il protocollo di Kyoto
Italia sprecona e inquinata
di Edo Ronchi
Secondo i dati trasmessi al Segretariato della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici il 14 aprile del 2006, a fronte di un impegno di riduzione delle emissioni , come media del periodo 2008-2012, a 485,8 Mton di Co2 equivalenti (-6,5% delle emissioni del 1990), l’Italia ha invece, nel 2004, raggiunto 583,5 Mton. Siamo quindi a 97,7 Milioni di tonnellate di CO2 equivalenti lontani dall’obiettivo di Kyoto, con un incremento di circa il 13%.
Perché c’è stato un aumento così consistente di emissioni di gas di serra in Italia?
In difformità dalla stessa media europea:nello stesso periodo l’UE ha ridotto, infatti, le proprie emissioni del 3%.
Nel settore dei trasporti c’è stato l’incremento più consistente di emissioni di gas di serra: da 104 M ton nel 1990 a 132,6 Mton nel 2004, con un aumento del 27,5%.
Le politiche e le misure previste dal Piano nazionale dei trasporti e della logistica del 1999 (potenziamento del trasporto ferroviario di merci e passeggeri e del cabotaggio) sono state attuate in parte minima, o disattese dal governo Berlusconi; le misure avviate nel 1998 (In città senz’auto, domeniche a piedi) per ridurre l’uso delle auto in città e potenziare il trasporto pubblico locale, hanno avuto esiti molto limitati. Sia la riduzione dei chilometri percorsi, sia la riduzione dei consumi per chilometro delle auto sono usciti dagli obiettivi delle politiche di governo e dall’attenzione dell’opinione pubblica: sono invece cresciute le cilindrate e la diffusione dei grandi SUV ad elevati consumi.
Con l’aumento dei costi delle case nelle città, è cresciuto anche il numero dei residenti fuori città, aumentando in traffico in entrata la mattina per i luoghi di lavoro, di studio, per i servizi e, in uscita, la sera. I consumi finali di energia nei trasporti sono così cresciuti da 34,4 Mtep nel 1990 a 44,4 nel 2004.
L’aumento consistente del prezzo del petrolio, di quelli della benzina e del gasolio, nel 2005 e nel 2006, stanno frenando l’incremento dei consumi di tali combustibili. Per la prima volta, negli ultimi quindici anni, i consumi finali di energia nel settore dei trasporti, nel 2005, sono diminuiti (44,3Mtep), così come sono diminuiti i passeggeri-chilometro delle autovetture.
L’altro settore dove si sono verificati i più consistenti incrementi di emissioni di gas di serra è quello della produzione di energia termoelettrica: da 108,9 Mton di Co2 equiv.nel 1990, a 127,3 nel 2004, con un incremento del 17%.
Tale incremento è dovuto all’aumento dei consumi di energia elettrica (mediamente del 2,5% all’anno negli ultimi 10 anni), all’incremento dell’uso del carbone (passato da 7 Mtep nel 2000 a 12 Mtep del 2004) per produrre energia elettrica ed al ruolo marginale mantenuto dalle nuove fonti energetiche rinnovabili. Nel 2004 le fonti rinnovabili hanno fornito il 16 % dell’energia elettrica, come nel 1997: la quantità è lievemente cresciuta, ma sono cresciuti anche i consumi elettrici. Oltre il 70% delle rinnovabili è fornito dalle centrali idroelettriche costruite dai nostri nonni.
Nel settore elettrico gli ultimi anni sono i peggiori: dal 2000 al 2004 c’è stato un aumento delle emissioni di gas di serra dell’8,5%.
I dati sono eloquenti: le misure di efficienza e risparmio elettrico sono state carenti, per non dire assenti; l’aumento del ricorso al gas (col quale si produce il 52% dell’energia elettrica) non è sufficiente a compensare l’aumento delle emissioni causate dalla scelta di incrementare in modo consistente l’uso del carbone (che comporta elevate emissioni di CO2); le nuove rinnovabili (solare, eolico, biomasse) in Italia registrano una crescita debole, inferiore alla crescita dei consumi elettrici.
