Tavola
rotonda
le occupazioni delle scuole
Ritualità o ricerca politica?
L'occupazione
delle scuole da parte degli studenti è una pratica
politica nata oltre trent’anni fa col movimento
degli studenti di metà degli anni Sessanta. Allora
emergevano due obiettivi: il primo, di carattere politico,
era fieramente contrario ai contenuti fortemente nozionistici
e autoreferenziali della scuola, alla selezione per censo,
ad una visione della cultura che sembrava imbalsamata
dentro valori non più rispondenti allo spirito
del tempo; il secondo obiettivo era quello dell’esercizio
di una pratica democratica più allargata, dell’espressione
di bisogni nuovi e di idee, di un confronto a più
voci. Era insomma una sorta di “educazione sentimentale”
e culturale autogestita da parte dei giovani, desiderosi
di chiamarsi fuori da schemi preconfezionati. Non è
questa la sede per valutare sul lungo periodo gli effetti
di quella rivolta studentesca, diciamo solo che fu un
vero scossone alla scuola e alla società.
Il movimento degli studenti negli anni successivi, dopo
la rottura anche tragica di metà degli anni Settanta,
è stato un fiume carsico che, comparso e ricomparso
più volte, ha portato con sé le occupazioni.
Da qualche anno esse si susseguono con una certa ritualità
e a volte, purtroppo, si portano dietro strascichi polemici
per via di danneggiamenti alle scuole e sottrazioni di
materiali e suppellettili.
Che senso hanno oggi le occupazioni per chi le fa e per
chi le subisce? Questa è la domanda con cui vogliamo
aprire la tavola rotonda, a cui partecipano uno studente,
Fernando D’Aniello, un dirigente scolastico, Antonio
Valentino, un genitore, Marilena Menicucci, un docente,
Paolo Cardoni e un gruppo di redattori di VS.
Cominciamo da una mamma.
Valore scuola: I nostri genitori inorridivano
di fronte alle occupazioni della scuola e persino i più
democratici non nascondevano le loro preoccupazioni: non
solo per le notti passate fuori casa, ma anche per la
perdita di giorni di lezioni e per eventuali ripercussioni
sul percorso scolastico e magari per conseguenze anche
penali anche penali… Adesso come reagiscono i genitori?
Marilena
Menicucci: Io ho “partecipato” a
due occupazioni della mia figliola, che adesso frequenta
il secondo anno di Liceo classico presso il “Tasso”
di Roma. Io e mio marito non ci siamo opposti né
alla sua partecipazione alle occupazioni - la prima a
cui ha partecipato risale a quattro anni fa, quando era
iscritta al quarto Ginnasio - né abbiamo espresso
parere negativo, perché le motivazioni addotte
da mia figlia e dagli altri ragazzi riguardavano la legge
Moratti. D’altro canto l’impianto di questa
riforma non piace neanche a noi. Quindi noi genitori abbiamo
condiviso il dissenso degli studenti e il modo con cui
lo hanno manifestato. In più l’occupazione
era gestita molto bene: avevano organizzato gruppi di
lavoro, avevano invitato giornalisti e altre personalità
per discutere i problemi della scuola. Avevano infine
affrontato il tema della guerra ed altri argomenti di
attualità molto importanti. Dai racconti di mia
figlia Miriam capivo che c’era un tentativo di fare
scuola in modo diverso e che si trattava di un’esperienza
utile. Ella rimaneva a scuola tutto il giorno: veniva
a casa per il pranzo, magari con tanti suoi compagni,
e poi di corsa ritornava a scuola per seguire i gruppi
di lavoro. Mi sembrava questa una risposta al loro bisogno
di portare la realtà nella scuola, di cercare una
soluzione ai problemi di quel momento, sui quali si interrogavano
perché avevano dubbi o cercavano ragioni.
Valore scuola: Se l’esperienza
è stata così positiva, come mai quest’anno
ci sono state tante polemiche?
