Tavola rotonda
le occupazioni delle scuole
Ritualità o ricerca politica?

L'occupazione delle scuole da parte degli studenti è una pratica politica nata oltre trent’anni fa col movimento degli studenti di metà degli anni Sessanta. Allora emergevano due obiettivi: il primo, di carattere politico, era fieramente contrario ai contenuti fortemente nozionistici e autoreferenziali della scuola, alla selezione per censo, ad una visione della cultura che sembrava imbalsamata dentro valori non più rispondenti allo spirito del tempo; il secondo obiettivo era quello dell’esercizio di una pratica democratica più allargata, dell’espressione di bisogni nuovi e di idee, di un confronto a più voci. Era insomma una sorta di “educazione sentimentale” e culturale autogestita da parte dei giovani, desiderosi di chiamarsi fuori da schemi preconfezionati. Non è questa la sede per valutare sul lungo periodo gli effetti di quella rivolta studentesca, diciamo solo che fu un vero scossone alla scuola e alla società.
Il movimento degli studenti negli anni successivi, dopo la rottura anche tragica di metà degli anni Settanta, è stato un fiume carsico che, comparso e ricomparso più volte, ha portato con sé le occupazioni. Da qualche anno esse si susseguono con una certa ritualità e a volte, purtroppo, si portano dietro strascichi polemici per via di danneggiamenti alle scuole e sottrazioni di materiali e suppellettili.
Che senso hanno oggi le occupazioni per chi le fa e per chi le subisce? Questa è la domanda con cui vogliamo aprire la tavola rotonda, a cui partecipano uno studente, Fernando D’Aniello, un dirigente scolastico, Antonio Valentino, un genitore, Marilena Menicucci, un docente, Paolo Cardoni e un gruppo di redattori di VS.
Cominciamo da una mamma.


Valore scuola: I nostri genitori inorridivano di fronte alle occupazioni della scuola e persino i più democratici non nascondevano le loro preoccupazioni: non solo per le notti passate fuori casa, ma anche per la perdita di giorni di lezioni e per eventuali ripercussioni sul percorso scolastico e magari per conseguenze anche penali anche penali… Adesso come reagiscono i genitori?

Marilena Menicucci: Io ho “partecipato” a due occupazioni della mia figliola, che adesso frequenta il secondo anno di Liceo classico presso il “Tasso” di Roma. Io e mio marito non ci siamo opposti né alla sua partecipazione alle occupazioni - la prima a cui ha partecipato risale a quattro anni fa, quando era iscritta al quarto Ginnasio - né abbiamo espresso parere negativo, perché le motivazioni addotte da mia figlia e dagli altri ragazzi riguardavano la legge Moratti. D’altro canto l’impianto di questa riforma non piace neanche a noi. Quindi noi genitori abbiamo condiviso il dissenso degli studenti e il modo con cui lo hanno manifestato. In più l’occupazione era gestita molto bene: avevano organizzato gruppi di lavoro, avevano invitato giornalisti e altre personalità per discutere i problemi della scuola. Avevano infine affrontato il tema della guerra ed altri argomenti di attualità molto importanti. Dai racconti di mia figlia Miriam capivo che c’era un tentativo di fare scuola in modo diverso e che si trattava di un’esperienza utile. Ella rimaneva a scuola tutto il giorno: veniva a casa per il pranzo, magari con tanti suoi compagni, e poi di corsa ritornava a scuola per seguire i gruppi di lavoro. Mi sembrava questa una risposta al loro bisogno di portare la realtà nella scuola, di cercare una soluzione ai problemi di quel momento, sui quali si interrogavano perché avevano dubbi o cercavano ragioni.


Valore scuola: Se l’esperienza è stata così positiva, come mai quest’anno ci sono state tante polemiche?

