Politica
scolastica e culturale
Organici europei a confronto
Se gli insegnanti vi sembran troppi
Pino Patroncini
In
Italia i docenti sono troppi rispetto al numero degli
alunni? E quale sarebbe il riferimento?
Una panoramica sulla scuola europea, a cominciare da quella
inglese, dimostra che...
Alcuni
giorni fa è venuta trovarmi a Roma la mia amica
Mariangela che da molti anni insegna nelle scuole italiane
all’estero, ha passato cinque anni in Inghilterra
e da due lavora a Manchester a stretto contato con le
scuole inglesi. E’ stata un’occasione per
ricordare i vecchi tempi del lavoro sindacale fatto insieme
a Milano. Ma tra ricordi, nostalgie e polemiche (che tra
due buoni amici di sinistra non mancano mai!) c’è
stato anche il tempo per parlare di scuola inglese.
Doppio organico all’inglese
A
questo proposito mi ha colpito il fatto che nelle scuole
elementari di Manchester l’insegnante, che lì
è unico, lavori dalle 9 alle 15 con un orario che
prevede un quarto d’ora d’interruzione corrispondente
alla ricreazione dei bimbi e un’ora di intervallo
mensa, in cui l’insegnante non segue gli alunni
ma si fa gli affari suoi. Nell’insieme 4 ore e tre
quarti di insegnamento frontale per cinque giorni alla
settimana, poco più delle 4 ore e 24 minuti medie
di un maestro nostrano impegnato su un orario di 5 giorni
alla settimana. Ho chiesto allora chi vigilasse sui ragazzi
durante la mensa e la ricreazione. Mi sono sentito rispondere
che esistono tre o quattro persone fornite dal comune
che svolgono questo compito. E che esiste anche per ogni
classe un assistente, una specie di factotum, sempre pagato
dal comune e prevalentemente non qualificato dal punto
di vista pedagogico, che passa tutta la mattina con l’insegnante
e gli alunni svolgendo compiti di sorveglianza, di approntamento
dei sussidi didattici, delle fotocopie o quant’altro,
di cura dei ragazzi svantaggiati e, in caso di necessità,
anche di vigilanza sulla classe in assenza del docente.
Cito questo fatto perché, come periodicamente succede,
in questi giorni siamo bersagliati da un ritornello che
dice: gli insegnanti sono troppi, per questo la scuola
costa molto e gli insegnanti sono pagati poco. E qui via
sciorinare i dati: in Italia un insegnante ogni 10 alunni,
in quest’altro paese invece uno ogni 12, uno ogni
14, uno ogni 16 ecc.
Già! Ma mi chiedo nel caso dell’Inghilterra,
che abbiamo appena visto, coloro che curano i ragazzi
a mensa o che fanno gli assistenti in classe entrano nel
conto? Ne dubito! Anzi, nel caso specifico sono sicuro
di no, trattandosi di personale non qualificato per insegnare.
E non entrano neppure nella contabilità del Ministero
dell’Educazione trattandosi di dipendenti comunali.
Così come dipendono dalle municipalità britanniche
gli amministrativi e i bidelli, i quali, contrariamente
a una leggenda metropolitana che li voleva una peculiarità
solo italiana, esistono in tutto il mondo, solo che raramente
dipendono dalla stessa amministrazione che gestisce il
personale docente e fanno parte degli stessi sindacati
di categoria dei docenti.
Ma che siano dipendenti di qua o di là, che siano
docenti o Ata, i loro stipendi sono comunque un carico
per la collettività e la pretesa dei rigoristi
nostrani che urlano alla troppa spesa per la scuola si
riduce in realtà ad una semplice differenza di
voci di spesa e di capitoli di uscita nei bilanci pubblici,
non a una reale riduzione della spesa pubblica e del personale,
dal momento che, anche se magari un assistente costa meno
di un insegnante, gli stipendi degli insegnanti sono in
Inghilterra notevolmente più alti dei nostri.
Rimpiattino alla francese
Qualcuno
potrebbe pensare che il caso inglese costituisca un’eccezione.
E invece no. In Francia succede la stessa cosa. Con una
popolazione pari all’Italia, e quindi una popolazione
scolastica non tanto dissimile, la Francia sembra avere
un numero di insegnanti abbastanza “mobile”:
contro i nostri 800.000 a volte se ne accreditano 650.000
a volte 850.000 e quando vengono calcolati anche quelli
delle scuole private convenzionate, che sono pagati dallo
Stato e che coprono il 20% del servizio, si sfiora il
milione. E comunque, se si va a vedere la totalità
del personale impegnato nel sistema scolastico statale
francese (università escluse), si scopre che in
Francia vi lavorano oltre 1.300.000 addetti contro 1.100.000
impiegati in Italia.
