milioni di italiani analfabeti
La croce del Sud
Daniela Pietripaoli

Una ricerca riporta in primo piano la situazione culturale italiana. E vediamo che il nostro Stato è, tra i Paesi industrializzati, quello con il minor numero di laureati e diplomati.
La proposta di una nuova politica culturale

Sono quasi sei milioni, pari a circa il 12% della popolazione, gli italiani totalmente analfabeti o senza alcun titolo di studio. » il dato allarmante che emerge dalla ricerca “La croce del Sud. Arretratezza e squilibri nell’Italia di oggi”, condotta da Saverio Avveduto e pubblicata dall’Università di Castel Sant’Angelo dell’Unla (Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo), dedicata all’analisi del sistema scuola-società nell’Italia dei nostri giorni.
La ricerca, illustrata a Roma il 14 novembre alla presenza di Aureliana Alberici, ordinario all’Università di Roma Tre, Sergio Zavoli, senatore, e di Tullio De Mauro, ordinario all’Università di Roma “La Sapienza”, basata sui dati Istat del 2001, evidenzia come i cittadini italiani, per quanto riguarda la scolarità formano una piramide appuntita (Figura 1. La piramide educativa nell’Italia del 2001).
Al vertice i laureati (7,51%), circa quattro milioni, subito sotto gli italiani che hanno frequentato le scuole secondarie superiori (25,85%), seguono coloro che hanno il titolo di scuola media (30,12%) e alla base gli italiani senza alcun titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare: circa 20 milioni di italiani sui 53 censiti.
Impressionante poi, sottolinea Avveduto, la platea degli analfabeti totali e dei “nessun titolo” pari a 5.981.579, quasi 12 italiani su 100, cioè, sono oggi analfabeti.
Se a questi, rileva ancora la ricerca, si sommano i possessori della sola licenza elementare o della sola scuola media (titoli del tutto insufficienti a vivere e produrre nel mondo di oggi), la popolazione di “illetterati”, quelli che la ricerca definisce “ana-alfabeti” ovvero del tutto analfabeti o appena alfabeti raggiunge quasi 36 milioni di persone, pari al 66% degli abitanti del “Bel paese”. (Tabella 1)

 

 

I numeri

Disaggregando i dati nazionali regione per regione, emergono situazioni preoccupanti, per non dire inquietanti: ben nove regioni sono oltre il limite che gli studiosi considerano di allarme per popolazione senza titolo di studio (pari all’8%). La regione con più analfabeti è la Basilicata con il 13,8%, seguita dalla Calabria (13,2%), dal Molise (12,2%), dalla Sicilia (11,3%), dalla Puglia (10,8%), dall’Abruzzo (9,8%), dalla Campania (9,3%), dalla Sardegna (9,1%) e dall’Umbria (8,4%).

Dove sono i laureati

Sorprendente, alcune di queste regioni hanno un alto tasso di laureati. Il Lazio, come era prevedibile per la forte concentrazione burocratica che in esso ha luogo, è la regione con la più alta percentuale di laureati, oltre 3 punti in più sulla media nazionale (3,2%). Al secondo posto la Liguria (8,4%).
Subito dopo la Calabria (7,9%) che ha più laureati della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia Romagna e del Veneto. Si appaiano al caso Calabria, la Campania e l’Abruzzo col 7,7% di laureati. Il più basso patrimonio è quello della Sardegna con 6,5% di laureati.
Altra sorpresa, la distribuzione degli “ana-alfabeti” per grandi Comuni (oltre 250 mila abitanti). Catania con l’8,4% è la città più analfabeta d’Italia, seguita da Palermo (7,4%), Bari (6,3 %) e Napoli (6,2) [Avveduto, 2005].
Un confronto internazionale
Dalla ricerca, inoltre, si evince, che la nostra collocazione internazionale fra i Paesi più istruiti è al terz’ultimo posto tra i trenta concorrenti: ci seguono solo il Portogallo e Messico. Negli anni precedenti eravamo posti fra il quint’ultimo e quart’ultimo posto. C’è quindi un peggioramento evidente della situazione.
A questo quadro di insieme viene accoppiata un’analisi più puntuale, intesa a disaggregare la consistenza del capitale umano nella popolazione tra i 25 e i 64 anni di età, per i livelli più alti di titoli di studio posseduti.
Un’elaborazione congiunta sui dati Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) 2003 condotta da Confindustria rivela che l’Italia registra condizioni di allarmante squilibrio rispetto ai maggiori Paesi Ocse. Solo la Spagna ha un numero di diplomati lievemente inferiore al nostro (40 contro 43), ma ci batte ampiamente per laureati, mentre tutti i rimanenti Paesi ci sopravanzano per diplomati, laureati totali e laureati con laurea lunga (Tabella 2).


E' opportuno sottolineare lo scarto che ci allontana da tutti i nostri partners: si registra il più basso numero in assoluto di laureati ‘brevi’ e ‘lunghi’, gravissima falla tra i diplomati, nerbo del mondo del lavoro.
Siamo in piena zona allarme rosso con circa la metà di capitale umano qualificato presente nella popolazione tra i 25 e i 64 anni.
A riguardo ha fatto eco Tullio De Mauro, che ha evidenziato come non solo è vero che in Italia vi sono pochi laureati ma è anche vero che questi sono anche sottoutilizzati dal mondo produttivo. Inoltre, ha aggiunto, “il trasferimento di risorse da una parte all’altra del paese è inutile senza un alto livello di istruzione e un basso livello di microcriminalità”.
Occorre quindi “aggredire” questa grande massa di analfabeti che non pesa solo sul sistema produttivo ma anche su quello scolastico.