Menicucci:
Quest’anno l’occupazione si è ripetuta,
ma la storia è andata in un senso completamente
diverso. Dopo una lunga e dibattuta assemblea i ragazzi
sono andati dal Preside per avvisarlo che la scuola era
stata occupata. Il Capo d’Istituto non si è
opposto, ma, a differenza degli altri anni, non ha aperto
alcuna discussione con i ragazzi per saperne di più
delle loro intenzioni e dei loro programmi. In una parola,
non si è sforzato affatto di ricercare (e suggerire)
un possibile elemento educativo insito in questa azione
di protesta. I ragazzi ci sono rimasti male: non si aspettavano
una reazione così indifferente. Dopo qualche ora,
poi, sono arrivati dei poliziotti in borghese, che, per
la verità in modo soft - ovvero con argomentazioni
educate, ma anche velate minacce -, hanno disgregato la
compattezza degli studenti persuadendo alcuni a non continuare
la protesta, con il risultato che a poco a poco, a piccoli
gruppi, gli studenti hanno lasciato la scuola.
Ho riflettuto, da mamma che ha vissuto da vicino gli avvenimenti,
sulle due esperienze (quella di alcuni anni fa e quella
recente) e mi ha stupito un cambiamento così radicale
del clima che c’è oggi nelle scuole. Ho riflettuto
soprattutto sul cambiamento di rapporti tra il Preside
e i ragazzi, sulla soluzione trovata e sulle modalità
che hanno portato al fallimento dell’occupazione.
Sia chiaro, sono convinta che l’occupazione non
sia l’unico modo di esprimersi; ho sempre detto
ai ragazzi di “occupare” la scuola usando
gli spazi e gli strumenti che hanno già, come i
collettivi, gli organi collegiali; di occupare i consigli
di classe nel senso di far sentire anche lì la
loro voce. Ma, a queste osservazioni, gli studenti rispondono
che gli spazi sono ormai inutilizzabili e che la discussione
è impossibile.
Valore scuola: Che vuol dire?
Menicucci: Vuol dire che manca la tecnica
della discussione di uno che parla e l’altro che
ascolta. Non ci sono modalità elementari di democrazia
né nei collettivi di classe né tanto meno
nei consigli di classe, dove - dicono i ragazzi - il docente
pretende di avere sempre ragione.
Vi confesso che sono preoccupata, perché il bisogno
di rinnovamento della scuola che esprimono i giovani è
anche il mio, specialmente quando sento che la scuola
italiana non prepara, le competenze dei docenti restano
a un livello basso ecc. E’ urgente riaprire il discorso
scuola e portarlo avanti con molta serietà.
Valore scuola: Che cosa spinge gli studenti
a occupare le scuole e, soprattutto, dopo l’occupazione
cambia qualcosa nel rapporto tra gli studenti e la scuola?
Fernando D’Aniello: Devo fare una
premessa. Noi siamo la generazione del “post”,
di volta in volta definita post sessantotto, post moderna
etc. Qual è allora la nostra identità? Sentiamo
forte l’eredità di quelli che ci hanno preceduto;
molti ci raffigurano come i nuovi sessantottini, perché
le nostre forme di lotta e le nostre contestazioni vengono,
soprattutto sulla stampa, catalogate come, appunto, post
sessantotto, post settantasette, oppure diluite nel movimento
generale no global. Posso assicurare che oggi, nelle scuole,
del sessantotto non importa nulla a nessuno: quella esperienza
è estranea al movimento di oggi. E vengo a quello
che, secondo me, è il vero problema.
Gli ultimi quindici anni sono stati quelli della disaffezione
alla scuola, non solo da parte degli studenti, ma anche
di tutta la società civile. Prima, andare a scuola
aveva un valore sociale in sé ed apriva delle strade
nel campo delle professioni. Oggi, invece, non è
più così; succede che siano gli stessi genitori
a spingere i figli a non proseguire gli studi perché
è una perdita di tempo. La scuola non è
più un’istituzione che dà garanzie
per il futuro, non è più un luogo in cui
realizzare i propri sogni: di questo ce ne accorgiamo
noi e ne accorgono i nostri genitori.
Come prima conseguenza, quindi, la scuola ha perso il
suo valore sociale. Lo sforzo del movimento studentesco
nel corso degli anni era stato proprio quello di tentare
di ridare centralità alla scuola. Per questo abbiamo
detto che il disegno della riforma Moratti non era una
questione esclusiva degli studenti e degli insegnanti
(la scuola non è infatti un’istanza corporativa),
ma un problema di tutti. Detto questo, vorrei precisare
che le occupazioni di oggi hanno un segno diverso: esse
non hanno come obiettivo quello di nuove sperimentazioni
di forme democratiche. Marilena Menicucci ha fatto riferimento
agli organi collegiali come possibile spazio democratico.