Menicucci: Quest’anno l’occupazione si è ripetuta, ma la storia è andata in un senso completamente diverso. Dopo una lunga e dibattuta assemblea i ragazzi sono andati dal Preside per avvisarlo che la scuola era stata occupata. Il Capo d’Istituto non si è opposto, ma, a differenza degli altri anni, non ha aperto alcuna discussione con i ragazzi per saperne di più delle loro intenzioni e dei loro programmi. In una parola, non si è sforzato affatto di ricercare (e suggerire) un possibile elemento educativo insito in questa azione di protesta. I ragazzi ci sono rimasti male: non si aspettavano una reazione così indifferente. Dopo qualche ora, poi, sono arrivati dei poliziotti in borghese, che, per la verità in modo soft - ovvero con argomentazioni educate, ma anche velate minacce -, hanno disgregato la compattezza degli studenti persuadendo alcuni a non continuare la protesta, con il risultato che a poco a poco, a piccoli gruppi, gli studenti hanno lasciato la scuola.
Ho riflettuto, da mamma che ha vissuto da vicino gli avvenimenti, sulle due esperienze (quella di alcuni anni fa e quella recente) e mi ha stupito un cambiamento così radicale del clima che c’è oggi nelle scuole. Ho riflettuto soprattutto sul cambiamento di rapporti tra il Preside e i ragazzi, sulla soluzione trovata e sulle modalità che hanno portato al fallimento dell’occupazione. Sia chiaro, sono convinta che l’occupazione non sia l’unico modo di esprimersi; ho sempre detto ai ragazzi di “occupare” la scuola usando gli spazi e gli strumenti che hanno già, come i collettivi, gli organi collegiali; di occupare i consigli di classe nel senso di far sentire anche lì la loro voce. Ma, a queste osservazioni, gli studenti rispondono che gli spazi sono ormai inutilizzabili e che la discussione è impossibile.


Valore scuola: Che vuol dire?

Menicucci: Vuol dire che manca la tecnica della discussione di uno che parla e l’altro che ascolta. Non ci sono modalità elementari di democrazia né nei collettivi di classe né tanto meno nei consigli di classe, dove - dicono i ragazzi - il docente pretende di avere sempre ragione.
Vi confesso che sono preoccupata, perché il bisogno di rinnovamento della scuola che esprimono i giovani è anche il mio, specialmente quando sento che la scuola italiana non prepara, le competenze dei docenti restano a un livello basso ecc. E’ urgente riaprire il discorso scuola e portarlo avanti con molta serietà.


Valore scuola: Che cosa spinge gli studenti a occupare le scuole e, soprattutto, dopo l’occupazione cambia qualcosa nel rapporto tra gli studenti e la scuola?

Fernando D’Aniello: Devo fare una premessa. Noi siamo la generazione del “post”, di volta in volta definita post sessantotto, post moderna etc. Qual è allora la nostra identità? Sentiamo forte l’eredità di quelli che ci hanno preceduto; molti ci raffigurano come i nuovi sessantottini, perché le nostre forme di lotta e le nostre contestazioni vengono, soprattutto sulla stampa, catalogate come, appunto, post sessantotto, post settantasette, oppure diluite nel movimento generale no global. Posso assicurare che oggi, nelle scuole, del sessantotto non importa nulla a nessuno: quella esperienza è estranea al movimento di oggi. E vengo a quello che, secondo me, è il vero problema.
Gli ultimi quindici anni sono stati quelli della disaffezione alla scuola, non solo da parte degli studenti, ma anche di tutta la società civile. Prima, andare a scuola aveva un valore sociale in sé ed apriva delle strade nel campo delle professioni. Oggi, invece, non è più così; succede che siano gli stessi genitori a spingere i figli a non proseguire gli studi perché è una perdita di tempo. La scuola non è più un’istituzione che dà garanzie per il futuro, non è più un luogo in cui realizzare i propri sogni: di questo ce ne accorgiamo noi e ne accorgono i nostri genitori.
Come prima conseguenza, quindi, la scuola ha perso il suo valore sociale. Lo sforzo del movimento studentesco nel corso degli anni era stato proprio quello di tentare di ridare centralità alla scuola. Per questo abbiamo detto che il disegno della riforma Moratti non era una questione esclusiva degli studenti e degli insegnanti (la scuola non è infatti un’istanza corporativa), ma un problema di tutti. Detto questo, vorrei precisare che le occupazioni di oggi hanno un segno diverso: esse non hanno come obiettivo quello di nuove sperimentazioni di forme democratiche. Marilena Menicucci ha fatto riferimento agli organi collegiali come possibile spazio democratico. Il nostro movimento - l’Uds - ha sempre chiesto la pariteticità tra studenti e gli altri soggetti del Consiglio di Istituto, ma da un sondaggio che abbiamo promosso sul nostro sito è emerso che la maggioranza vuole più potere nel Comitato studentesco e vuole dare più senso alle assemblee; della pariteticità non importa niente a nessuno. Paradossalmente, quegli organismi democratici, scaturiti anche dalle lotte degli anni Sessanta, oggi sono visti con diffidenza. Gli studenti non sono convinti che tutto debba passare attraverso il Consiglio di istituto; in realtà vogliono avere degli spazi autonomi, più o meno autogestiti, dove realizzare alcune loro attività. Gli organi collegiali sono talmente in crisi, anche per una gestione troppo dirigistica della scuola, che ci spingono a cercare altro. Allora ripartiamo dal problema di fondo che è la disaffezione. Gli studenti ogni mattina si chiedono perché debbano andare a scuola, già ottobre sono stufi di sentire la lezione, di essere interrogati etc.; non è questione di autoritarismo, è questione di motivazione. Fuori della scuola, infatti, c’è tutto un mondo che offre stimoli nuovi ed anche opportunità di guadagno. Le occupazioni sono indubbiamente un tema scottante perché danno subito la misura di ciò che si è capaci di fare. Un’occupazione riuscita significa che alla fine nella scuola ci sono delle persone in più che si sono appassionate ai problemi, alla politica, all’impegno civile anche nella stessa scuola.