Il settore civile e terziario ha registrato, dal 1990 al 2004 un incremento delle emissioni del 10,6%. In questi settori una parte degli incrementi riguarda l’energia elettrica, per la quale valgono le considerazioni già esposte. Per l’energia termica c’è un incremento delle cubature riscaldate e rinfrescate dovuto a nuove costruzioni e ampliamenti di abitazioni e uffici, ma c’è anche una bassa efficienza energetica degli edifici che contribuisce notevolmente alla dispersione termica ed a consumi energetici relativamente elevati (tenendo conto delle condizioni climatiche). I consumi termici nel settore civile sono cresciuti da 27,7 Mtep nel 1990 a 33,3 nel 2005.
In linea con l’obiettivo del Protocollo di Kyoto sono, infine, i settori dell’industria manifatturiera e delle costruzioni(-3,8%) e dell’agricoltura(-6,8%).
E’ possibile recuperare il ritardo dell’Italia nelle politiche per Kyoto? Un ritardo molto consistente: poco meno di 100 milioni di tonnellate di emissioni di gas di serra, quasi il 20% delle emissioni totali(13%+6,5%).
La risposta è si, ma solo se la consapevolezza del Paese, a partire dalla sua classe dirigente politica, cresce , fa un salto in avanti e pone tale questioni fra le effettive priorità.
Solo se si coglie, quindi, la drammaticità dei rischi ambientali catastrofici connessi con il cambiamento climatico, l’ingente dimensione dei costi sociali ed economici della crisi climatica, le opportunità economiche, tecnologiche e occupazionali di un nuovo sistema energetico ad elevata efficienza, con forte sviluppo delle fonti rinnovabili, con una drastica riduzione del consumo di combustibili fossili.
Occorre passare dal ”quanto ci costa il Protocollo di Kyoto” al “quanto ci costa il cambiamento climatico”, dal ”quali vincoli pone alla competitività” al ”quante nuove occasioni fornisce per la competitività”, dai convegni sull’innovazione che producono altri convegni innovativi in teleconferenza, all’innovazione energetica-ambientale che riscriverà i modelli di produzione e di consumo del Pianeta.
Supponiamo di realizzare una riduzione con meccanismi flessibili, all’estero, di dieci milioni di tonnellate di CO2: obiettivo non facile, anche con il ricorso alla Banca mondiale, ma praticabile entro il 2012. Non indico tale ricorso come obiettivo massimo, ma semplicemente non mi pare realistico fare di più nei prossimi 5-6 anni con tali strumenti: le risorse pubbliche sono scarse, non vedo consistenti investitori privati italiani operare i tale direzione, gli accordi bilaterali sono lenti e in questi settori abbiamo forti competitori all’estero che già operano in diversi Paesi.
Una riduzione di 90 Mton di Co2 comporterebbe in Italia una riduzione del consumo di combustibili fossili (dell’attuale mix) pari a circa 35 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio: il 19% dei consumi del 2005, con un risparmio sulle importazioni pari a 6,9 miliardi di euro all’anno.
Qualcuno sa indicare una misura capace di produrre un’equivalente riduzione dei costi e aumento della competitività del sistema Paese?
Per produrre un simile risultato non basta il mercato, serve la politica, una buna ed efficace politica di governo. Intanto perché il mercato è occupato dagli attuali interessi, dai gruppi energetici che vivono e guadagnano con la vecchia politica energetica: vendendo più petrolio, più gas, più carbone, più energia elettrica da fossili, ecc. Certamente potrebbero guadagnare anche vendendo efficienza e fonti rinnovabili. Ma il passaggio non è così semplice: l’efficienza, nell’industria, nel civile, nei trasporti coinvolge più direttamente altri soggetti, più consumatori che produttori di energia; le rinnovabili, se libere di crescere, favoriscono la generazione distribuita, i piccoli e medi impianti, non un finto mercato dominato da pochi grandi gruppi con pochi grandi impianti di generazione. Un sistema di generazione distribuita indurrebbe una liberalizzazione strutturale del settore facendo venire meno le possibilità di abuso della posizione dominante di mercato: causa non trascurabile di tariffe elettriche elevate, molto remunerative per i pochi produttori.