Il nostro movimento - l’Uds - ha sempre chiesto
la pariteticità tra studenti e gli altri soggetti
del Consiglio di Istituto, ma da un sondaggio che abbiamo
promosso sul nostro sito è emerso che la maggioranza
vuole più potere nel Comitato studentesco e vuole
dare più senso alle assemblee; della pariteticità
non importa niente a nessuno. Paradossalmente, quegli
organismi democratici, scaturiti anche dalle lotte degli
anni Sessanta, oggi sono visti con diffidenza. Gli studenti
non sono convinti che tutto debba passare attraverso il
Consiglio di istituto; in realtà vogliono avere
degli spazi autonomi, più o meno autogestiti, dove
realizzare alcune loro attività. Gli organi collegiali
sono talmente in crisi, anche per una gestione troppo
dirigistica della scuola, che ci spingono a cercare altro.
Allora ripartiamo dal problema di fondo che è la
disaffezione. Gli studenti ogni mattina si chiedono perché
debbano andare a scuola, già ottobre sono stufi
di sentire la lezione, di essere interrogati etc.; non
è questione di autoritarismo, è questione
di motivazione. Fuori della scuola, infatti, c’è
tutto un mondo che offre stimoli nuovi ed anche opportunità
di guadagno. Le occupazioni sono indubbiamente un tema
scottante perché danno subito la misura di ciò
che si è capaci di fare. Un’occupazione riuscita
significa che alla fine nella scuola ci sono delle persone
in più che si sono appassionate ai problemi, alla
politica, all’impegno civile anche nella stessa
scuola.
Valore scuola: Vuoi dire che l’occupazione
significa la riappropriazione di uno spazio…
D’Aniello:
Quest’anno abbiamo lanciato una campagna che si
chiama “liberazione”, perché non si
tratta tanto di riappropriarci di qualcosa che peraltro
non è mai stato nostro. Vogliamo liberare le scuole
da un certo modo di concepire l’Istituzione scolastica,
la didattica ecc. Abbiamo predisposto una apposita “Carta
dei desideri”, ovvero un questionario, per sapere
dagli studenti quali diritti vorrebbero fossero loro riconosciuti.
Sono venute fuori le proposte più strane; una per
tutte è quella di una studentessa che dice: “Vorrei
avere il diritto di sedermi dove dico io”. Ecco,
al di là delle categorie sociologiche che le vengono
applicate, la nostra generazione è interessata
alla politica. A sostegno di ciò, basti considerare
la mobilitazione per la pace, ad esempio. E tuttavia manca
di saldi punti di riferimento che non siano quelli dei
grandi valori, quale appunto la pace, la lotta alla povertà
e alle ingiustizie. In questo senso, essa non è
ideologicamente schierata, bensì è da considerare
metaforicamente nomade, in quanto cammina domandando.
In questo cammino non si riconosce nei luoghi classici
di incontro, anche se la scuola resta comunque l’unico
posto dove i giovani si ritrovano in massa e provano in
qualche modo a organizzarsi. Ultimamente, però,
tanti spazi che, nel bene e nel male, nella scuola pur
avevamo, sono stati chiusi, anche per colpa nostra. Di
conseguenza, oggi la scuola è sempre più
concepita come un luogo asettico, all’interno del
quale si seguono dei corsi prestabiliti e al di fuori
di qualunque partecipazione, fosse pure fatta di rapporti
e relazioni nuove. L’occupazione, allora, non è
un rituale del passato: è un figlio del presente,
in quanto è il portato di tutto questo. Infine,
non è da sottovalutare la preoccupazione legata
alla riforma Moratti. Questa, non prendendo assolutamente
in considerazione gli studenti, finisce per dare alle
ultime occupazioni un forte connotato politico, anche
perché, nonostante gli “stati generali”,
i soggetti che vivono nella scuola sono stati esclusi
da qualunque discorso di riforma e di cambiamento.
Valore scuola: Molte delle cose che dice
Fernando chiamano in causa il rapporto tra insegnanti
e studenti: la disaffezione, il senso di inutilità,
la percezione che la scuola sia un luogo dove non si cresce,
a meno di gestire gli spazi a discrezione, sono vere e
proprie stilettate e denunciano un deficit di comunicazione
con i docenti. Cosa ne pensa il Prof. Cardoni?
