noi, popolo di migranti
L’emigrazione oggi e ieri
David Baldini

Il fenomeno dell’emigrazione, in genere, viene associato dai più - in una sorta di riflesso condizionato - agli ultimi due secoli della nostra storia, o alla metà del secolo scorso, quasi che esso abbia cessato di riguardarci. Ed invece non è così. Ce lo rivelano i recenti dati diffusi dall’Istat, relativi all’ultimo decennio: essi ci indicano come oggi, nel nostro paese, sia in atto una preoccupante inversione di tendenza. Dopo l’impetuosa fase di travaso dal Sud al Nord, verificatasi negli anni del boom economico e in quelli immediatamente successivi, sembra che i nostri connazionali, soprattutto meridionali, dopo un certo periodo di stabilità, abbiano ricominciato a muoversi. Dagli anni Novanta ad oggi, precisa sempre l’Istat, il flusso migratorio sembra aver interessato circa 70mila unità.
A tale proposito, l’economista Nicola Rossi1 osserva che questo è “un livello molto prossimo a quello registrato sul finire degli anni Cinquanta” e che esso “non era stato osservato fin dalla metà degli anni Settanta”. Ovviamente, rispetto al passato, i nuovi “migranti” - che cercano lavoro nel Nord-ovest (32,1%), nel Nord-est (27,4%) e nel Centro (26,5%) - presentano tratti di indubbia peculiarità: essi non sono più, come osserva sempre il Rossi, “quelli disperati e malinconici, con le valigie tenute insieme dallo spago. Oggi si tratta per lo più di giovani con laurea o diploma: navigano su Internet, non disdegnano le lingue straniere e sono alla ricerca di un luogo dove sia possibile esprimere il proprio talento”.
L’Istat, però, ci offre anche un’altra utile indicazione: quella in atto non è solo una emigrazione interna, ma anche estera. Anzi, in quest’ultimo settore, l’Italia detiene addirittura il record europeo, come dimostra la quantità di nostri emigrati che, in questo ultimo quindicennio, hanno preso la via della Germania, della Svizzera, degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia e dell’Argentina.
Il Bel paese, dunque, quasi a voler a confermare una sua antica - e purtroppo consolidata - tradizione, si presenta, anche agli albori del Terzo Millennio, come una tipica terra di emigrati.

