco più di 1/4. Che il mondo però non coincida - e non coinciderà - con il migliore dei mondi possibile è evidente dalle stesse previsioni dell’IEA, secondo le quali la domanda mondiale di energia crescerà invece “solo” tra il 60 e l’80% nei prossimi 20 anni.
Non servono ulteriori numeri per capire che, qualsiasi sia lo scenario che si preferisce considerare, tutto ciò è insostenibile non solo per ragioni connesse all’approvvigionamento, ma soprattutto per ragioni connesse alle modalità del consumo di energia.
Occorre quindi insistere su pochi, ma fondamentali aspetti che contano e che in futuro conteranno se possibile ancora di più: massima efficienza ed eliminazione degli sprechi, sostenibilità dello sviluppo, distribuzione più equa tra nord e sud del mondo, ma soprattutto ricerca, ricerca, ricerca … Perché c’è una sola condizione che si può seriamente pensare di poter modificare rispetto a questi numeri: quella connessa alle tecnologie per la produzione e per il consumo dell’energia.

È inoppugnabile l’esigenza di un uso intelligente e razionale dell’energia; ciò è vero in generale ed in particolare è vero nell’immediato per quanto riguarda l’uso di energia primaria da fonti fossili, a prescindere dalla validità - peraltro condivisa dalla maggior parte della comunità scientifica - delle previsioni e dai timori sull’effetto serra. Le risorse di combustibili fossili non dovrebbero, paradossalmente, essere bruciate e tanto meno in un tempo breve, perché petrolio, carbone e gas naturale non sono solamente combustibili, ma materie prime preziose per molti altri settori oltre a quello energetico. È una priorità quindi la progettazione e la costruzione di macchine più efficienti energeticamente, che mirino cioè al massimo sfruttamento dell’energia contenuta nell’energia primaria: ciò permette da un lato di risparmiare risorse preziose e di limitare l’impatto ambientale dall’altro.

Ciò non è però sufficiente rispetto alle diverse previsioni che possono essere considerate e le opzioni tecnicamente possibili, oggetto quindi della decisione e dell’azione politica, sono così riassumibili:
- contenimento dei consumi mediante un uso più razionale ed efficiente dell’energia;
- costruzione di macchine ad alto rendimento;
- sviluppo dello sfruttamento delle energie rinnovabili (idrica, solare, biomassa, eolica, geotermica);
- mantenimento dell’opzione nucleare;
- investimenti in ricerca energetica (inclusa la ricerca sulla fusione nucleare);
- informazione sulle problematiche energetico-economico-ambientali.
Ogni politica energetica (nazionale) deriva da una scelta e da un differente equilibrio tra questi fattori: la complicazione non nasce tanto dalla non condivisione dei macro obiettivi - disponibilità di energia, sicurezza negli approvvigionamenti, minimizzazione dell’impatto ambientale e minimizzazione del costo dell’energia - né dagli strumenti che possono essere individuati per perseguirli - incremento dell’offerta di energia, riduzione dell’intensità energetica dell’economia e dell’intensità in carbonio dell’energia consumata, importazione e consumo di fonti energetiche più economiche. Il problema è che spesso ciascuna di queste politiche confligge con le altre.

Il caso italiano presenta poi una specificità assolutamente non trascurabile, a causa di una dipendenza energetica dall’estero3 dell’85,3%4 assolutamente anomala rispetto a tutti gli altri paesi con cui ha senso un confronto, escluso il Giappone che si attesta all’84,5%: si va dal 80,6% della Spagna al 29,1% degli Stati Uniti, con la Germania al 61,6%, la Svizzera al 55,2%, la Francia al 50,7% e la Svezia al 44,1%. L’Italia peraltro, come la maggior parte dei paesi europei, presenta un consumo di energia pro capite vicino al valore-soglia di cui si parlava in precedenza. Per questi due motivi per il nostro paese alcune azioni vanno considerate in maniera privilegiata rispetto ad altre: l’aumento dell’efficienza energetica dei consumi, la diversificazione verso le fonti rinnovabili, l’investimento in ricerca.