Valore scuola: Vuoi dire che l’occupazione significa la riappropriazione di uno spazio…

D’Aniello: Quest’anno abbiamo lanciato una campagna che si chiama “liberazione”, perché non si tratta tanto di riappropriarci di qualcosa che peraltro non è mai stato nostro. Vogliamo liberare le scuole da un certo modo di concepire l’Istituzione scolastica, la didattica ecc. Abbiamo predisposto una apposita “Carta dei desideri”, ovvero un questionario, per sapere dagli studenti quali diritti vorrebbero fossero loro riconosciuti. Sono venute fuori le proposte più strane; una per tutte è quella di una studentessa che dice: “Vorrei avere il diritto di sedermi dove dico io”. Ecco, al di là delle categorie sociologiche che le vengono applicate, la nostra generazione è interessata alla politica. A sostegno di ciò, basti considerare la mobilitazione per la pace, ad esempio. E tuttavia manca di saldi punti di riferimento che non siano quelli dei grandi valori, quale appunto la pace, la lotta alla povertà e alle ingiustizie. In questo senso, essa non è ideologicamente schierata, bensì è da considerare metaforicamente nomade, in quanto cammina domandando. In questo cammino non si riconosce nei luoghi classici di incontro, anche se la scuola resta comunque l’unico posto dove i giovani si ritrovano in massa e provano in qualche modo a organizzarsi. Ultimamente, però, tanti spazi che, nel bene e nel male, nella scuola pur avevamo, sono stati chiusi, anche per colpa nostra. Di conseguenza, oggi la scuola è sempre più concepita come un luogo asettico, all’interno del quale si seguono dei corsi prestabiliti e al di fuori di qualunque partecipazione, fosse pure fatta di rapporti e relazioni nuove. L’occupazione, allora, non è un rituale del passato: è un figlio del presente, in quanto è il portato di tutto questo. Infine, non è da sottovalutare la preoccupazione legata alla riforma Moratti. Questa, non prendendo assolutamente in considerazione gli studenti, finisce per dare alle ultime occupazioni un forte connotato politico, anche perché, nonostante gli “stati generali”, i soggetti che vivono nella scuola sono stati esclusi da qualunque discorso di riforma e di cambiamento.


Valore scuola: Molte delle cose che dice Fernando chiamano in causa il rapporto tra insegnanti e studenti: la disaffezione, il senso di inutilità, la percezione che la scuola sia un luogo dove non si cresce, a meno di gestire gli spazi a discrezione, sono vere e proprie stilettate e denunciano un deficit di comunicazione con i docenti. Cosa ne pensa il Prof. Cardoni?