L’emigrazione, le scienze sociali e la letteratura

Se così è, allora risulta più che comprensibile l’attenzione riservata dagli studiosi, soprattutto da quelli di scienze economiche e sociali, a tale fenomeno. Questo sembra infatti essere naturale appannaggio di coloro che - per formazione scientifica - sono adusi a confrontarsi soprattutto con i numeri (generalmente su grande scala) più che con i sentimenti. Ed è giusto che sia così. Ma - ci chiediamo - a furia di elaborare numeri, di incrociare dati, di congegnare tabelle riassuntive non si finisce, quasi fatalmente, per perdere di vista l’aspetto più propriamente soggettivo del dramma, che riguarda in primis la dimensione privata dei singoli individui?
Di conseguenza, non crediamo di sbagliare se diciamo che l’unica disciplina in grado di affrontare il fenomeno dell’emigrazione senza discostarsi dai parametri di una compiuta humanitas ci sembra, nonostante la scarsità degli apporti, la letteratura. Questa, ad onta del suo ruolo quasi ancillare, è infatti l’unica in grado di trattare la condizione dell’emigrante - uomo o donna, vecchio o bambino che sia - non alla stregua di un “oggetto freddo”, bensì come un argomento capaci di scuotere - fin nei precordi - le fibre più profonde dell’animo umano. La letteratura si trova infatti a beneficiare di un privilegio davvero singolare: quello che le deriva, di fatto e di diritto, dall’attingere la propria linfa dalle radici stesse della nostra cultura occidentale. Non è stato il sommo Omero ad immortalare l’“eroe migrante” per eccellenza, il “bello di fama e di sventura”2 Ulisse, come l’ “astuto” greco viene definito dagli immortali versi foscoliani?
La rappresentazione letteraria, dunque, è la sola capace di farci intendere a fondo, e fin nelle pieghe, le ragioni del dramma, mostrandoci “di che lacrime grondi e di che sangue”3 non lo scettro dei “regnatori”, bensì la vita di chi, sradicato dalla propria terra, si trova alle prese con una lotta davvero epica, fatta di stenti e di dolore, per la elementare riaffermazione del proprio diritto alla sopravvivenza.
Di questa sofferenza, muta ma spesso anche gridata, vogliamo offrire un piccolo florilegio, non disdegnando di operare una qualche incursione anche nella letteratura “bassa” (“para” o “meta” che sia). In materia di emigrazione, infatti, ogni fonte - dalla semplice notizia giornalistica al discorso politico accattivante o paludato - va adeguatamente utilizzata. Essa, in quanto contribuisce a meglio definire l’immensità del dramma,4 ci è, più che utile, necessaria.
E dunque non appaia peregrina la nostra decisione di iniziare questa breve riflessione sull’emigrazione con il lamento accorato di un anonimo emigrante calabrese, il quale si dispera con accenti che, più che appartenere al folklore e alla storia della mentalità, sono espressione dell’umanità di noi tutti. Essi costituiscono la testimonianza più eloquente di uno dei sentimenti più antichi ed universali: quello connesso alla percezione di un irrimediabile dolore, speculare alla scoperta della sostanziale tragicità dell’esistenza. Queste le accorate parole del canto:

O’ chi partenza dolurusa e amara
chi pianginu li petri di la via.5

I “migranti” a cavallo tra xix e xx secolo

L’espatrio è sempre un avvenimento drammatico. I nostri poveri, nella loro lotta per la vita, cercavano di emigrare con tutti i mezzi a loro disposizione, finendo non di rado la loro stenta esistenza o sotto la neve di qualche ignoto sentiero alpino, oppure vittime della violenza della polizia di qualche paese d’oltremare. Di tali episodi è piena la cronaca nera, anche in tempi relativamente recenti. Ecco come la stampa riporta, ad esempio, alcune di queste notizie, dall’esito fortunatamente incruento: “Una nuova retata di emigranti clandestini è stata compiuta presso il confine di Ventimiglia, dove una pattuglia di guardie di finanza ha avvistato una colonna, composta da una ventina di persone, diretta in Francia”. Oppure: “La polizia australiana ha arrestato nelle prime ore di stamane, a Sidney, undici italiani accusati di essere entrati illegalmente nel territorio australiano”6.
Ebbene, non molto diversa da questa era la realtà dell’emigrazione (interna ed estera) in tempi ancor più lontani. Nella seconda metà dell’Ottocento, ad esempio, uno scrittore notissimo, Edmondo De Amicis, dedica non poche pagine alla drammaticità del mondo dell’emigrazione. Come non ricordare i celebri episodi, descritti in Cuore, del ragazzo calabrese7 presentato dal maestro Perboni alla mitica terza elementare della Sezione “Baretti” di Torino, o, ancor di più, il celeberrimo racconto mensile dal titolo Dagli Appennini alle Ande8?
Ma all’argomento lo scrittore ligure, oggi ingiustamente trascurato, aveva anche dedicato non solo un intero romanzo (Oceano), ma anche alcune delle sue poesie. In una di queste, la pena dei partenti è esposta con vera pietas, nonostante il linguaggio usato possa oggi apparire, per la nostra sensibilità postmoderna, un po’ troppo edulcorato:

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua mossa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane,
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercare del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, disgraziati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campare d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco e vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.9

