Pier Paolo Pasolini a trent’anni dalla morte
Sulla tomba di Gramsci“umile fratello” nostro
David Baldini
In memoriam
Il 5 novembre 1975, in una landa deserta e desolata dell’idroscalo di Ostia, veniva spenta, in circostanze ancor oggi misteriose, una delle voci poetiche più forti ed originali del nostro Novecento: quella di P. P. Pasolini. Voce “poetica” nella forma, essa si presentò, nella sostanza, intessuta - anzi innervata - di forti connotazioni etiche ed intellettuali. Fu infatti “profetica” e “civile, “utopica” ed “iconoclasta”, fino a risultare intollerabilmente “scandalosa” per quanti, medi e piccolo-borghesi, erano adusi ad una sorta di conformismo innalzato a religione del loro tempo.
All’origine di una così versatile personalità, c’era l’ansia di dare senso alla propria vita; un’ansia arcaica ed insieme nuova, così come arcaico e sempre nuovo è il desiderio di ricercare, per impulso naturale o libera scelta, un rapporto autentico e severo con la storia. Farsi carico sul serio di questo compito immenso - in genere allontanato e rimosso per pavidità o convenienza - significa non eludere, ma accettare il libero confronto con il proprio tempo, accolto per quello che è, vissuto e misurato secondo l’unico metro consentito: quello che passa attraverso l’unicità di ogni singola esperienza. E il nesso uomo-storia, rimasto invariabilmente drammatico nel corso dei secoli, fu vissuto da Pasolini sotto la specie della modernità, interpretando la quale egli si eresse a profeta e precursore.
La fedeltà alla scelta originaria, tuttavia, poco o punto gli avrebbe giovato, se questa non si fosse di continuo alimentata di una felice versatilità, davvero multisensa e multiforme. Poeta dall’ingegno precoce, Pasolini fu capace di saldare insieme - senza nulla togliere alla sua percezione tragica dell’esistenza - sensibilità politica e attività poetica, adesione alla vita pubblica e salvaguardia della sfera privata. Sostenitore convinto e appassionato della forza della contraddizione, trascorse come una meteora attraverso le varie sfere dell’arte, abbracciandole tutte - fu infatti poeta, narratore, regista cinematografico, polemista, critico letterario -, senza però mai perdere di vista il nucleo fondamentale della sua ricerca: quello dell’adesione al reale, in virtù del quale, se si vuol davvero strappare un lacerto di verità al mondo reale, occorre avere l’occhio sempre vigile non solo sugli effetti propulsivi del “progresso”, ma anche e soprattutto su quelli corruttori dello “sviluppo”. Di uno “sviluppo capitalistico” estremamente variato, omologante e disgregatore al tempo stesso, passibile di interpretazione solo se lo si osserva con la lente d’ingrandimento della sperimentazione e del plurilinguismo. Queste sono infatti le forme scelte dal poeta per attingere ad una materia antica, la più “intatta” possibile, onde poter superare gli schemi di una tradizione aulica, ancora essenzialmente petrarcheggiante.
Di qui l’indignazione accigliata e la polemica virulenta contro la persona di Pasolini. Egli, incapace di accettare la supina acritica accettazione dell’ordine esistente per inerzia o, peggio ancora, per interessata vigliaccheria - non fece sconti a nessuno. E per questo fu mal rimeritato con l’irrisione e l’ostracismo, prezzo corrente da esigere - in Italia - da parte di chiunque, negli anni Cinquanta e Sessanta, avesse presunto rivoltarsi contro il perbenismo dei “sepolcri imbiancati”, causa primaria (consapevole o inconsapevole) dell’imbarbarimento dei tempi. Ed erano tempi, quelli, che non lasciavano spazio alla speranza; erano tempi nei quali lo scandalo, attuato per amore di verità, non si coniugava affatto con la tolleranza, praticata per spirito di democrazia.