Paolo Cardoni: C’è sicuramente un deficit di comunicazione. Però voglio premettere che la voglia di fare della scuola qualcosa che “mi assomiglia” è il sogno comune di molte generazioni, al di là poi di come ognuno lo ha vissuto. Da quando si chiedeva di aprire la scuola il pomeriggio non abbiamo fatto passi avanti, anche se la “cultura” della scuola aperta è diventata patrimonio di tanti, molti dei quali, non a caso, sono diventati insegnanti. Ma al di là del fatto che ogni generazione riveda il suo modo di stare nella scuola e se ne voglia riappropriare, qualunque iniziativa si faccia viene ad assumere la forma della scuola. Faccio un esempio. Se presento delle proposte innovative, dato che stiamo parlando di forme di comunicazione tra insegnanti e studenti, non sempre esse vengono percepite come tali; il più delle volte vengono accolte, appunto, come proposte che stanno nella scuola. La forma della comunicazione che si instaura all’interno dell’aula ne definisce già il contenuto: io sto seduto da una parte e gli studenti dall’altra. Qualunque cosa possiamo dirci ha assunto questa forma comunicativa, direi vessatoria, che qualcuno tende a respingere e qualcun altro tende a difendere. Questo tipo di comunicazione falsifica anche i contenuti innovativi che magari non vengono accolti, perché la forma prevale sulla sostanza. Nella forma la scuola non è cambiata, è “vetero”, è quella stessa contro la quale tanti anni fa noi stessi abbiamo combattuto: c’è ancora questa scuola, ma ce n’è anche un’altra. Riuscire a far passare un’altra idea ovvero quella di un luogo dove si costruisce una cultura, è difficilissimo non solo all’interno del corpo docente, perché sappiamo come è fatto, ma anche (ed è forse ancora più difficile) tra gli studenti. Ci troviamo di fronte oggi dei giovani che hanno altri modelli, altri esempi di gestione della politica, della democrazia ecc. Modelli potentissimi e non riconducibili dentro la scuola. Quindi, anche se la scuola si sforzasse di offrire modelli diversi, verrebbe forse rifiutata lo stesso. Lo studente si sente preso in giro, quindi questo modello non regge e la scuola da sola non può risolvere il problema della relazione interna. La questione interessa un insieme di soggetti che stanno intorno alla scuola che non sanno, non vogliono o non sono in grado di fare delle cose. I ragazzi hanno perso il senso della scuola perché dentro non ci trovano niente, e se anche ci trovassero qualcosa, pensano che poi non servirà loro nella vita di tutti i giorni


Valore scuola: Ritorna ancora il rapporto scuola uguale non-luogo.

Cardoni: E’ questo l’aspetto grave: la scuola è diventato un non-luogo o, più precisamente, un luogo di disvalori. Altro che “valore scuola”: occorrerebbe dire “disvalore scuola”. Se io lavoro su un disvalore, posso abbellirlo quanto mi pare, ma resta sempre un disvalore. In più c’è anche il rischio che, nel momento in cui me ne approprio, faccio mia quella forma di comunicazione e quella interpretazione negativa del valore: c’è quindi una contraddizione nelle occupazioni o nelle autogestioni perché mi occupo di qualcosa di cui non ho alcuna fiducia. Questo è il dramma della situazione attuale. In altri momenti, le lotte studentesche erano non solo collegate ad altre lotte sociali, ma soprattutto indicavano una prospettiva culturale all’interno della scuola; adesso, a parte l’impegno di pochi gruppi politicizzati, le occupazioni finiscono per essere occasioni di vacanza. In questo contesto anche gli organi collegiali sono luoghi non considerati, e tuttavia tendono a essere occupati secondo le forme e le modalità esterne della politica adulta: “io” mi propongo come rappresentante perché così gestisco, perché ho un minimo di visibilità rispetto agli altri. E’ solo un gioco, tant’è che poi il merito non interessa. Ed è un gioco pericolosamente in discesa. Ricordate quando in altra sede discutevamo su chi debba essere considerato il padrone della scuola? Il padrone della scuola non è soltanto lo studente; lo studente ha diritto ad avere una scuola, ma ci sono anche altri attori che dovrebbero funzionare come padroni della scuola, a cominciare dagli insegnanti.