Tante “little Italy” con l’atavico folklore

Alle difficoltà insorte nel paese ospitante, devono essere aggiunte anche quelle sperimentate nel paese d’origine prima di partire. In primo luogo c’è l’alto costo del viaggio: “Quando si tratta di far quattrini sulla pelle degli emigranti, armatori e aerotrasportatori non hanno scrupoli di nessun genere. E così sui trasporti marittimi l’Italia, il paese d’Europa che esporta il maggior numero di emigranti, pratica nei prezzi di passaggio le più alte tariffe del mondo.”10 Con l’avvento del fascismo, poi, il problema dell’espatrio viene enormemente complicato dall’introduzione di una misura semplicemente disumana: a partire dal luglio 1928, i nostri emigranti dovevano infatti impegnarsi, contestualmente alla richiesta di passaporto, a rinunciare a farsi raggiungere all’estero dalla famiglia.
Quando finalmente i “migranti” giungono alla mèta agognata, immediato sorge in loro il rimpianto nostalgico per la terra d’origine. E così, in alternativa ad una integrazione sempre difficile, essi danno vita a tante “little Italy” sparse nel mondo, di cui la più famosa è quella sorta nell’America del Nord. Lo sbocco negli Usa, infatti, anche se più difficile, era di certo il più redditizio, dato l’alto sviluppo capitalistico raggiunto da quel grande paese.
Questa la descrizione delle tante “little Italy” costituitesi in America: “Angusti e tristi caseggiati formano i quartieri italiani, relegati ai limiti delle metropoli, come ‘East Side’, a Nuova York, o ‘ North End’, a Boston. Poco illuminati e arieggiati da avare aperture, questi squallidi fabbricati contenevano centinaia di famiglie, ammassate in breve spazio. Immondi e sordidi soprattutto i vani abitati a terreno, anche peggiori dei bassi napoletani.”11
Con quasi eguale frequenza ci si reca anche nell’America del Sud, in particolare in Argentina e in Brasile. Per quanto riguarda quest’ultimo paese, il 1891 fu l’anno in cui il flusso migratorio raggiunse il suo acme: su 108.414 emigranti partiti dal Regno d’Italia, più di 70 mila provenivano dal Veneto. In questo caso, però, va segnalata una più che comprensibile caratteristica: “La tendenza generale degli italiani che emigrano in Brasile, non è di stabilirvisi, ma sebbene di ritornare in patria dopo fatta una campagna di tre o sei anni, per raccogliere la somma che si prefissero di portare alle loro famiglie in Italia”.12 “Qui gli italiani - aggiunge C. Ianni - lavorarono come calzolai, sarti, fabbri e falegnami. Col tempo alcuni divennero proprietari di piccole, medie e grosse industrie”.
Ma non per tutti la sorte sarà favorevole. “Nella città di Itù – ad esempio - nello stato di S. Paulo, esiste un asilo di mendicità, fondato nel 1903 dal parroco padre Elitario, su richiesta, a quanto sembra, di monsignor Scalabrini, con lo scopo di dare assistenza ai vecchi emigranti indigenti. Tutti lo chiamano l’asilo dei vecchi. Nel 1913 vi arrivarono dall’Italia anche due suore scalabriniane. Ebbene, Itù è al centro della zona di fazendas di caffè, le quali accolsero molti contadini italiani, nella maggioranza veneti”13.
Pratica assai diffusa è il trapianto delle feste religiose degli italiani all’estero, in luoghi in cui ovviamente si concentra una comunità che condivide una stessa origine. A San Paulo del Brasile, ad esempio, nel quartiere di Villa Marianna, il 15 agosto si celebra la festa di Santa Maria a Mare (come a Santa Maria di Castellabate). Nel quartiere degli emigrati di origine pugliese, invece, si festeggia S. Vito martire, patrono dei polignanesi. A New York, infine, famosa è la festa dei baresi, i quali hanno cambiato il loro S. Nicola in S. Giuseppe. “Si ride della tenacia con cui gli emigrati restano attaccati alle tradizioni locali e della prodigalità con cui inviano frequentemente denaro per le feste religiose, edifici e suppellettili sacre, un po’ per vera devozione, un po’ per orgoglio paesano, e un po’ per far mostra della propria agiatezza…”14.
Ma non tutti ridono. Per gli emigranti la questione è una cosa seria: ci sono di mezzo i dollari faticosamente guadagnati. Con le loro rimesse in valuta pregiata, essi sono infatti un sostegno per la madrepatria: “[…] l’emigrazione si raddoppiava, ma non aveva più il solo carattere di emigrazione per disperata miseria e diventava una fonte di ricchezza mercé i risparmi che gli emigranti inviavano in Italia”.15 Nota E. Bettini: “Le rimesse sono la più importante posta attiva della nostra bilancia dei pagamenti.”16
Di qui il grido di protesta elevato da Giustino Fortunato in un suo intervento in Senato ai primi del Novecento: “Il sen. Villari si è chiesto: insomma, che cosa avviene di tutto il denaro che ci giunge dall’America? Perché l’agricoltura dell’Italia meridionale non migliora? Che cosa avviene di quel denaro? Lo domandi alle casse dello stato, che, in un modo o nell’altro, lo hanno assorbito e lo assorbono pressoché tutto!”17
Un capitolo a sé riguarda la lingua: assoggettata ad un processo di contaminazione, essa dà luogo a forme ardite ed originali. “Ad esempio, impresario, appaltatore, diviene, dall’inglese contractor, contrattore; il negozio di commestibili, grosseria, da grocery; il pensionante, bordante da boarder; la pala, sciabola, da shovel; il binario, tracca, da track; la ferrovia elevata, olivetta, da elevated; il riscaldamento, stima, da steam; il negozio di frutta, fruttisteenne, da fruit stand; il piano di sopra, coppestese, dal napoletano ’ncuop e dall’inglese stairs; la parte nord della città, coppetane, ugualmente dal napoletano ’ncuop e dall’inglese town; ecc.”18
Sul filo di questa tradizione vernacolare, Giovanni Pascoli, in Italy19, ci offre un irraggiungibile esempio di plurilinguismo letterario. Egli così ci descrive il ritorno alla loro terra dei “migranti” da Cincinnati (Ohio):