Eppure Pasolini denunciava un’emergenza reale: lo sviluppo dell’Italia dell’epoca, in rapido mutamento, rendeva urgente uno sforzo straordinario di impegno civile, dal momento che la società “opulenta” - allora agli esordi - si apprestava a mutare e stravolgere i sostanziali tratti antropologici degli italiani. Ma, in discussione, erano non solo le attese dei singoli o di un paese, ma di un popolo ed anche di un intero mondo: quello occidentale.
Forte di questa visione della vita, P. P. Pasolini uniformò simbolicamente la sua vita alla figura retorica da lui più amata, l’ossimoro1, assunto quale espressione più congrua e pregnante di tutta la sua vicenda artistica. Diciamo artistica, ma in realtà dovremmo più precisamente dire poetica, poiché il Nostro fu, nonostante le sue continue incursioni nei campi più svariati, e rimase sempre ed esclusivamente un poeta. Che poi il poeta fosse, al tempo stesso, intellettuale révolté ed antropologo sensibilissimo va ascritto ad ulteriore suo merito. Nonostante l’attenzione rivolta alle modalità del simbolismo, egli fu infatti epigono di quella tradizione letteraria autenticamente italiana in virtù della quale la poesia non ha mai cessato di contaminarsi in modo fecondo con le istanze civili e politiche della società delle varie epoche storiche. Quando poi da noi la poesia è divenuta fine a se stessa (l’“arte per l’arte”), non ha prodotto i Rimbaud o i Verlaine, i Mallarmé o i Valéry. Ha piuttosto dato i natali all’estetismo lezioso e decadente di un D’Annunzio, al “crepuscolarismo” nostalgicamente regressivo di un Gozzano, al “futurismo” irrazionale ed irriverente di un F. T. Martinetti, per non parlare del frammentismo lirico di tanti nostri “novecentisti”.
Da questo punto di vista, egli, al di là della tradizione novecentesca cui pure appartiene2, ha in Dante il suo ineludibile punto di riferimento, ma anche, oltre a talune indubbie esperienze novecentesche, Foscolo e Leopardi. Erano questi, per lui, i correttivi possibili ad ogni tentazione di tralignamento dal solco della nostra più autentica tradizione.
La novità della posizione pasoliniana deve essere dunque valutata non in astratto, bensì nel concreto, ovvero nel particolare contesto rappresentato dall’imperante neorealismo, all’interno del quale era pressoché impossibile riuscire a combinare insieme il grido esistenziale del ribelle con la volontà del “provocatore” antiborghese, l’engagement personale con l’attesa riformatrice del visionario. Pasolini affrontò e superò la prova, lasciando liberamente interagire cuore e cervello, sentimento e ragione. E proprio per questo viene oggi da tutti considerato, quando però non è più in grado di scandalizzare, uomo dallo spirito “profetico” e lungimirante. Come si vede, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: i “sepolcri imbiancati” di oggi sono gli stessi di allora. Sola variante è la peculiarità dei tempi.
La meglio gioventù “va soto tera”
Al generale recupero del realismo del dopoguerra, che sul piano dei generi letterari significava la preminenza della prosa sulla poesia, Pasolini si è opposto fin dagli inizi. Egli infatti, respingendo l’idea che la poesia fosse in crisi, si propose di tradurre la crisi “in poesia”. Perché tale operazione fosse però coronata da successo, occorreva in primo luogo recidere i legami linguistici ed espressivi che legavano l’autore alla tradizione o, almeno, ad una parte di essa.