Valore scuola: Qui il discorso diviene complesso....

Cardoni: Sì, bisognerebbe partire dalla formazione. Ma faccio solo qualche accenno. Il fatto che molti insegnanti restino ancorati allo schema tipico del voto espresso in maniera insindacabile è molto negativo, perché non recepisce i progressi della ricerca educativa e disciplinare. Anche se cambi forma, introduci elementi di partecipazione e di autovalutazione, la sostanza non cambia: se il 5 o il 10 se lo dà lo studente, sempre 5 o 10 rimane. Non so proprio se sia possibile, attraverso anche le occupazioni, un rilancio complessivo del valore della scuola, quando lo stesso ministero ha abolito la parola pubblica. Allora, per concludere, chi è il padrone dell’istruzione? E’ il privato che tende ad aprirla se ci vede un affare: è implicito che, se sei interessato ad acquisire una competenza, viene e impari quello che ti serve e paghi.
Valore scuola: Vorremmo ritornare all’elemento della disaffezione, alla difficoltà della scuola di presentarsi come un luogo di valori, di offrire proposte credibili… ma dietro tutto questo c’è una richiesta. Il giovane che occupa la scuola, che propone l’autogestione vuole ancora qualcosa dalla scuola. Non credete che si debba intercettare e capire questa richiesta? Cosa ne pensa il Dirigente, Prof. Valentino?

Antonio Valentino: I messaggi che sono arrivati esprimono più che un disagio, una mancanza di prospettive. Ma io credo che questa scuola un senso ce l’abbia e abbia, al tempo stesso, una sua forza. Naturalmente dipende da come si sta dentro questo universo non privo di contraddizioni e di problemi. Sembra anche di cogliere in molti comportamenti degli studenti un messaggio che è una richiesta di centralità, un recupero di ruolo dentro la scuola. Rispetto a 10-15 anni fa gli insegnanti sono certamente diversi, hanno una maggiore capacità di ascolto, di attenzione e anche di solidarietà. Sono indubbiamente molti di più gli insegnanti che pensano ai loro studenti, che vogliono vederli protagonisti e capaci di svolgere un ruolo propositivo dentro la scuola. Ciò che è rimasto uguale è la scuola come istituzione. Ma gli stessi insegnanti come corpo non hanno sviluppato una cultura professionale adeguata alla problematicità e alla complessità dei giovani di oggi. I questi sono più disorientati perché vivono in una società disorientata e gli insegnanti, nonostante singolarmente siano molto più disponibili, non riescono a diventare, con le dovute eccezioni, interlocutori credibili per gli studenti. Qui trovo una contraddizione: a fronte di una maggiore disponibilità c’è sicuramente dell’impreparazione. Diventare interlocutori dello studente significa, infatti, interpretare dei bisogni anche inediti: c’è la sensibilità, ma mancano le competenze, le categorie interpretative. Lo spazio ci sarebbe e non ha bisogno di essere “liberato”; ha solo bisogno di essere occupato, ma per questo ci vuole voglia, competenza e capacità propositiva. Oggi non c’è nessun preside che nega, a gruppi di studenti, di venire a scuola nel pomeriggio, di occupare un’aula, di andare in biblioteca, di organizzare un cineforum. C’è un bisogno e la volontà di esprimerlo, magari malamente da parte degli studenti, ma il fatto grave è che gli adulti non riescono a interpretarlo, mettendo in atto delle strategie conseguenti. Certamente c’è un’impreparazione rispetto al nuovo, ma voglio dire che fino a 5 - 6 anni la scuola sembrava fa votata a un ruolo diverso: lo Statuto degli studenti doveva rappresentare un giro di boa e portare nella scuola il protagonismo dei ragazzi. Purtroppo, non ha avuto gambe per camminare. Non che gli mancassero, al contrario: è mancato tempo, è caduto il governo e il nuovo ha cambiato registro, interrompendo bruscamente un percorso che, a mio avviso, se perseguito, avrebbe potuto dare sbocchi diversi. Mi auguro che una nuova stagione politica si faccia carico di questo problemi, magari riprendendo il percorso laddove è stato interrotto.


