la notizia
Un fenomeno preoccupante
Ricerca precaria
Gianna Cioni
La ricerca pubblica italiana è in mano a un esercito
di precari. Il 50% di un settore strategico per lo sviluppo è affidato a persone a cui si nega un futuro.
In barba alla Carta europea del ricercatore.
Lo spreco dei talenti. E’ l’ora dei concorsi
Dice la Carta Europea del ricercatore, approvata dalla Commissione Europea nello scorso marzo e recepita ad oggi da 56 università e da 46 enti di ricerca, che la stabilità e continuità del rapporto di lavoro, insieme con giusti riconoscimenti economici e di diritti, sono condizioni necessarie per poter svolgere bene la professione del ricercatore. Afferma anche che il periodo di formazione deve essere considerato e, quindi, regolato e retribuito, come la prima fase della vita lavorativa e deve avere durata limitata e definita.
Nonostante queste affermazioni su cui tutti sembrano consentire, il precariato nella ricerca ha dimensioni abnormi: in media per ogni persona che ha un rapporto di lavoro a tempo indeterminato ce ne è almeno un’altra che è priva di tale rapporto e, spesso, di ogni tipo di rapporto di lavoro.
Alcuni dati su un campione di enti di ricerca può essere utile per capire l’entità del fenomeno.
Infn (istituto nazionale di fisica nucleare)
L’attuale presenza di precari è intorno al 28%: su 1800 dipendenti ci sono circa 200 tempi determinati, 500 tra assegnisti, borsisti e co.co.co. e il numero di pensionamenti è ogni anno di circa il 10%.
Enea
Il personale a tempo indeterminato dell’ente cala progressivamente (meno 9% in 4 anni), l’età media è di circa 50 anni e ci sono attualmente 250 persone con contratti a tempo determinato e almeno 200 precari non strutturati. Ma questo numero è in continuo aumento. Anche in questo caso la pianta organica non basta neppure per metà dei precari.
Cnr
Nell’ente in due anni, 2003-2004, il personale di ruolo è diminuito di più di 200 persone, quello a tempo determinato è raddoppiato e quello non strutturato, estremamente ridotto a fine 2002, è oggi di 4.359 persone. Ma a costoro vanno aggiunti tutti coloro che operano nel CNR con borse, a fattura o contratti co.co.co e provengono da fondazioni, consorzi, imprese. Si raggiunge così il numero di 15.000 persone a fronte di 7.235 rapporti di lavoro stabili.
Apat (agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici)
A fronte di circa 600 dipendenti altrettanti sono precari e la pianta organica ridefinita nell’ultimo periodo non permette l’ingresso di ben 347 precari.
Isfol
In questo ente si raggiunge l’assurdo: a fronte di 75 dipendenti ci sono 310 tempi determinati e circa 150 co.co.co. La ricerca sulla formazione dei lavoratori che dovrebbe assumere particolare rilievo se si vuole aumentare la conoscenza nel Paese e nel mondo del lavoro è considerata un optional.
Tutti questi che continuiamo a chiamare giovani, ma spesso hanno raggiunto i 40 anni, svolgono lavoro di ricerca, partecipano e spesso procurano contratti dall’esterno, Italia o Comunità Europea, e magari proprio da questi contratti traggono la possibilità di essere pagati; sono persone indispensabili per il funzionamento degli enti. Hanno di fronte un periodo di lunghezza indefinita senza prospettive: non possono declinare i verbi della loro vita al futuro. Se decidono di guardare fuori dall’Italia trovano riconoscimenti e offerte di lavoro.
Leggiamo che almeno 10 mila ricercatori ogni anno decidono di trasferirsi in paesi esteri: questi ricercatori, che spesso non ritorneranno, sono costati al nostro paese per la loro formazione - studi universitari, dottorato, borse e assegni - una cifra che viene stimata in 5 miliardi di euro.
Stiamo sprecando talenti, stiamo respingendo una generazione e forse due, ma stiamo facendo anche un’operazione del tutto in perdita dal punto di vista economico.
Eppure il Governo italiano, al di là degli annunzi mediatici del Ministro, continua ad ignorare questa situazione e gli enti di ricerca continuano ad essere pieni di fantasmi: persone che svolgono attività di ricerca ma non si vedono, non esistono quanto a figura giuridica e a diritti.
Eppure ci vorrebbe così poco: basterebbe bandire concorsi, veri e seri concorsi, in numero elevato e selezionare in questo modo i ricercatori di cui abbiamo tanto bisogno.