stato giuridico dei docenti universitari
Università precaria
Paolo Saracco

Il Ddl Moratti non introduce riforme, ma innalza a sistema i difetti attuali aggiungendovi un pizzico di deregulation.
Il risultato sarà disastroso.
Eppure l’università ha bisogno di interventi drastici

Un colpo di mano alla fine di settembre ha portato all’approvazione in Senato dell’ennesima versione del ddl Moratti sullo stato giuridico della docenza universitaria - sfruttando una peculiarità del regolamento del Senato il Presidente Pera ha calendarizzato la discussione in aula prima della conclusione di quella in Commissione VII ed il Governo ha presentato un maxi-emendamento sostitutivo dell’intero testo, su cui è stata posta la questione di fiducia. Ora il provvedimento torna alla Camera per affrontare quello che potrebbe essere l’ultimo e definitivo passaggio.

Prendere o lasciare

Il “nuovo” testo, che coincide con quello che sarebbe dovuto emergere dalla discussione in Commissione se gli emendamenti concordati dalla maggioranza fossero stati in quella sede accolti, a differenza di tutti quelli precedenti, non contiene alcuna norma di spesa e quindi potrà essere discusso dalla Camera anche durante la sessione dedicata alla discussione della legge Finanziaria.
Il testo uscito dal Senato è quindi presumibilmente quello definitivo, anche perché è ipotizzabile che alla Camera il Governo imponga un cammino accelerato ed eventualmente, in caso di intoppi, ponga di nuovo la questione di fiducia. è chiaro che la partita non è ancora chiusa, che l’approvazione del ddl non è scontata, sia per le possibili fibrillazioni del quadro politico, sia per le iniziative di lotta che sono state programmate a partire dal blocco delle università per la settimana dal 10 al 15 ottobre, ma è estremamente improbabile che il testo possa subire ulteriori modifiche. Prendere o lasciare, insomma, alternativa rispetto alla quale nessuno ha dubbi: meglio nessuna riforma che questa.

Il paradosso della legge Moratti

è sconsolante notare che il Governo e la maggioranza abbiano trovato l’accordo su un testo che raccoglie il profondo dissenso di ogni componente del mondo universitario, nonostante tutti riconoscano invece la necessità e l’urgenza di una riforma dello stato giuridico dei docenti universitari. In questo apparente paradosso sta la miglior chiave di comprensione della riforma.
Il miglior riassunto del Ddl Moratti consiste nell’affermare che in esso è contenuto tutto il peggio dell’università attuale e che questo peggio viene tramutato in paradigma organizzativo, in modello dell’università di domani. E questo è anche il modo migliore per spiegare l’ampiezza del fronte di opposizione che siamo stati capaci di organizzare in questi mesi: invece di rimuovere i problemi, a partire dall’indegna metastasi di un precariato di dimensioni pari a quelli dell’attuale organico docente, il Ministro ha scelto di farne il perno della sua riforma.
Una follia, ma corrisponde in realtà ad un progetto di università che viene perseguito con lucida coerenza. Per spiegare questo paradosso è bene fare un passo indietro.

I cambiamenti degli ultimi 15 anni

L’università è drasticamente mutata nel corso degli ultimi quindici anni: per citare solo il dato più eclatante basti ricordare che all’inizio degli anni ‘90 i laureati erano poco meno di centomila l’anno, oggi siamo a circa 270.000. Questa profonda mutazione si è innestata su un modello organizzativo e finanziario sostanzialmente immutato: l’innovazione costituita dall’autonomia universitaria, che data appunto all’inizio degli anni ‘90, si è trovata di fronte ad un ostacolo dalle molte forme: da un lato, le resistenze centralistiche di una struttura ministeriale poco acconcia a cedere quote reali di potere - come è facile rilevare osservando le dinamiche di ripartizione del Fondo ordinario per il finanziamento degli Atenei (Ffo) che solo in scarsa misura è stato sottratto alle incursioni della burocrazia ministeriale - mentre, dall’altro lato, gli Atenei si trovano a dover fronteggiare un notevole aumento del carico di impegni, a partire dall’aumentata richiesta di didattica conseguente all’aumento delle immatricolazioni e delle lauree e dall’introduzione del nuovo modello di didattica noto come 3+2.

Precari e ricercatori

L’esplosione del precariato è solo l’effetto più appariscente di questa profonda mutazione: il carico didattico eccedente si è ripartito tra i nuovi precari ed i (vecchi e nuovi) ricercatori. Senza queste due figure l’università semplicemente chiude.
Sul piano del lavoro di ricerca le mutazioni nell’organizzazione del lavoro sono state non meno drastiche: il meccanismo di finanziamento si è progressivamente spostato verso il finanziamento a progetto, sia sulla base di finanziamenti pubblici o comunitari, sia sulla base di contratti o convenzioni con soggetti privati. Ciò implica una modificazione del lavoro - una parte non secondaria del tempo deve essere destinata alla predisposizione e gestione di progetti e alla ricerca delle fonti di finanziamento - ma anche un progressivo riassestamento delle vecchie (e nuove) gerarchie.
Si tratta di un’analisi estremamente schematica, come imposto dagli spazi, che consente però di condurci ad alcune conclusioni.