Come mai questa differenze e questa mobilità di
dati? Esse sono dovute a quattro fattori.
Il primo: in Francia il sistema scolastico fa capo a tre
ministeri diversi: quello dell’Educazione nazionale
(che retribuisce la maggior parte dei docenti), quello
della Gioventù e dello Sport (che retribuisce i
docenti di educazione fisica) e quello dell’Agricoltura
e della Pesca (che retribuisce i docenti dei licei agricoli,
il corrispettivo dei nostri Istituti Tecnici Agrari).
Il secondo: a partire dal 1999 sono stati introdotti con
compiti di assistentato figure a contratto quinquennale.
Sono giovani diplomati al primo impiego, si chiamano aiuto-educatori
(aides-educateurs), sono 70.000 e la loro assunzione è
finanziata dal Ministero del Lavoro, con i fondi per il
primo impiego. I loro compiti variano dalla vigilanza
allo studio sussidiario, dall’animazione alla cura
in mensa e, se le competenze lo consentono, dai laboratori
di informatica alla sostituzione degli insegnanti assenti.
Non si tratta di insegnanti, non ne hanno la qualifica
e spesso neppure un diploma utile, ma ne svolgono molti
compiti.
Il terzo: esiste, nel settore dei licei professionali,
una serie di insegnanti a contratto, professionisti impegnati
nelle materie di tecnica professionale: il loro contratto
non sempre è annuale né per orari definibili
di cattedra. Non vengono certo conteggiati tra i docenti
stabilizzati.
Il quarto: esistono, oltre al personale Ata vero e proprio
(bidelli, amministrativi, tecnici, bibliotecari), figure
non docenti inferiori e superiori, che potremmo definire
paradocenti: i Mi-Se, sorveglianti, a 36 ore settimanali,
costituiti da studenti magistrali “in carriera”,
addetti ad animazione e studio sussidiario; i Ma, docenti
ausiliari, non abilitati ma inquadrati nel sistema; i
consiglieri di educazione e i consiglieri principali di
educazione, sorta di vicepresidi distaccati o coordinatori
disciplinari; i Co-psy, orientatori psicopedagogici; i
medici scolastici che non si limitano al pronto soccorso
ma tengono i corsi di igiene di prevenzione sanitaria
e di educazione sessuale. Tutte figure, tranne i consiglieri
di educazione, che difficilmente rientrano nel computo
del personale docente vero e proprio.
Apprendistato in salsa tedesca
Insomma
se si va guardare nelle cuciture della scuola internazionale
(qui ci limitiamo a quella europea) scopriamo che, differenziando
le figure, si possono alterare anche dei conti, nascondere
delle voci, ma, a meno che non si vogliano tagliare drasticamente
i servizi, alla fine i conti pubblici debbono poi tornare
o sotto al forma di spese del ministero dell’istruzione
o sotto quella di altri ministeri o sotto quella del finanziamento
degli enti locali, per non dire persino dei finanziamenti
alle aziende.
A questo proposito è illuminante l’esempio
della Germania. Qui operano nel settore dell’educazione
duale circa 700.000 tutor aziendali, accreditati con appositi
esami di “mastro operaio”, che curano gli
apprendisti, i quali a loro volta, a differenza dei nostri
apprendisti, altro non sono che studenti che apprendono
nell’alternanza scuola-lavoro. Si tratta di 700.000
persone pagate dalle aziende e che ricevono un’indennità
o un incentivo per il ruolo che svolgono verso questi
ragazzi, ma per il quale le aziende stesse ricevono dallo
Stato finanziamenti pubblici. O si pensa che le aziende
tedesche ospitino studenti in apprendistato “a gratis”?
Non si vuole qui entrare nel merito dell’efficacia
del metodo, questione che da sola potrebbe essere oggetto
di ampie dissertazioni, ma non si vorrà far credere
che lo stato tedesco sborsi in indennità per 700.000
(settecentomila!) persone meno di quanto sborsa il nostro
ministero per gli stipendi di 24.000 (ventiquattromila!)
insegnanti tecnico pratici che operano nei laboratori
delle scuole italiane più o meno con lo stesso
obiettivo di insegnare ai ragazzi a manovrare una macchina
utensile o a costruire un impianto?