Ai ritornanti per la lunga via,
già vicini all’antico focolare,
la loro chiesa sonò l’Avemaria.

Erano stanchi! Avean passato il mare!
Appena appena tra la pioggia e il vento
L’udiron essi or sì or no sonare. 20


Nei rapporti con i loro parenti ritrovati, essi introducono tuttavia un elemento di novità: la stranezza della lingua da loro parlata. Questa, strano impasto di un conversare sconosciuto (lo slang italo-americano) e di un conversare ben riconoscibile (quello della parlata materna), viene mimeticamente riprodotta da Pascoli con una serie di arditi contrappunti, tendenti ad esaltare le straordinarie potenzialità del suo plurilinguismo letterario:

Parlava; e la sua nonna, tremebonda,
stava a sentire e poi dicea: ‹‹Non pare
un luì quando canta tra la fronda? ››
Parlava la sua lingua d’oltremare:
‹‹…a chicken-house›› ‹‹un piccolo luì…››
‹‹…for nice and rats›› ‹‹che goda a cinguettare,

zi zi›› ‹‹Bad country, Ioe, your Italy!›› 21

In questo ritrovato contesto familiare la patria, metaforicamente evocata come “madre”, appare però essere associata all’immagine di una matrigna:

La madre li vuol tutti alla sua mensa
I figli suoi. Qual madre è mai, che gli uni
sazia, ed a gli altri, a tanti, ai più, non pensa?

Siedono a lungo qua e là digiuni;
tacciono, tralasciati nel banchetto
patrio, come bastardi, ombre, nessuni:

guardano intorno, e quindi sé nel petto,
sentono su la lingua arida il sale
delle lacrime; infine a capo eretto,

escono, poi fuggono, poi: - Sii male… -

Non maledite! Vostra madre piange
su voi, che ai salci sospendete i gravi
picconi, in riva all’Obi, al Congo, al Gange.