Valore scuola: Avete fatto un’analisi approfondita di una serie di problemi e quello emergente ci pare sia la relazione tra i diversi attori del patto educativo, una relazione complessa e complicata, giocata su forme di comunicazione tutt’altro che semplici. Ma ora vorremmo introdurre un altro elemento. C’è una contraddizione tra la mancanza di punti di riferimenti e l’esigenza di una liberazione dello spazio scolastico. Gli studenti, generazione dopo generazione, cominciano sempre daccapo, non lasciano un’esperienza consolidata che possa trasmettersi. Lasciano una memoria storica che viene poi mitizzata dalla generazioni successive. In questo gioco di ruoli la scuola pubblica si è profondamente dequalificata, e a questo hanno contribuito studenti, insegnanti, mentre, parallelamente, la scuola privata si è andata accreditando. Un fatto confortante è sapere che ci sono molti più insegnanti vicini ai loro studenti, più aperti al dialogo, perché questo significa che hanno a cuore la loro professione e che sono pronti a seguire gli studenti anche nelle occupazioni, educandoli anche in queste circostanze. Allora, chiediamo a Fernando, come può la scuola pubblica recuperare in immagin, visto che ogni fine di occupazione coincide - pensate anche alle esagerazioni di stampa e Tv - con distruzioni, vandalismi, depauperamento della didattica. A questo proposito, si pensi ai ragazzi meno fortunati, quelli che, avendo difficoltà iniziali di apprendimento non risolvono i loro problemi, anzi li vedono aggravati. Non si può accettare che la scuola perda di senso, poiché, se così è, si impone allora una riconquista del valore sociale della scuola a tutti i costi. Cosa ne pensa lo studente?

Fernando D’Aniello: La domanda è un po’ provocatoria. Le occupazioni non hanno, né possono, avere il ruolo di ricostruire il “valore” della scuola e la sua importanza. Quello che è diventata la scuola italiana non è effetto delle proteste degli studenti. Poi, se vogliamo, possiamo trovare o negare un senso a qualunque cosa: all’occupazione come a una manifestazione o a un’aula autogestita. Io accetto la contraddizione: la scuola non ha più senso, ma la si occupa. E’ vero, ma l’obiettivo è comunque darle un senso. Aggiungo che la scuola, paradossalmente, è rimasto comunque l’unico luogo dove gli studenti cercano un minimo di appiglio, nella crisi che mina tutte le istituzioni. Nel ’68 - tanto per citare una fase simbolica - un ragazzo che voleva fare politica aveva tanti luoghi dove esercitarla: il partito, il movimento, ecc. Oggi, invece, l’impegno è spalmato su più fronti; non a caso tanti studenti, per anni, non hanno fatto politica nel senso classico del termine, ma si sono impegnati in altro modo. Molti, ad esempio, fanno volontariato. La nostra è una generazione in cammino, che però non riesce a riportare tutto questo suo “fare” nelle scuole. Eppure la scuola resta un luogo dove si va, dove forse si cerca qualcosa; non a caso si occupano proprio le scuole; non a caso è lì che si sviluppa ancora il necessario conflitto generazionale. Quando è scoppiata la guerra in Iraq, dalle prime ore del mattino migliaia di studenti si sono riversati nelle strade: ricordo un gruppo di ragazzini, proprio piccoli, che, per reagire a questa tragedia, hanno deciso di bloccare via del Corso a Roma. Non c’era una ragione precisa di bloccare proprio quella strada, ma per loro era fare qualcosa di importante. C’è una politicità nell’azione degli studenti: il problema è come esprimerla e in quali spazi. E’ vero che molti Presidi sono disponibili ad aprire la scuola, ma conosco tanti insegnanti democratici con cui protestiamo insieme contro la legge Moratti che però, quando salgono in cattedra, nella relazione con gli studenti sono più autoritari di un insegnante di destra. E tuttavia, dopo l’interruzione di quella esperienza di partecipazione che si intravvedeva con lo Statuto, mi pare che ci sia una ripresa: la scuola, in realtà, resta l’unico posto dove possiamo discutere di cose che ci interessano. E’ sufficiente per ridare un senso alla scuola? Non lo so, tutti dovrebbero accorgersi che essa è importante, almeno quanto l’Università. Sarebbe bello che le scuole si aprissero e si proponessero come luoghi in cui si produce cultura per tutti i cittadini, in uno sforzo comune di docenti e studenti. Si pensi all’effetto prodotto nei quartieri più difficili, nelle periferie più degradate! Forse le stesse occupazioni potrebbero essere l’occasione per sperimentare questo tipo di scuola. Infatti se n’è anche parlato di fare, durante le occupazioni, iniziative serali a cui invitare i genitori e la cittadinanza: il messaggio sarebbe che la cultura che si produce dentro la scuola è utile alla collettività e, quindi, è importante. Il nostro problema oggi è che abbiamo di fronte una istituzione “a pacchetto”: o ti pigli quello che ti dà oppure ti trovi un altro soggetto che ti somministra quello che vuoi. Anche per questo motivo sono in crisi le rappresentanze. Agli studenti non importa nulla di avere uno o più rappresentanti in Consiglio di istituto, perché non hanno più fiducia in quell’organismo; essi vogliono vivere in modo diverso quella scuola nella quale si trovano. Mi piacerebbe che di fronte a un’occupazione ci fossero insegnanti che, anziché reagire con indifferenza, facessero il “salto” e occupassero con noi. Non voglio fornire una scorciatoia, perché sono convinto anch’io che non si può non studiare.Il problema della qualità della scuola e della didattica, dei saperi e dei contenuti, va però affrontato, poiché c’è l’energia di una generazione che non va dispersa.