Paolo
Cardoni: C’è sicuramente un deficit
di comunicazione. Però voglio premettere che la
voglia di fare della scuola qualcosa che “mi assomiglia”
è il sogno comune di molte generazioni, al di là
poi di come ognuno lo ha vissuto. Da quando si chiedeva
di aprire la scuola il pomeriggio non abbiamo fatto passi
avanti, anche se la “cultura” della scuola
aperta è diventata patrimonio di tanti, molti dei
quali, non a caso, sono diventati insegnanti. Ma al di
là del fatto che ogni generazione riveda il suo
modo di stare nella scuola e se ne voglia riappropriare,
qualunque iniziativa si faccia viene ad assumere la forma
della scuola. Faccio un esempio. Se presento delle proposte
innovative, dato che stiamo parlando di forme di comunicazione
tra insegnanti e studenti, non sempre esse vengono percepite
come tali; il più delle volte vengono accolte,
appunto, come proposte che stanno nella scuola. La forma
della comunicazione che si instaura all’interno
dell’aula ne definisce già il contenuto:
io sto seduto da una parte e gli studenti dall’altra.
Qualunque cosa possiamo dirci ha assunto questa forma
comunicativa, direi vessatoria, che qualcuno tende a respingere
e qualcun altro tende a difendere. Questo tipo di comunicazione
falsifica anche i contenuti innovativi che magari non
vengono accolti, perché la forma prevale sulla
sostanza. Nella forma la scuola non è cambiata,
è “vetero”, è quella stessa
contro la quale tanti anni fa noi stessi abbiamo combattuto:
c’è ancora questa scuola, ma ce n’è
anche un’altra. Riuscire a far passare un’altra
idea ovvero quella di un luogo dove si costruisce una
cultura, è difficilissimo non solo all’interno
del corpo docente, perché sappiamo come è
fatto, ma anche (ed è forse ancora più difficile)
tra gli studenti. Ci troviamo di fronte oggi dei giovani
che hanno altri modelli, altri esempi di gestione della
politica, della democrazia ecc. Modelli potentissimi e
non riconducibili dentro la scuola. Quindi, anche se la
scuola si sforzasse di offrire modelli diversi, verrebbe
forse rifiutata lo stesso. Lo studente si sente preso
in giro, quindi questo modello non regge e la scuola da
sola non può risolvere il problema della relazione
interna. La questione interessa un insieme di soggetti
che stanno intorno alla scuola che non sanno, non vogliono
o non sono in grado di fare delle cose. I ragazzi hanno
perso il senso della scuola perché dentro non ci
trovano niente, e se anche ci trovassero qualcosa, pensano
che poi non servirà loro nella vita di tutti i
giorni
Valore scuola: Ritorna ancora il rapporto
scuola uguale non-luogo.
Cardoni:
E’ questo l’aspetto grave: la scuola è
diventato un non-luogo o, più precisamente, un
luogo di disvalori. Altro che “valore scuola”:
occorrerebbe dire “disvalore scuola”. Se io
lavoro su un disvalore, posso abbellirlo quanto mi pare,
ma resta sempre un disvalore. In più c’è
anche il rischio che, nel momento in cui me ne approprio,
faccio mia quella forma di comunicazione e quella interpretazione
negativa del valore: c’è quindi una contraddizione
nelle occupazioni o nelle autogestioni perché mi
occupo di qualcosa di cui non ho alcuna fiducia. Questo
è il dramma della situazione attuale. In altri
momenti, le lotte studentesche erano non solo collegate
ad altre lotte sociali, ma soprattutto indicavano una
prospettiva culturale all’interno della scuola;
adesso, a parte l’impegno di pochi gruppi politicizzati,
le occupazioni finiscono per essere occasioni di vacanza.
In questo contesto anche gli organi collegiali sono luoghi
non considerati, e tuttavia tendono a essere occupati
secondo le forme e le modalità esterne della politica
adulta: “io” mi propongo come rappresentante
perché così gestisco, perché ho un
minimo di visibilità rispetto agli altri. E’
solo un gioco, tant’è che poi il merito non
interessa. Ed è un gioco pericolosamente in discesa.
Ricordate quando in altra sede discutevamo su chi debba
essere considerato il padrone della scuola? Il padrone
della scuola non è soltanto lo studente; lo studente
ha diritto ad avere una scuola, ma ci sono anche altri
attori che dovrebbero funzionare come padroni della scuola,
a cominciare dagli insegnanti.