Tutto ciò non è però ancora, come si diceva, una vera politica energetica, terreno sul quale peraltro l’Europa stessa tarda a decollare. L’8 marzo 2006 è stato presentato il libro verde Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura. Il documento nasce da una richiesta dei capi di Stato e di Governo formulata in due occasioni dal Consiglio Europeo, a luglio e a ottobre del 2005 e cerca di dare risposte ai problemi energetici dell’Europa, al centro dell’attenzione politica in questi ultimi anni a causa di molteplici fattori a partire dall’aumento dei prezzi dei principali combustibili fossili, dall’emergere sulla scena mondiale di due nuovi grandi consumatori di risorse quali Cina ed India, dalla crisi dell’approvvigionamento del gas e dall’entrata in vigore del protocollo di Kyoto e dei suoi meccanismi. Di fronte a queste sfide, l’Europa si trova con armi spuntate. Infatti, la politica energetica non è tra quelle che gli Stati membri hanno accettato di attribuire a Bruxelles, anche se il progetto di costituzione Europea, poi abortito dopo i referendum francesi e olandesi, conteneva una disposizione in tal senso. La Commissione ha agito, fin dagli anni Novanta, con gli strumenti che aveva a disposizione: avviando il processo di liberalizzazione dei mercati dell’energia elettrica e del gas e utilizzando la leva della creazione di un mercato unico europeo basato su minime regole comuni armonizzate. Si è tentato insomma di utilizzare la politica di concorrenza, e in particolare quella sulle concentrazioni, come strumento di politica industriale: dovrebbe essere evidente quanto questo approccio risulti limitativo e quanto esso rischi poi di essere letto esclusivamente come ideologico o strumentale5. L’apertura dei mercati alla concorrenza non è che una delle molte possibili leve di una politica energetica e presumibilmente nemmeno quella principale, perlomeno fino a che l’Europa nulla può dire, ad esempio, sulla composizione del “mix” di combustibili utilizzati da ciascuno Stato membro, o sulla fase che regola l’approvvigionamento del gas. Di fatto, le infrastrutture d’importazione e i contratti di approvvigionamento sono rimasti di esclusiva competenza degli Stati nazionali e delle singole imprese.

Tradurre quelle priorità in un vero e proprio piano energetico richiede l’assunzione coerente di una serie di iniziative da parte dello Stato e delle Regioni:
- intervenire sul brevissimo periodo per diversificare il più possibile l’approvvigionamento di combustibili fossili, come è stato fatto in modo parziale e solo recentemente con gli accordi sull’approvvigionamento di gas con Russia e Algeria;
- mettere sotto controllo i monopolisti storici (ENI ed ENEL) e quelli recenti (le multiutility) che in questi anni hanno creato una serie di posizioni dominanti;
- mettere ordine tra le competenze nazionali e quelle regionali dato che l’attuazione della revisione Costituzionale ha determinato, in molti casi, una paralisi sulla politica energetica sia dello Stato sia delle Regioni;
- mettere ordine all’interno del sistema della ricerca pubblica, assegnando ruoli chiari, non sovrapposti e dotandolo di concrete risorse economiche;
- avviare la stabilizzazione dei consumi a partire da quelli elettrici, attualmente pari a circa 300TWh, ed un serio e concreto ricorso alle energie rinnovabili che dovrebbero garantire abbastanza rapidamente almeno un terzo di questo fabbisogno.

Agire in questa prospettiva richiede però di integrare gli interventi sul settore energetico con quelli di carattere economico generale e con quelli di carattere ambientale: condizione per la praticabilità di questo programma non è solo la disponibilità delle tecnologie necessarie, ma un concreto intervento per la loro diffusione, assumendo le necessarie iniziative di politica industriale. Stabilizzare i consumi implica aumentare l’efficienza energetica della produzione e dei consumi finali: a queste condizioni l’economia può crescere senza aumentare necessariamente i consumi energetici. Investire sull’efficienza è conveniente, costa meno che produrre, riduce l’impatto ambientale e le emissioni dei gas climalteranti, realizza innovazione in molti campi e crea nuova occupazione aggiuntiva.

 

Note

1- Solo Algeria, Egitto e Sud Africa partecipanao ai programmi dell’IEA.
2- Ovviamente questa valutazione è solo apparentemente neutra perchè dipende in modo critico da cosa sia assume come misura dello standard di vita: Per valutare il grado di benessere si usa quantitativamente una grandezza, chiamata Indice di Sviluppo Umano (ISU), calcolata a partire da tre indicatori: la longevità (misurata dall'attesa di durata della vita), il livello di istruzione (misurato combinando - con peso 2/3 - i dati sulla alfabetizzazione degli adulti e - con peso 1/3 - il rapporto di inquadramento nei settori primario, secondario e terziario delle attività umane), e lo standard di vita (misurato dal prodotto interno lordo per abitante). Cambiando indice i risultati muterebbero, anche se è ragionevole attendersi che il valore di soglia varierebbe di meno.
3- Definita come la percentuale di energia importata rispetto al consumo netto.
4- Dato del 2003.
5- Da ciò deriva poi lo scarto tra dichiarazioni e fatti reali, si pensi ad esempio alla politica quasi protezionistica seguita dalla Francia in tutela di EdF.

 

 

 

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