Marilena Menicucci: Quello che mi ha colpito è che l’esperienza dell’occupazione non è stata ripresa da alcun insegnante. Finita l’occupazione tutto è ricominciato come prima, come se nulla fosse accaduto. Questa esperienza, questo comune sentire che Fernando che ci ha descritto così bene e che sta dietro l’occupazione (con il suo carico di vissuto, visioni della realtà, di sogni, desideri, progetti). Tutto questo materiale che costituisce, forse, la parte più autentica degli alunni non è diventata argomento di studio, la base per migliorare la relazione educativa. La stessa professionalità dei docenti migliora se migliora la relazione con gli alunni. Quando ho parlato con i professori da genitore mi sono sentita dire (ci siamo sentiti dire) è sufficiente, è insufficiente, secondo una modalità che credevo non facesse più parte del metodo di valutazione, ma che non mi aspettavo appena pochi giorni dopo l’occupazione. Come è possibile che la scuola riparta senza fare dell’occupazione un argomento di studio, un momento educativo?. Se con l’occupazione i giovani esprimono anche dei disagi, perché la scuola risponde tornando esattamente ad essere come prima? O semplicemente lamentandosi che il gabinetto è più sporco di prima?


Valore scuola: In genere tutti i momenti migliori della scuola italiana sono nati nella scuola stessa. E’ possibile trovare ancora oggi nella scuola risorse ed energie per costruire una proposta nuova anche nelle forme oltre che nei contenuti?