Valore scuola: Qui il discorso diviene
complesso....
Cardoni:
Sì, bisognerebbe partire dalla formazione. Ma faccio
solo qualche accenno. Il fatto che molti insegnanti restino
ancorati allo schema tipico del voto espresso in maniera
insindacabile è molto negativo, perché non
recepisce i progressi della ricerca educativa e disciplinare.
Anche se cambi forma, introduci elementi di partecipazione
e di autovalutazione, la sostanza non cambia: se il 5
o il 10 se lo dà lo studente, sempre 5 o 10 rimane.
Non so proprio se sia possibile, attraverso anche le occupazioni,
un rilancio complessivo del valore della scuola, quando
lo stesso ministero ha abolito la parola pubblica. Allora,
per concludere, chi è il padrone dell’istruzione?
E’ il privato che tende ad aprirla se ci vede un
affare: è implicito che, se sei interessato ad
acquisire una competenza, viene e impari quello che ti
serve e paghi.
Valore scuola: Vorremmo ritornare all’elemento della
disaffezione, alla difficoltà della scuola di presentarsi
come un luogo di valori, di offrire proposte credibili…
ma dietro tutto questo c’è una richiesta.
Il giovane che occupa la scuola, che propone l’autogestione
vuole ancora qualcosa dalla scuola. Non credete che si
debba intercettare e capire questa richiesta? Cosa ne
pensa il Dirigente, Prof. Valentino?
Antonio
Valentino: I messaggi che sono arrivati esprimono
più che un disagio, una mancanza di prospettive.
Ma io credo che questa scuola un senso ce l’abbia
e abbia, al tempo stesso, una sua forza. Naturalmente
dipende da come si sta dentro questo universo non privo
di contraddizioni e di problemi. Sembra anche di cogliere
in molti comportamenti degli studenti un messaggio che
è una richiesta di centralità, un recupero
di ruolo dentro la scuola. Rispetto a 10-15 anni fa gli
insegnanti sono certamente diversi, hanno una maggiore
capacità di ascolto, di attenzione e anche di solidarietà.
Sono indubbiamente molti di più gli insegnanti
che pensano ai loro studenti, che vogliono vederli protagonisti
e capaci di svolgere un ruolo propositivo dentro la scuola.
Ciò che è rimasto uguale è la scuola
come istituzione. Ma gli stessi insegnanti come corpo
non hanno sviluppato una cultura professionale adeguata
alla problematicità e alla complessità dei
giovani di oggi. I questi sono più disorientati
perché vivono in una società disorientata
e gli insegnanti, nonostante singolarmente siano molto
più disponibili, non riescono a diventare, con
le dovute eccezioni, interlocutori credibili per gli studenti.
Qui trovo una contraddizione: a fronte di una maggiore
disponibilità c’è sicuramente dell’impreparazione.
Diventare interlocutori dello studente significa, infatti,
interpretare dei bisogni anche inediti: c’è
la sensibilità, ma mancano le competenze, le categorie
interpretative. Lo spazio ci sarebbe e non ha bisogno
di essere “liberato”; ha solo bisogno di essere
occupato, ma per questo ci vuole voglia, competenza e
capacità propositiva. Oggi non c’è
nessun preside che nega, a gruppi di studenti, di venire
a scuola nel pomeriggio, di occupare un’aula, di
andare in biblioteca, di organizzare un cineforum. C’è
un bisogno e la volontà di esprimerlo, magari malamente
da parte degli studenti, ma il fatto grave è che
gli adulti non riescono a interpretarlo, mettendo in atto
delle strategie conseguenti. Certamente c’è
un’impreparazione rispetto al nuovo, ma voglio dire
che fino a 5 - 6 anni la scuola sembrava fa votata a un
ruolo diverso: lo Statuto degli studenti doveva rappresentare
un giro di boa e portare nella scuola il protagonismo
dei ragazzi. Purtroppo, non ha avuto gambe per camminare.
Non che gli mancassero, al contrario: è mancato
tempo, è caduto il governo e il nuovo ha cambiato
registro, interrompendo bruscamente un percorso che, a
mio avviso, se perseguito, avrebbe potuto dare sbocchi
diversi. Mi auguro che una nuova stagione politica si
faccia carico di questo problemi, magari riprendendo il
percorso laddove è stato interrotto.
