Disagi astratti e giovani concreti
Paolo Cardoni
“Il disagio è una sindrome di malessere psicologico causato da un’esperienza insoddisfacente…” A volte ci si innamora di una parola o di un concetto, di un’idea. Quando parole idee e concetti entrano nel linguaggio comune, diventano strumenti d’uso e servono per fare riferimento, o solo per ammiccare, alla realtà extralinguistica che le ha prodotte. Non di rado accade, però, che in questo passaggio perdano, parole e concetti, di pregnanza, che si logorino per l’uso eccessivo, che diventino meri strumenti di conversazione, luoghi comuni nei quali i riferimenti alla realtà si sono smarriti o sono diventati così tenui e impliciti da non valere più nulla… Figurarsi se la parola o la locuzione hanno in sé le caratteristiche di un concetto ambiguo, non ben definito, approssimativo, come è nel caso del “disagio giovanile”. Si pensi all’idea stessa di giovane. Ognuno ha la sua idea di giovane, perché ognuno ha un’immagine diversa cui pensare: un giovane in Africa è tutt’altra cosa di un giovane in Europa o in America o in Cina: tempi di vita, mentalità, contesti assolutamente diversi. Come diverso è essere giovani a Milano e a Locri, a Bologna ecc. Che c’è di comune? Spesso sembra che sia comune solo l’idea di difficoltà, di mancanza, di disagio, appunto. Non a caso la locuzione “disagio giovanile” è diventato uno di quei concetti, di quelle espressioni d’uso corrente buoni per tutte le miriadi di contesti in cui può essere usata. Fino a perdere concretezza, perché ognuno ha in mente una realtà diversa. Eppure, non c’è documento politico, programma di governo, indagine scientifica - sociologica, psicologica, statistica - o indagine giornalistica ecc. in cui compaiano i giovani, senza che la relazione giovane/disagio sia in qualche modo riproposta. Anche se, a ben guardare, i mondi della politica, della scienza, del sindacato, del giornalismo… sono in genere quanto di più distante dall’universo giovanile: non sono quelli i mondi in cui si può incontrare l’oggetto di tanta attenzione. Anche per questo, l’impressione che parole e concetti si vadano logorando, vadano perdendo i riferimenti concreti quanto più li si usa, cresce. Intendiamoci, non è senza motivo il ricorso alla locuzione: se è di disagio che si parla, e non - come pure è accaduto in altri momenti storici - di semplice problema, o di protesta, di lotta, di contestazione, e tanto meno di speranza, le ragioni ci sono. E potremmo anche dire che sono note, anche se non per questo sono meno fumose. Tutto e il contrario di tutto può provocare “disagio”: la famiglia e l’abbandono, la scuola e l’ignoranza, il futuro e il presente, il lavoro e il non-lavoro, il gruppo e l’isolamento, il cibo e la mancanza di cibo, la guerra e la pace, la moda ecc… Motivi psicologici, sociologici, economici, politici, ambientali, epocali, astrali possono essere invocati come causa del disagio in chi è più esposto, più fragile…
Ma quando tutto provoca disagio, quando cause e conseguenze tendono a confondersi (si pensi alla violenza: individuale o di gruppo che sia - dallo stadio alle auto incendiate, dalla scuola allagata allo stupro, dal satanismo alla droga - è effetto di uno stato di disadattamento, ma a sua volta lo genera), ciò che rischia di perdersi è l’urgenza drammatica quotidiana che quei motivi sottendono: si perdono i nomi e i volti, salvo ritrovarli, troppo tardi, nella cronaca nera. Quotidianità maledettamente piccole e concrete: magari ce l’abbiamo sotto gli occhi e non sappiamo riconoscerle…
Pensiamo alla scuola. Sappiamo bene che tra i cosiddetti “compiti di sviluppo” che gli adolescenti devono affrontare, quelli concernenti la scuola appaiono collegati con esperienze personali di riuscita o di insuccesso, che incidono sull’autostima e sullo stesso concetto di sé. Ansia, tensione, paura, possono produrre demotivazione, depressione, ricorso a farmaci e psicofarmaci. Ma quante volte accade a scuola di affidarsi ad un “progetto” contro, o per prevenire il disagio, di ricorrere ad un “esperto esterno”? Inevitabilmente, si finisce col dare, ricevere, usare definizioni astratte, col descrivere processi e problematiche senza “attori” concreti.
Il nostro Belfagor, che da ciò che scrive nella sua rubrica, lascia trasparire il “suo” disagio di insegnante che si misura quotidianamente con i disagi altrui e non si rassegna all’impotenza né ai luoghi comuni, ha chiesto ai suoi alunni cosa sia il disagio giovanile. Chi più esperto di loro? E loro hanno scritto questo piccolo florilegio, che lui ci ha passato. Vale più di un editoriale astratto.
mio padre mi dice sempre: ma tu a 18 anni che problemi puoi avere? io di solito non rispondo ma nella testa mille cose mi passano in quel momento…non puoi cambiare il mondo: cerchi di farti capire ma non conti
per me il disagio giovanile è la situazione che noi ragazzi ci troviamo a vivere dai 12 anni ai 18 circa e si può esprimere con una sola parola: adolescenza
un disagio può essere qualsiasi cosa: un divieto da parte dei genitori a fare qualsiasi cosa… è quando nessuno ti ascolta, quando ti rendi conto di essere inferiore, di non riuscire ad esprimerti…è un uccello che non sa volare…è quando vorresti ma non puoi
risponderei che “il disagio è giovanile”…un periodo del tutto inevitabile... la tv, poi,... e quel giovane cui voi avete tanto fatto amare la tv e i reality, adesso ve lo tenete
ho un amico... dall’età di 10 anni ha dovuto subire la separazione dei genitori. questo ragazzo è cresciuto senza essere guidato. la madre lavora fino a tardi e il padre... lo vede una volta al mese, sempre che ne abbia voglia. lui, invece di urlare e liberarsi di questo disagio, lo soffoca con le droghe: si sta spegnendo
per me è dovuto all’influenza dei media... tutti i giovani hanno un modello di vita nel quale la perfezione è la bellezza. il disagio è dato dal fatto che nessuno è perfetto e tutti cercano di migliorare il proprio aspetto fisico anche arrivando ad avere problemi di salute
secondo me un adulto non si è mai chiesto perché i ragazzi fumano bevono fanno cavolate: i giovani vengono lasciati per strada senza dargli qualcosa da fare che lo coinvolga: non è più l’uomo al centro del mondo, ma è il mondo che sta dentro all’uomo
Ecco. Forse possiamo raccogliere il suo implicito invito. Ogni disagio ha un nome… e un luogo. E la scuola è sempre il luogo più concreto che possiamo immaginare per parlare non “dei” giovani e del loro disagio, ma “con” i giovani e del disagio comune.