Antonio Valentino: Quello che dice Marilena ho cercato di applicarlo in una esperienza di occupazione che ho vissuto circa 7 anni fa. Quell’occupazione si concluse con impegno mio, come preside, ma condiviso anche dagli insegnanti, di dare un seguito alle domande espresse dagli studenti attraverso l’utilizzo di spazi orari all’interno della settimana da dedicare ad approfondimenti di tematiche secondo modalità diverse. Purtroppo allora c’era il Natale di mezzo tra la fine dell’occupazione e l’impegno da praticare e così gli unici ad essere convinti della bontà dell’iniziativa restammo io e un gruppetto di insegnanti. Gli studenti se ne erano dimenticati, gli altri insegnanti si sono preoccupati di mettere mano al programma e tutto è finito così, nonostante le ottime premesse. Il rito era stato consumato e tutto tornava come prima. Questo per dire che, probabilmente, c’è qualche complicazione in più; il cambiamento non dipende solo dalla buona volontà. Ma io vorrei sottolineare un altro aspetto. La crescita culturale dello studente e lo sviluppo della sua autonomia e del suo protagonismo all’interno della scuola o lo si assume come obiettivo educativo tout court, sapendo che è un obiettivo difficilissimo che passa attraverso l’autovalutazione, una scuola attiva, un recupero di senso sulle cose che si fanno o altrimenti finisce il rito, l’esperienza del potere momentaneo e si ritorna al solito. Non ci sono scorciatoie: o la scuola recupera intenzionalità a questo progetto, cioè crede che l’autonomia dello studente, il protagonismo dello studente, lo sviluppo dello studente sia la ragione stessa del suo essere; altrimenti, qualunque cosa si faccia, il giorno dopo ce la siamo dimenticata. Oggi la scuola sarebbe più pronta rispetto agli anni Settanta, perché tanti messaggi sono stati recepiti, ma non basta recepire il messaggio perché le cose cambino; occorrono processi più alti mediati da competenze, investimenti sui saperi, sui comportamenti. Allora le occupazioni, le autogestioni non si possono definire un blocco delle attività: come in tanti fenomeni si esprime anche qui il meglio e il peggio. Hanno espresso molte volte le cose che diceva Marilena, nel senso delle capacità propositive dello studente, che però non hanno avuto sbocchi, sono state l’espressione, anche bellissime, di una forte socializzazione, ma il protagonismo degli studenti non può esprimersi soltanto nei processi di socializzazione, perché se così è la scuola non assolve il suo compito istituzionale, che è quello di promuovere autonomia culturale e progettuale dello studente. E non dimentichiamo anche i lati peggiori.


Valore scuola: Che fare quindi?

Valentino: Io credo che ciascuno degli attori in campo debba imparare a fare la propria parte, in particolare intorno a un’idea che mi pare tutti condividiamo: il protagonismo degli studenti e la loro capacità di crescere in autonomia deve essere assunto dalla scuola come un obiettivo didattico da perseguire intenzionalmente. Questo problema, che se lo pongano o meno i ragazzi, dobbiamo porcelo noi adulti, presidi e insegnanti. E’ un’operazione illuministica?


Valore scuola: Ci pare opportuno girare la domanda a Paolo Cardoni

Paolo Cardoni: Non so in che modo “passerà alla storia” questa tornata di occupazioni. Forse la risposta l’ha data Fernando parlando di una generazione in cammino, una generazione alla ricerca di una propria strada verso una coscienza politica. Negli anni Settanta era la ricerca di spazi democratici, da cui nacuero gli organi collegiali; nel ’77 c’era il sei politico; nell’87 il diritto allo studio, i buoni libri, ecc. Oggi, forse, una generazione che cerca se stessa. Rimane però nelle occupazioni, soprattutto nelle scuole meno politicizzate, l’elemento della ritualità, che è pure importante perché rappresenta un promemoria per tutti gli attori coinvolti. Ma al di là di analisi sociologiche o pedagogiche della situazione, i ragazzi di oggi sono certamente più disorientati e molto più paurosi: da qui l’assenza di grandi prospettive e grandi programmi, anche rispetto alla riforma della scuola. C’è un timore diffuso in questa generazione, ma essa non riguarda soltanto i giovani; riguarda i genitori, che sono più spaesati di quelli delle generazioni precedenti, spesso incapaci di gestire il rapporto con i figli; non caso i ragazzi più attrezzati vengono da famiglie culturalmente più solide. In genere, quindi, durante le occupazioni o l’autogestione i più non sono titolari di un pensiero politico proprio; portano un non-pensiero. Per questo l’occupazione o l’autogestione potrebbe significare un momento di crescita per i meno attrezzati, ma è molto complicato che succeda. Il quadro sociale e culturale è molto confuso: c’è una compresenza tra un modello di vita fatto di ricchezza e benessere e la realtà quotidiana connotata da una assoluta miseria culturale. I dati sull’istruzione, sulla capacità di lettura, sulla capacità di pensiero logico-matematico sono mostruosamente bassi. Tutte le nuove ricerche confermano i dati che De Mauro aveva già rilevato negli anni Settanta.


Valore Scuola: Il livello di istruzione, la scolarizzazione sono però aumentati

Paolo Cardoni: Non c’è dubbio, ma a questo non corrisponde un aumento della diffusione della lettura e soprattutto delle capacità

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