Una nuova politica educativa

Diviene così un traguardo ambizioso, per l’Italia, l’obiettivo che si legge nelle conclusioni del Vertice di Lisbona: “fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.
Ad integrazione di tale obiettivo strategico la Comunicazione della Commissione Europea del novembre del 2002 definisce i parametri di riferimento per i Paesi Europei da traguardare al 2010: tra questi garantire ai cittadini un livello di partecipazione ad attività formative che in nessun Paese deve scendere al di sotto del 10% della popolazione adulta.
Mancano ormai pochi anni all’anno “X”, come possiamo raggiungere questo traguardo? Si tratta di agire, come sostiene Avveduto, su due direttrici a “convergenza parallela”. Da una parte allargare l’utenza formativa scolastica al più alto numero di destinatari per coorte d’età, dall’altra recuperare le fasce oltre i 25 anni fuoriuscite dal sistema educativo e, nei grandi numeri, mai più esposte all’irradiazione formativa.
Il nostro Paese purtroppo, da un punto di vista scolastico, cammina su una “gamba sola”, quella degli scolarizzati fra i 3 e i 24 anni, con le progressive ampie rastremazioni registrate dalla già segnalata piramide educativa (Figura 1).
Occorre, da una parte, tendere a trasformare la piramide in tronco di cono e, dall’altra, impiantare la “seconda gamba formativa” quella degli adulti, per stringere la deriva del sistema che, come si evince dalla ricerca, va aggravandosi.
» noto, infatti, che qualunque titolo di studio, se non esercitato ininterrottamente, dopo 5 anni in media fa regredire chi lo possiede al livello inferiore.
Fino a quando non si provvederà ad affiancare al vecchio percorso educativo questo nuovo segmento, l’entropia scolastica continuerà ad “allargarsi con lo scivolo” (Avveduto, 2005).
Bisogna chiudere l’attuale fuoriuscita ininterrotta dalle filiere educative se non si vuole che il sistema attuale continui a declinare.
» opportuno predisporre interventi innovativi, fra i quali va collocata la crescita culturale esprimibile attraverso progetti organici che, come sostiene Aureliana Alberici, solo un sistema di educazione permanente può veicolare.
L’impegno del Paese diventa dunque riorientare i sistemi formativi nella strategia del lifelong learning, per cui l’apprendimento degli adulti diviene un processo permanente di saperi, di competenze e di autoconsapevolezza sociale. Le varie tappe normative e di indirizzo europee (dal Consiglio di Lisbona alla Comunicazione del novembre 2002) costituiscono sistematiche sollecitazioni verso i decisori politici e la società civile a prendersi in carico tali finalità.
La società moderna, infatti, si configura sempre più come una società del sapere e della conoscenza. L’individuo conta e si fa valere soprattutto per quello che sa: al di sotto di una soglia minima di informazioni e di conoscenze il soggetto rischia di entrare in una situazione di esclusione e di emarginazione.
Con riferimento alla dimensione individuale e a quella sociale del fenomeno, l’aspirazione dell’individuo all’informazione ed al sapere ed il ricorso alla formazione quale antidoto all’esclusione sociale sono esigenze permanenti e come tale devono essere soddisfatte.
L’istruzione e la formazione divengono, così, dei valori base per la società in termini di equità, parità di opportunità, responsabilità e partecipazione sociale. Le aspirazioni delle persone ad una piena qualificata “cittadinanza”, le esigenze permanenti di qualità del capitale umano delle imprese, la tutela occupazionale e professionale dei lavoratori, la realizzazione di un pieno e completo sviluppo personale degli individui, rappresentano l’insieme delle ragioni che devono spingere il Paese a rivalutare il ruolo chiave svolto dai sistemi di istruzione e formazione per assicurare una crescita personale e professionale mediante una politica di formazione permanente, che accompagni l’individuo durante tutta la sua vita (Isfol, 2003).

Squilibri generazionali

Dalla ricerca emergono degli squilibri generazionali: penalizzata l’Italia “femminile”: 71,4% donne, contro 28,6% maschi per i 75 anni ed oltre, contro una situazione in equilibrio per la fascia di età 35-39 anni e 40-44. Dai 50 anni in su lo squilibrio riemerge in maniera evidente (Tabella 3).
Rilevante, inoltre, l’entità della percentuale delle donne nel settore letterario dell’attività didattica: sono l’86,7% contro il 13,3% dei maschi. In ingegneria, troviamo la situazione rovesciata: l’82,9% uomini il 17,1% donne.

Riferimenti bibliografici

Avveduto, S., La croce del Sud. Arretratezza e squilibri educativi nell’Italia di oggi, Ips, Roma, 2005.
Demetrio, A., Alberici, A., Istituzioni di Educazione degli adulti. Vol.2, Guerini Scientifica, Milano, 2004.
Isfol, Formazione permanente: chi partecipa e chi ne è escluso, Roma, 2003.

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