Valore scuola: Avete fatto un’analisi
approfondita di una serie di problemi e quello emergente
ci pare sia la relazione tra i diversi attori del patto
educativo, una relazione complessa e complicata, giocata
su forme di comunicazione tutt’altro che semplici.
Ma ora vorremmo introdurre un altro elemento. C’è
una contraddizione tra la mancanza di punti di riferimenti
e l’esigenza di una liberazione dello spazio scolastico.
Gli studenti, generazione dopo generazione, cominciano
sempre daccapo, non lasciano un’esperienza consolidata
che possa trasmettersi. Lasciano una memoria storica che
viene poi mitizzata dalla generazioni successive. In questo
gioco di ruoli la scuola pubblica si è profondamente
dequalificata, e a questo hanno contribuito studenti,
insegnanti, mentre, parallelamente, la scuola privata
si è andata accreditando. Un fatto confortante
è sapere che ci sono molti più insegnanti
vicini ai loro studenti, più aperti al dialogo,
perché questo significa che hanno a cuore la loro
professione e che sono pronti a seguire gli studenti anche
nelle occupazioni, educandoli anche in queste circostanze.
Allora, chiediamo a Fernando, come può la scuola
pubblica recuperare in immagin, visto che ogni fine di
occupazione coincide - pensate anche alle esagerazioni
di stampa e Tv - con distruzioni, vandalismi, depauperamento
della didattica. A questo proposito, si pensi ai ragazzi
meno fortunati, quelli che, avendo difficoltà iniziali
di apprendimento non risolvono i loro problemi, anzi li
vedono aggravati. Non si può accettare che la scuola
perda di senso, poiché, se così è,
si impone allora una riconquista del valore sociale della
scuola a tutti i costi. Cosa ne pensa lo studente?
Fernando
D’Aniello: La domanda è un po’
provocatoria. Le occupazioni non hanno, né possono,
avere il ruolo di ricostruire il “valore” della
scuola e la sua importanza. Quello che è diventata
la scuola italiana non è effetto delle proteste degli
studenti. Poi, se vogliamo, possiamo trovare o negare un
senso a qualunque cosa: all’occupazione come a una
manifestazione o a un’aula autogestita. Io accetto
la contraddizione: la scuola non ha più senso, ma
la si occupa. E’ vero, ma l’obiettivo è
comunque darle un senso. Aggiungo che la scuola, paradossalmente,
è rimasto comunque l’unico luogo dove gli studenti
cercano un minimo di appiglio, nella crisi che mina tutte
le istituzioni. Nel ’68 - tanto per citare una fase
simbolica - un ragazzo che voleva fare politica aveva tanti
luoghi dove esercitarla: il partito, il movimento, ecc.
Oggi, invece, l’impegno è spalmato su più
fronti; non a caso tanti studenti, per anni, non hanno fatto
politica nel senso classico del termine, ma si sono impegnati
in altro modo. Molti, ad esempio, fanno volontariato. La
nostra è una generazione in cammino, che però
non riesce a riportare tutto questo suo “fare”
nelle scuole. Eppure la scuola resta un luogo dove si va,
dove forse si cerca qualcosa; non a caso si occupano proprio
le scuole; non a caso è lì che si sviluppa
ancora il necessario conflitto generazionale. Quando è
scoppiata la guerra in Iraq, dalle prime ore del mattino
migliaia di studenti si sono riversati nelle strade: ricordo
un gruppo di ragazzini, proprio piccoli, che, per reagire
a questa tragedia, hanno deciso di bloccare via del Corso
a Roma. Non c’era una ragione precisa di bloccare
proprio quella strada, ma per loro era fare qualcosa di
importante. C’è una politicità nell’azione
degli studenti: il problema è come esprimerla e in
quali spazi. E’ vero che molti Presidi sono disponibili
ad aprire la scuola, ma conosco tanti insegnanti democratici
con cui protestiamo insieme contro la legge Moratti che
però, quando salgono in cattedra, nella relazione
con gli studenti sono più autoritari di un insegnante
di destra. E tuttavia, dopo l’interruzione di quella
esperienza di partecipazione che si intravvedeva con lo
Statuto, mi pare che ci sia una ripresa: la scuola, in realtà,
resta l’unico posto dove possiamo discutere di cose
che ci interessano. E’ sufficiente per ridare un senso
alla scuola? Non lo so, tutti dovrebbero accorgersi che
essa è importante, almeno quanto l’Università.