Secondo nodo di fondo da sciogliere riguarda la politica degli investimenti e quella della ripartizione dei benefici e degli oneri. Si può continuare ad investire a prescindere da Kyoto, puntando a ripartire poi i costi di Kyoto, ambientali, sociali ed economici, sui cittadini?
Si possono invece realizzare investimenti, privati e pubblici, internalizzando i costi di Kyoto per ridurre le emissioni di gas di serra. Il sistema tipico è quello della carbon tax con la quale si disincentiva l’uso dei fossili e si utilizzano, tutte o in parte, le entrate aggiuntive per incentivare efficienza, fonti rinnovabili e una mobilità più sostenibile. Oppure c’è il sistema, equivalente, delle tariffe incentivanti per le rinnovabili, più vantaggiose di quelle applicate alle fonti fossili: tariffe incentivanti che semplicemente riconoscono il valore anche economico del minore costo ambientale.
Individuato il sistema degli investimenti, degli incentivi per l’efficienza energetica e per le fonti rinnovabili, la sua efficacia dipende dalle quantità messe in gioco: se le quantità sono piccole, si fa testimonianza, o, peggio, si produce l’effetto”foglia di fico” che copre solo il proseguimento di una politica energetica obsoleta, anti-Kyoto.
Occorre un fondo nazionale per alimentare e incentivare gli investimenti per le politiche di Kyoto: un fondo pluriennale certo e consistente, alimentato con una carbon tax. Non chiamiamola così se non piace il nome, ma andiamo alla sostanza.
Con 2 centesimi di incremento dell’accisa per litro di benzina e di gasolio (impercettibili dal consumatore, date le variazioni settimanali dei prezzi alle pompe) si ha un’entrata annua pari a 744 milioni di euro all’anno. Con un prelievo aggiuntivo pari a 0,1 centesimi di euro al chilowattora si incassano all’anno circa 350 milioni di euro. Con 0,5 centesimi di euro sul carbone si incassano all’anno circa altri 80 milioni di euro. Con un fondo di 1.174 milioni di euro l’anno, per sei anni, si possono fare molte politiche attive: un fondo di rotazione per l’efficienza, un piano per il trasporto locale con autobus a metano, interventi sugli edifici pubblici, teleriscaldamento, produzione di biocombustibili, ecc.
Per l’elettricità da fonti rinnovabili occorre superare i tetti limitanti dei certificati verdi, con tariffe incentivanti (col modello tedesco del conto energia), differenziate, ma per tutte le fonti, di lunga durata per dare sicurezza e incoraggiare gli investimenti non solo degli installatori, ma anche dei produttori di macchine (siamo praticamente usciti dal settore, importiamo pannelli solari, pale eoliche, impianti di biomasse e perfino le piccole turbine idrauliche!)
Il terzo nodo riguarda le politiche di governo e di supporto tecnico: occorre un programma energetico ambientale che integri le politiche energetiche e quelle di Kyoto, con obiettivi e misure sia nazionali che regionali. Oggi c’è una gran confusione: gli obiettivi e le politiche energetiche e quelli di Kyoto non sono affatto integrati fra loro. Ogni Regione si fa il suo piano, con qualche moratoria dell’eolico di troppo, ma comunque senza un quadro unitario di riferimento.
Serve un Consiglio superiore dell’energia, una sede di concertazione Stato –Regioni, che elabori e vari un programma energetico nazionale che integri l’obiettivo di Kyoto e ne segua l’attuazione.
Serve un’Agenzia nazionale per l’energia e Kyoto: una funzione che può essere organizzata anche nell’ambito dell’Enea, a condizione che goda di effettiva autonomia operativa e impieghi una nuova generazione di tecnici, competenti e motivati. Le politiche diffuse di efficienza energetica e di sviluppo delle fonti rinnovabili richiedono un supporto tecnico non altrimenti accessibile per Comuni, Province e Regioni, ma anche per tanti piccoli operatori interessati .
Questi contenuti sono proposti da un disegno di legge(N.786) promosso da Senatori di tutte le forze dell’Unione in 13^ Commissione del Senato e all’esame, in sede congiunta, delle Commissioni Ambiente e Attività produttive. Se tale iniziativa parlamentare arriverà in porto e diventerà legge, esito possibile ma non scontato, si compirà una parte decisiva della strada per Kyoto