Una spia di questa sua volontà ci è testimoniata dalla sua tesi di laurea su Giovanni Pascoli, del quale egli apprezzò, abbastanza precocemente, il duttile plurilinguismo. A questa visione della lingua non era infatti egli stesso estraneo, come dimostrano i versi coevi delle sue prime poesie in dialetto friulano, dialetto conosciuto - prima del suo soggiorno a Casarsa - soltanto attraverso la madre. A questa originaria ispirazione si devono le Poesie a Casarsa. Scritte tra il 1941 e il 1943 (ad esse vanno unite anche quelle composte tra il1944 ed il 1953, sempre in dialetto friulano), saranno poi raccolte in volume con il titolo La meglio gioventù (1954). A dimostrare l’alto significato attribuito a questi versi in vernacolo, c’è un mai interrotto interesse. Pasolin, infatti,i tornerà a lavorare su di essi apportandovi significative modifiche. Da questa opera di revisione nacque così l’edizione del 1974, intitolata Seconda forma de “La meglio gioventù”, poi ristampata l’anno successivo (proprio quello della morte) con il titolo La nuova gioventù3.
In questa prima fase, a parte la scelta non secondaria del vernacolo, appaiono preminenti in lui influenze culturali di tipo simbolista ed anche, per quanto attiene alla tensione religiosa, l’opera del poeta anglosassone T. S. Eliot. La sua poetica insomma, se da una parte - come egli afferma in questi anni -, mette in moto “ragioni più complesse, sia dall’interno che dall’esterno”, dall’altra si risolve in un vero e proprio “regresso lungo i gradi dell’essere”. Il dialetto diviene di conseguenza, secondo il suo giudizio, “oggetto di accorata nostalgia, sensuale in origine (in tutta l’estensione e la profondità dell’attributo), ma coincidente poi con la nostalgia di chi viva - e lo sappia - in una civiltà giunta a una sua crisi linguistica, al desolato, e violento, ‘je ne sais plus parler’ rimbaudiano.4”
Il friulano, lingua “materna” “in quanto appartenente alla madre”, diventa così “una sorta di linguaggio dell’anima”; essa fa tutt’uno con la nostalgia per un mondo perduto - quello contadino -, che, dapprima rappresentato come naturalmente poetico, viene successivamente mitizzato come puro e incorrotto, finendo per diventare, agli occhi del poeta, una sorta di “altrove”, di luogo irto di simboli e di valori ancestrali.
E tuttavia non sfugge a Pasolini come, al riconoscimento intimamente seduttorio e soggettivo di quella lingua preesistente, si associava una limitazione oggettiva del senso storico. Ci avverte egli stesso in Passione e ideologia5: “[…] non si poteva non avere il senso, inebriante, di essere estremamente liberi: quasi che non ci fosse fine alla catena delle invenzioni. Era addirittura possibile inventare un intero sistema linguistico, una lingua privata (secondo l’esempio di Mallarmé), trovandola magari fisicamente già pronta, e con qualche splendore, nel dialetto (secondo l’esempio, in nuce, del Pascoli). Ma in quella libertà non c’era scelta né sofferenza: ed era capace di far operare su una sola direzione, quella interiore: “e in ciò la costrizione di quella libertà era rigorosa. […] La storia non esisteva più: e il mondo interiore era in definitiva una prigione. Dentro questa intuizione stilistica che prevedeva anche - anzi, soprattutto - la libertà stilistica, non c’era dunque soluzione di continuità per le invenzioni: era comodo, rallegrante, fertile restarci […]. Ciononostante ci abbiamo rinunciato”.
Sulla natura di questa svolta, resa palpabile con L’usignolo della Chiesa Cattolica6, così si esprime Gian Enrico Ferretti: “Anche se Pasolini è portato qui a forzare un po’ i termini di quel trapasso, anche se non si trattò di una radicale ‘rinuncia’ da parte sua, non c’è dubbio che egli venne operando una svolta profonda in direzione di una ricerca poetica nuova e innovatrice nel panorama italiano dal dopoguerra ad oggi7.”
