studi e ricerche
Rapporto Isfol 2005 sul tirocinio formativo
La difficile alternanza
Cinzia Angelini
Positivi i dati complessivi, emergono però difficoltà
nel raccordo tra scuola e impresa: l’impresa
non riesce a mettere a disposizione del tirocinante
un percorso pratico integrabile con il curricolo scolastico; la scuola stenta a riconoscere
il linguaggio delle imprese
L’alternanza scuola-lavoro quale strumento per favorire la relazione tra il sistema educativo e il mondo del lavoro è uno degli argomenti affrontati nel Rapporto Isfol 2005 (pag. 174), che riporta i risultati di un’indagine quantitativa condotta presso tutti gli istituti professionali e tecnici nazionali, finalizzata allo studio dei percorsi di alternanza nel sistema di istruzione e formazione professionale. Al fine di consentire un contatto sempre più ravvicinato tra istruzione e lavoro, le esperienze pratiche diventano parte integrante dei percorsi del ciclo secondario che, a sua volta, viene co-progettato e co-realizzato fra scuola e impresa.
Dall’indagine risulta che i tirocini e le imprese formative simulate sono pratiche ormai diffuse. Come mostra la tabella 1, il tirocinio nel corso dell’anno scolastico è l’attività che ricorre con maggior frequenza (nell’anno scolastico 2002/03 ha impegnato il 30% degli alunni della secondaria superiore, in particolare delle due classi terminali e del terzo anno degli istituti professionali), seguito dal tirocinio estivo e dall’impresa formativa simulata.
A fronte di dati complessivi indubbiamente positivi, emergono tuttavia elementi di debolezza soprattutto in relazione al raccordo tra scuola e impresa. Infatti, se da un lato l’impresa difficilmente riesce a mettere a disposizione del tirocinante un percorso pratico integrabile con il curricolo scolastico, è pur vero che anche la scuola stenta a riconoscere il linguaggio delle imprese. L’approccio per competenze, che dovrebbe agevolare l’integrazione tra i due sistemi, non risulta essere penetrato nel mondo della scuola, in particolare nel sistema di valutazione degli apprendimenti, e questo va a discapito degli stessi allievi i quali, piuttosto che usufruire di percorsi personalizzati e quindi adattati alle esigenze personali, si ritrovano coinvolti in attività di tirocinio regolate da procedure essenzialmente rigide. Né sembra essere di supporto la figura del tutor - scolastico o aziendale che sia - in quanto, benché introdotta al fine di garantire la personalizzazione dei percorsi, in realtà rimane piuttosto indistinta e spesso ricopre un ruolo non ben definito. Ne consegue la necessità di creare delle reti fra le scuole e gli altri attori del territorio al fine di passare da accordi occasionali a una collaborazione sistematica tra scuola e imprese che possa consentire il passaggio da modalità di collaborazione informali a procedure strutturate.
I tirocini formativi
e di orientamento
Istituiti con la legge 196/97 e con il successivo Dm 142/98, i tirocini sono esperienze pratiche formative a tempo determinato finalizzate a favorire e agevolare l’inserimento nel mercato del lavoro di giovani che abbiano terminato la scuola e non comportano l’obbligo di assunzione né di retribuzione da parte dell’azienda ospitante.
Un’analisi dei tirocini promossi dai Servizi per l’Impiego rivela che circa il 70% delle aziende ospitanti appartiene al terziario, in particolare al settore commerciale e a quello industriale, ripartizione che non subisce variazioni sensibili se ci si sposta di regione in regione, per quanto nell’Italia meridionale cresca la percentuale rappresentata dal commercio. Il 61% delle aziende ospitanti è di piccole dimensioni, il 23% di medie dimensioni, solo il 17% di grandi dimensioni.
Solitamente i tirocini hanno una durata non superiore ai sei mesi (95%); solo in pochi casi durano tra i 6 e i 12, mentre è raro che durino più di un anno. Nella tabella 2 è rappresentata la distribuzione di imprese e tirocini per area geografica (Vedi tab. 2).
Ad usufruire delle opportunità di tirocinio sono soprattutto donne (58,7%) e giovani in possesso di diploma di scuola secondaria superiore (46%), inferiore (29%) o laurea (19,4%).
Dai dati forniti dai Centri per l’Impiego, si ricava anche la percentuale (35%) di tirocini che si conclude con un’assunzione, come illustrato nella tabella 3.
Il dato che emerge con maggiore evidenza dalla tabella 3 è la differenza tra le regioni settentrionali e il Meridione, differenza che riproduce le condizioni del mercato del lavoro locale. Infatti, se nelle regioni del Nord il tirocinio si configura come un’attività finalizzata a verificare la produttività di giovani promettenti, al fine di inserirli in un contesto aziendale, nel Sud e nelle Isole il ricorso al tirocinio sembra essere funzionale alla riduzione del costo del lavoro per le aziende.
L’Italia a due velocità
Ancora una volta, appare chiaramente il ritratto di un’Italia a due velocità, in cui le regioni del Nord rispondono prontamente alle sollecitazioni del mondo del lavoro adeguando strutture, politiche, nonché linee di condotta e abitudini alle innovazioni che provengono dal confronto con realtà diverse, per non restare escluse dal processo di europeizzazione che impone l’adozione di procedure analoghe tra i Paesi dell’Unione per garantire l’integrazione, incoraggiare la mobilità, favorire l’apprendimento; al contempo, le regioni meridionali e insulari persistono nell’arretratezza di un sistema che se recepisce degli stimoli, lo fa con lentezza, più per costrizione che per convinzione, continuando ad assecondare stili di vita e di pensiero consolidati da tempo e difficili da scalfire.