Sarebbe bello che le scuole si aprissero e si proponessero
come luoghi in cui si produce cultura per tutti i cittadini,
in uno sforzo comune di docenti e studenti. Si pensi all’effetto
prodotto nei quartieri più difficili, nelle periferie
più degradate! Forse le stesse occupazioni potrebbero
essere l’occasione per sperimentare questo tipo di
scuola. Infatti se n’è anche parlato di fare,
durante le occupazioni, iniziative serali a cui invitare
i genitori e la cittadinanza: il messaggio sarebbe che la
cultura che si produce dentro la scuola è utile alla
collettività e, quindi, è importante. Il nostro
problema oggi è che abbiamo di fronte una istituzione
“a pacchetto”: o ti pigli quello che ti dà
oppure ti trovi un altro soggetto che ti somministra quello
che vuoi. Anche per questo motivo sono in crisi le rappresentanze.
Agli studenti non importa nulla di avere uno o più
rappresentanti in Consiglio di istituto, perché non
hanno più fiducia in quell’organismo; essi
vogliono vivere in modo diverso quella scuola nella quale
si trovano. Mi piacerebbe che di fronte a un’occupazione
ci fossero insegnanti che, anziché reagire con indifferenza,
facessero il “salto” e occupassero con noi.
Non voglio fornire una scorciatoia, perché sono convinto
anch’io che non si può non studiare.Il problema
della qualità della scuola e della didattica, dei
saperi e dei contenuti, va però affrontato, poiché
c’è l’energia di una generazione che
non va dispersa.
Marilena
Menicucci: Quello che mi ha colpito è
che l’esperienza dell’occupazione non è
stata ripresa da alcun insegnante. Finita l’occupazione
tutto è ricominciato come prima, come se nulla
fosse accaduto. Questa esperienza, questo comune sentire
che Fernando che ci ha descritto così bene e che
sta dietro l’occupazione (con il suo carico di vissuto,
visioni della realtà, di sogni, desideri, progetti).
Tutto questo materiale che costituisce, forse, la parte
più autentica degli alunni non è diventata
argomento di studio, la base per migliorare la relazione
educativa. La stessa professionalità dei docenti
migliora se migliora la relazione con gli alunni. Quando
ho parlato con i professori da genitore mi sono sentita
dire (ci siamo sentiti dire) è sufficiente, è
insufficiente, secondo una modalità che credevo
non facesse più parte del metodo di valutazione,
ma che non mi aspettavo appena pochi giorni dopo l’occupazione.
Come è possibile che la scuola riparta senza fare
dell’occupazione un argomento di studio, un momento
educativo?. Se con l’occupazione i giovani esprimono
anche dei disagi, perché la scuola risponde tornando
esattamente ad essere come prima? O semplicemente lamentandosi
che il gabinetto è più sporco di prima?
Valore scuola: In genere tutti i momenti
migliori della scuola italiana sono nati nella scuola
stessa. E’ possibile trovare ancora oggi nella scuola
risorse ed energie per costruire una proposta nuova anche
nelle forme oltre che nei contenuti?
Antonio
Valentino: Quello che dice Marilena ho cercato
di applicarlo in una esperienza di occupazione che ho
vissuto circa 7 anni fa. Quell’occupazione si concluse
con impegno mio, come preside, ma condiviso anche dagli
insegnanti, di dare un seguito alle domande espresse dagli
studenti attraverso l’utilizzo di spazi orari all’interno
della settimana da dedicare ad approfondimenti di tematiche
secondo modalità diverse. Purtroppo allora c’era
il Natale di mezzo tra la fine dell’occupazione
e l’impegno da praticare e così gli unici
ad essere convinti della bontà dell’iniziativa
restammo io e un gruppetto di insegnanti. Gli studenti
se ne erano dimenticati, gli altri insegnanti si sono
preoccupati di mettere mano al programma e tutto è
finito così, nonostante le ottime premesse. Il
rito era stato consumato e tutto tornava come prima. Questo
per dire che, probabilmente, c’è qualche
complicazione in più; il cambiamento non dipende
solo dalla buona volontà. Ma io vorrei sottolineare
un altro aspetto. La crescita culturale dello studente
e lo sviluppo della sua autonomia e del suo protagonismo
all’interno della scuola o lo si assume come obiettivo
educativo tout court, sapendo che è un obiettivo
difficilissimo che passa attraverso l’autovalutazione,
una scuola attiva, un recupero di senso sulle cose che
si fanno o altrimenti finisce il rito, l’esperienza
del potere momentaneo e si ritorna al solito. Non ci sono
scorciatoie: o la scuola recupera intenzionalità
a questo progetto, cioè crede che l’autonomia
dello studente, il protagonismo dello studente, lo sviluppo
dello studente sia la ragione stessa del suo essere; altrimenti,
qualunque cosa si faccia, il giorno dopo ce la siamo dimenticata.