Dunque, quasi a voler ribadire la sua vocazione al plurilinguismo, Pasolini non rinuncia, anzi si impegna, a scrivere versi in italiano, come ci testimonia proprio la raccolta de L’usignolo della chiesa cattolica. Le poesie che la compongono, infatti, scorrono parallele e contigue a La meglio gioventù: scritte tra il 1943 e il 1949, usciranno in volume nel 1958. Ma la svolta si percepisce anche dal punto di vista del significato. Ne L’usignolo, il forte sentimento cristiano del poeta si lacera e si sdoppia sotto la spinta del dissidio ancora irrisolto tra adolescenza e maturità. Significativa, in tal senso, è la quartina iniziale di Bestemmia:

Ma all’interno della stessa raccolta un’altra svolta, questa volta “ideologica”, è alle viste: essa è rappresentata dalla sezione conclusiva de L’usignolo, intitolata La scoperta di Marx. In verità, non di “scoperta” si tratta, bensì, probabilmente, di una rilettura del filosofo di Treviri, attraverso la quale Pasolini ritiene di poter portare ad un livello più alto le contraddizioni da lui fino ad allora sperimentate, trovando finalmente un approdo - sia pur provvisorio - alla concretezza corposa della storia. Scrive infatti ne La scoperta (vv.7-9):

Anche se dovrà ancora trascorrere un quinquennio, questi versi già contengono, sia pure in nuce, il preannuncio de Le ceneri di Gramsci.
Pasolini intellettuale “disorganico”
e il suo “umile fratello”
Le ceneri di Gramsci8, undici poemetti scritti tra il 1951 e il 1956, rappresentano il punto più alto, raggiunto per una via ardua e dolorosa, dell’evoluzione artistica pasoliniana. In esse la contraddizione ora individuata non è più tra adolescenza e maturità bensì - ormai nelle forme di uno stile epico-narrativo di ben più consistente respiro - tra i termini “irrazionali e quasi naturali di una tradizione” e “la scoperta di una rapporto razionale con la società.9” Che è come dire di voler tradurre gli spettri dell’inconscio e dell’immaginario nell’unica chiave possibile: quella della riaffermazione della più rigorosa razionalità. E tuttavia questa - ben lungi dall’essere una dimensione definitivamente acquisita - finisce per diventare, oltre ad una indicazione di metodo, anche un auspicio ed una sorta di esorcismo.
Tra il progetto e la sua realizzazione si insinuano infatti le infinite contraddizioni della vita, quelle stesse rappresentate dall’ossimoro.
Ne Il pianto della scavatrice, ad esempio, il poeta descrive Roma, ai suoi occhi metafora dell’Italia, con poche ed essenziali pennellate:

Ne L’umile Italia essa gli appare, invece, intrisa di una “tristezza serena”, in quanto luogo di rassegnato dolore:

Il popolo che ci vive appare tuttavia, agli occhi del poeta, come scanzonato e tragico al tempo stesso. Se da una parte esso è portatore di germi rigeneratori, capaci di mettere in moto (potenzialmente) una disperata rivoluzione, dall’altra è soggetto passivo e vittima quasi designata in virtù di un processo più grande di lui. Tale processo storico - ma, verrebbe da dire, anche metafisico -, presentandosi nelle forme speciose della funzione corruttrice addotta dall’ideologia, sembra però alla fine trascendere l’uomo e il suo proprio destino. Di conseguenza, lo sforzo di combinare insieme - quasi per un eccesso di gramsciano “volontarismo” - attesa cristiana e speranza marxista non può che tradursi, anch’esso, in un ulteriore inevitabile ossimoro, quasi a comprovare la validità del suo modo di ragionare.