Ma d’ogni terra, ove è sudor di schiavi,
di sotterra ove è stridor di denti,
dal ponte ingombro delle nere navi,

vi chiamerà l’antica madre, o genti,
in una sfolgorante alba che viene,
con suo grande ululo ai quattro venti
fatto balzare dalle sue sirene. 22

Destino amaro è però quello dei “ritornanti”: essi sono costretti, di nuovo, a riprendere la via del mare, poiché la patria - ancora una volta - ha negato loro il diritto alla sopravvivenza:

O Molly! O Molly! Prendi su qualcosa,
prima d’andare, e portalo con te.

Non un geranio né un bocciuol di rosa,
prendi sol un NON-TI-SCORDAR-DI-ME!

‹‹Ioe, bona cianza!… ›› ‹‹Ghita, state bene!… ››
‹‹Good bye. ›› ‹‹L’avete presa la ticchetta? ››
‹‹Oh yes.›› ‹‹Che sbarco?›› ‹‹Il Prinzessin Irene.›› 23

E così, nell’empito dell’ultimo distacco, il dolore di coloro che restano si fonde con il dolore di coloro che partono. Questi, fatti gli ultimi preparativi, si preparano al definitivo saluto, nonostante la positiva risposta della conclusione sembrerebbe far credere il contrario. In realtà, si tratta di una speranza lucidamente illusoria e, proprio per questo, ancor più acutamente dolorosa:

“Il nonno, solo, in là volgea la testa
bianca. Sonava intorno mezzodì.
Chiedeano i bimbi con vocìo di festa:

‹‹Tornerai, Molly?›› Rispondeva: - Sì”.24

dell’emigrazione viene trattato secondo canoni non certo convenzionali o di maniera. Non a caso il titolo di questa nostra riflessione si ispira al sottotitolo del libro dello stesso Stella, che così recita: quando gli albanesi eravamo noi.


5 Da canzone calabrese, cantata da un giovane emigrante. In Emigranti di F. Perri, Treves, Milano 1928.
6 “Il Tempo”, Roma 7 giugno e 10 agosto 1956.
7Nell’ideale diario scritto da un alunno di quella classe, l’episodio è riportato in Cuore, sotto la data del 22 ottobre, sabato.
8 Il mese è quello di maggio. Si veda Cuore, Treves, Milano1908.
9 E. De Amicis, Poesie, Treves, Milano 1880.
10 Società umanitaria, “Bollettino quindicinale dell’emigrazione”, Milano, 10 febbraio 1957.
11 Vian, cit. in R. De Felice, L’emigrazione e gli emigranti nell’ultimo secolo, Terzo Programma, ERI, Torino 1964.
12 Da un rapporto del 1872, del console italiano a Rio de Janeiro, in Carpi, Delle Colonie, 1874.
13 C. Ianni, Il sangue degli emigranti, Edizioni di Comunità, Milano 1965.
14 Vol. VIII, relazione finale del sen. Faina, in C. Ianni, Il sangue degli emigranti, Edizioni di Comunità, Milano 1965.
15 B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1947).
16 E. Bettini, Alcuni aspetti economici dell’emigrazione italiana, in “Homo Faber”, n. 56 agosto 1956.
17 Discorso al senato di G. Fortunato nel 1909, in Il Mezzogiorno e lo stato italiano, discorsi politici (1880-1910), Laterza, Bari 1911.
18G. Prezzolini, Trapiantati, cit. in R. De Felice, op. cit.
19 G. Pascoli, Italy, Primi Poemetti, in Poesie, Mondadori, Milano 1943.
20 I, canto primo.
21 III, canto primo.
22 XVII-XVIII, canto secondo.
23 XX, canto secondo.


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