Oggi la scuola sarebbe più pronta rispetto agli
anni Settanta, perché tanti messaggi sono stati
recepiti, ma non basta recepire il messaggio perché
le cose cambino; occorrono processi più alti mediati
da competenze, investimenti sui saperi, sui comportamenti.
Allora le occupazioni, le autogestioni non si possono
definire un blocco delle attività: come in tanti
fenomeni si esprime anche qui il meglio e il peggio. Hanno
espresso molte volte le cose che diceva Marilena, nel
senso delle capacità propositive dello studente,
che però non hanno avuto sbocchi, sono state l’espressione,
anche bellissime, di una forte socializzazione, ma il
protagonismo degli studenti non può esprimersi
soltanto nei processi di socializzazione, perché
se così è la scuola non assolve il suo compito
istituzionale, che è quello di promuovere autonomia
culturale e progettuale dello studente. E non dimentichiamo
anche i lati peggiori.
Valore scuola: Che fare quindi?
Valentino:
Io credo che ciascuno degli attori in campo debba imparare
a fare la propria parte, in particolare intorno a un’idea
che mi pare tutti condividiamo: il protagonismo degli
studenti e la loro capacità di crescere in autonomia
deve essere assunto dalla scuola come un obiettivo didattico
da perseguire intenzionalmente. Questo problema, che se
lo pongano o meno i ragazzi, dobbiamo porcelo noi adulti,
presidi e insegnanti. E’ un’operazione illuministica?
Valore scuola: Ci pare opportuno girare
la domanda a Paolo Cardoni
Paolo
Cardoni: Non so in che modo “passerà
alla storia” questa tornata di occupazioni. Forse
la risposta l’ha data Fernando parlando di una generazione
in cammino, una generazione alla ricerca di una propria
strada verso una coscienza politica. Negli anni Settanta
era la ricerca di spazi democratici, da cui nacuero gli
organi collegiali; nel ’77 c’era il sei politico;
nell’87 il diritto allo studio, i buoni libri, ecc.
Oggi, forse, una generazione che cerca se stessa. Rimane
però nelle occupazioni, soprattutto nelle scuole
meno politicizzate, l’elemento della ritualità,
che è pure importante perché rappresenta
un promemoria per tutti gli attori coinvolti. Ma al di
là di analisi sociologiche o pedagogiche della
situazione, i ragazzi di oggi sono certamente più
disorientati e molto più paurosi: da qui l’assenza
di grandi prospettive e grandi programmi, anche rispetto
alla riforma della scuola. C’è un timore
diffuso in questa generazione, ma essa non riguarda soltanto
i giovani; riguarda i genitori, che sono più spaesati
di quelli delle generazioni precedenti, spesso incapaci
di gestire il rapporto con i figli; non caso i ragazzi
più attrezzati vengono da famiglie culturalmente
più solide. In genere, quindi, durante le occupazioni
o l’autogestione i più non sono titolari
di un pensiero politico proprio; portano un non-pensiero.
Per questo l’occupazione o l’autogestione
potrebbe significare un momento di crescita per i meno
attrezzati, ma è molto complicato che succeda.
Il quadro sociale e culturale è molto confuso:
c’è una compresenza tra un modello di vita
fatto di ricchezza e benessere e la realtà quotidiana
connotata da una assoluta miseria culturale. I dati sull’istruzione,
sulla capacità di lettura, sulla capacità
di pensiero logico-matematico sono mostruosamente bassi.
Tutte le nuove ricerche confermano i dati che De Mauro
aveva già rilevato negli anni Settanta.
Valore Scuola: Il livello di istruzione,
la scolarizzazione sono però aumentati
Paolo
Cardoni: Non c’è dubbio, ma a questo
non corrisponde un aumento della diffusione della lettura
e soprattutto delle capacità
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