Supporti, assistenze e specialisti: un panorama
europeo
Si
può continuare citando altre decine di casi. Sempre
per rimanere nell’Unione europea: il mediatore che
lavora a combattere dispersione e insuccesso scolastico
tra i figli degli immigrati nelle scuole del Belgio francofono,
o il supporto libero del Belgio fiammingo, o il Lehrer
fur sonderpaedagogisce Lehramter tedesco, simile al nostro
insegnante di sostegno, o il Didaskalos Idikis Agogis
greco che lavora sui casi problematici, o il Profesor
de Apoyo spagnolo, che come i nostri “sostegnisti”
spesso denuncia di non essere usato per i portatori di
handicap ma per supplire i colleghi assenti, o gli Special
Needs Assistants della scuola irlandese, o i vari Sonderschullehrer,
Begleitlehrer, Lehrer fur muttersprachlichen Unterricht
austriaci, o il Profesor de Apoio Educativo portoghese,
assistenti non “sostegnisti” stavolta, o i
finlandesi Eritysluokanopettaja, Erityispettaja, Koulunkavatiayustaja
troppo difficili da scriversi per chiedersi anche cosa
facciano, o lo Specialpedagog svedese o gli Asistent Ucitela
cechi e slovacchi e gli ungheresi Gyogipedagogus, Szocialpedagogus
e Konduktor, o gli Eripedagogoog estoni, gli Specialusis
Pedagogas lituani, o il Facilitator maltese.
Chissà quanti di questi soggetti che operano nella
scuola in funzioni docenti, paradocenti o altro vengono
calcolati quando si fanno i conti sul corpo docente? Chissà
se dipendono dai vari ministeri dell’istruzione,
o piuttosto della sanità o dell’assistenza
sociale, o dai comuni? Chissà?
“Todos caballeros” all’italiana
Noi
italiani abbiamo fatto una scelta diversa negli anni del
nostro boom scolastico: quello di caricare allo Stato
pressoché tutte le spese e alla figura docente
tutti i compiti, da quelli più umili, come vigilare
in mensa, a quelli più difficili, come sostenere
in classe i portatori di handicap. Anche noi ad esempio
avevamo le assistenti nella scuola materna o le insegnanti
comunali di doposcuola, ma abbiamo riassorbite le prime,
prevalentemente diplomate, tra le insegnanti, mentre i
doposcuola comunali sono stati a poco a poco sostituiti
da quelli statali, evolvendosi nel tempo pieno, nel tempo
prolungato e nelle 30 ore della riforma elementare del
’90. Abbiamo così il doppio organico nella
materne e nelle scuole a tempo pieno e un organico docente
maggiorato nelle elementari e nella media a tempo prolungato.
E abbiamo un sistema di integrazione generalizzato che,
fra posti di diritto e di fatto, occupa quasi 100.000
insegnanti di sostegno.
E’ stato forse uno sbaglio fare “todos caballeros”?
Se ne potrebbe anche discutere da un punto di vista pedagogico
o gestionale. Ma certamente non da un punto di vista contabile,
dal momento che si coprono in questo modo funzioni insostituibili
che dovrebbero essere coperte da altro personale. E tanto
più che, nello stesso momento in cui si dicono
queste cose, si tagliano i fondi agli enti locali che
eventualmente dovrebbero subentrare in questi servizi,
i quali, fatti dall’uno o dall’altro, sono
oggi indispensabili. Come si faccia poi a legare a ciò
anche eventuali stipendi migliori per i docenti rimasti
andrebbe spiegato: o si incentiva un cannibalismo tra
docenti di serie A e docenti di serie B o si pensa che
a livello decentrato esistano trucchi migliori o per falsare
i bilanci o per imbrogliare i lavoratori.
I tornaconti
In
verità alla fine i conti devono tornare e allora
o si tagliano servizi e funzionamento scolastico o lo
si dequalifica e insieme si negano i diritti di chi vi
lavora.
In Francia lo scorso anno il governo Raffarin decise di
dare un taglio alle spese per la scuola. Ci fu una levata
di scudi degli insegnanti e dei loro sindacati. Non taglieremo
i docenti, disse Raffarin, taglieremo gli aiutoeducatori
e i sorveglianti. Ma il servizio scolastico non funzionerà,
ribatterono le famiglie. Ci metteremo ex-insegnanti già
in pensione e casalinghe senza figli, che costano meno
e magari a casa si annoiano pure, fu la risposta.
E’ dunque fuori luogo il timore che esprimono i
nostri maestri elementari quando si comincia distinguerli
in maestri tutor e maestri coadiutori (aides- educateurs?)?
Non potrebbe essere questa la premessa per creare un ventre
molle su cui picchiare alla prossima riduzione di risorse?
E’ fuori luogo il pensare che il vero risparmio
a cui si mira quando si dicono queste cose non stia solo
nella riduzione degli insegnanti per pagare meglio i restanti,
ma nel creare le condizioni perché una parte di
loro sia pagata meno, sia ricattabile e abbia meno diritti?
E’ fuori luogo pensare che la promessa di migliori
stipendi per chi resta è in realtà solo
l’alibi per ridurre, per quantità o per qualità,
il servizio scolastico?