Di qui il significato contraddittorio dell’incontro con Gramsci, di cui pure Pasolini (nel 1959) si diceva seguace, senza però che ne sottacesse le riserve e i diversi distinguo: “Sono, come dire, ‘gramsciano’… E’ una definizione possibile? Comunque la mia indipendenza non è né voluta né amata: è coatta e dolorosa. Vorrei poter scegliere”.10
Il Gramsci da lui incontrato nel Cimitero degli Inglesi, o meglio la sua ombra, non è quella - come osserva Alberto Asor Rosa - “della lotta e della riscossa, è il Gramsci della prigione e della sofferenza, […] personaggio non storico, ma creatura della sensibilità pasoliniana”. E dunque Le ceneri sono “l’unica opera di Pasolini - se escludiamo beninteso la produzione in lingua friulana - in cui il livello della tensione riesca ad innalzarsi fino ad un risultato puro ed indiscutibile, pur non risultando modificati dall’interno i dati fondamentali del discorso […]”.11
E tuttavia l’incontro è pur sempre occasione per un impellente chiarimento. All’“umile fratello” il poeta si confida, fino a riconoscersi suo figlio in spirito:

Il prezzo da pagare a questa contraddizione, tra fede e razionalità, è però così alto da comportare l’impasse, l’immobilismo, la stasi dolorosa ed impotente dell’uomo e dell’intellettuale, come ci viene incontestabilmente indicato nella conclusione:

Dalla presa d’atto della fine della “nostra” storia sembra anche derivare tutto il successivo radicalismo pasoliniano, nutrito di paradossi e di volontà di scandalizzare, di spazi di libertà assoluta e di rifiuto di ogni compromesso. E’ proprio da questa intransigenza che nasce l’antropologo degli Scritti corsari, o il vagheggiatore un po’ rétro dei bei tempi andati di Lettere luterane (quando ancora c’erano le lucciole), o anche, infine, il profeta “disarmato”, e tuttavia implacabile accusatore, delle malefatte del “Palazzo”.
La dialettica tra gli opposti trova un riscontro (prevedibile) anche nelle scelte di natura metrica. Da una parte ci sono le undici sezioni della raccolta (fatta eccezione per Recit, nel quale è usato il distico, e Il canto popolare e L’umile Italia, entrambi caratterizzati da una strofe di nove versi), che si caratterizza per il ricorso alla terzina e all’endecasillabo (solo ne L’umile Italia il verso di base è il novenario), con ciò implicando un ritorno alla tradizione; dall’altra “a questo ordine, esternamente determinato da così geometriche norme, si contrappone in Pasolini un’estrema varietà interna: sulla struttura d’origine dell’endecasillabo si svolgono le variazioni più anarchiche sia nel calcolo sillabico sia nell’accentazione…”12.
Ma al di là di mere ragioni poetiche o ideologiche, c’è anche una ragione devozionale di tipo civile, che richiama alla memoria, a nostro avviso, il Foscolo dei Sepolcri. Questo l’omaggio reso, con purezza di cuore, da Pasolini a Gramsci, l’“umile” fratello, omaggio al quale - con intatta commozione - ancora oggi non possiamo esimerci dall’associarci:

Note
1 Concezione generale, poetica e filosofica, in virtù della quale si cercano di tenere insieme termini presenti nella realtà, di per sé intrinsecamente contrapposti.
2 A tale proposito, si veda A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Samonà e Savelli, Roma 1972. Scrive infatti lo studioso: “La poesia di Pasolini, almeno fino al ’48, si muove, sia pure con fermenti propri, nel solco della tradizione novecentesca”.
3 P. P. Pasolini, La nuova gioventù, Einaudi, Torino 1975.
4 P. P. Pasolini, Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1973.
5 P. P. Pasolini, op. cit.
6 P. P. Pasolini, L’usignolo della Chiesa Cattolica, Einaudi, Torino 1976.
7 G. C. Ferretti, Letteratura e ideologia, Editori Riuniti, Roma 1976.
8 P. P. Pasolini, in Le poesie, Garzanti, Milano 1975.
9 G. C. Ferretti, op. cit. Va ricordato che l’opera più significativa di Gramsci, Quaderni del carcere, fu pubblicata proprio in quegli anni, secondo la seguente partizione tematica: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948), Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura (1949), Il Risorgimento (1949), Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno (1949), Letteratura e vita nazionale (1950), Passato e presente (1951).
10 P. P. Pasolini, Lettere, a cura di Nico Naldini, vol. II, Einaudi, Torino 1988.
11 A. Asor Rosa, op. cit.
12 Giorgio Bàrberi Squarotti, Poesia e narrativa del secondo Novecento, Mursia, Milano 1978.