Il bisogno di una riforma

Le ragioni che stanno oggi alla base dell’esigenza di riformare lo stato giuridico della docenza universitaria, sono, innanzitutto, di carattere oggettivo e non soggettivo: esse corrispondono cioè prevalentemente alla necessità di adeguare i meccanismi di funzionamento delle università alle mutate condizioni, più che all’esigenza di soddisfare le aspirazioni di questa o quella corporazione accademica (nel senso legittimo del termine). Ciò vale, paradossalmente, sia per noi, sia per il Ministro. Ed è bene che noi per primi ce ne rendiamo conto, e non solo perché è ovviamente necessario avere ben chiare le ragioni reali dello scontro: in questi mesi di lotta è risultato più evidente che in passato come negli atenei coesistano, per così dire, due soggetti diversi, i docenti, con le loro frammentazioni interne, ed il personale tecnico ed amministrativo, con grandi difficoltà a condividere obiettivi e pratiche sindacali. è una difficoltà alla quale dobbiamo mettere mano proprio a partire dalla convinzione che la battaglia sullo stato giuridico della docenza è una battaglia sul modello di università pubblica che vogliamo e non (perlomeno non solamente) una battaglia che riguardi i soli docenti ed i loro interessi materiali.
Come dicevamo all’inizio la riforma Moratti promuove a modello organizzativo dell’università quanto di peggio già è presente negli Atenei: la messa ad esaurimento (per quanto differita al 2013) dei ricercatori e la conseguente precarizzazione della docenza prefigura un’università più gerarchica e meno equa, prima di tutto nei confronti degli studenti. Un’università con meno docenti di ruolo ed un numero esorbitante di precari non potrà che differenziare la propria offerta didattica, sia all’interno dei singoli atenei, sia nel confronto tra essi. Non si tratta di una mera ipotesi di lavoro perché già il Ministro ha fatto approvare un Dm di riforma del regolamento dell’autonomia didattica che differenzia i percorsi didattici della laurea triennale, costringendo a scegliere da subito se si intende poi proseguire con la laurea magistrale o fermarsi. Ed è quindi evidente a cosa miri anche la riforma dello stato giuridico: ridurre i costi del sistema, concentrando le risorse su quelle (poche) università che potranno mantenersi il lusso (per pochi studenti) delle lauree magistrali. Alle altre rimarrà la gestione di una pluralità di corsi triennali, prevalentemente basati sull’attività di quei precari la cui presenza si vuole istituzionalizzare.
è questo il modello di università contro il quale ci stiamo battendo.
Ma la percezione di questo fatto, e qui sta il nodo politico che dobbiamo sciogliere, non è così diffusa come si potrebbe immaginare: molti pensano che il nuovo stato giuridico della docenza, sia esso nella versione Moratti o nella versione proposta unitariamente dalle OoSs, corrisponda più o meno esclusivamente alla necessità di risolvere i diversi problemi di collocazione della docenza universitaria che si sono stratificati in questi anni, a partire dalla questione del ruolo dei ricercatori. In questo schema di ragionamento la scelta tra l’una o l’altra ipotesi di riforma è una scelta conseguente agli interessi privati (per quanto legittimi) di questa o quella categoria.

Il rischio dello status quo

E qui sta la vera pericolosità del testo approvato al Senato: come molti hanno osservato apparentemente si tratta di una riforma che “cambia tutto per non cambiare niente”. Non ci sono mutazioni drastiche ed immediate dello stato giuridico attuale, il passaggio dal vecchio stato giuridico al nuovo è facoltà dei singoli (che ovviamente si realizza coercitivamente per chi avanzi nella carriera), la stessa messa ad esaurimento dei ricercatori è posposta al 2013. Si aprono varchi - come ad esempio la possibilità, si badi bene la possibilità e non l’obbligo, per gli Atenei di finanziare cattedre di insegnamento su fondi privati e di reclutare, in tal caso, al di fuori delle procedure e delle garanzie consolidate - e si consolidano in tendenza i comportamenti deteriori già presenti, a partire da quello dell’utilizzo di un gran numero di precari per funzioni di didattica e di ricerca. Il senso profondo di questa operazione politica è quello di indicare la strada al sistema delle autonomie universitarie, di indicare la direzione da prendere, consolidando e strutturando ciò che in parte è già avvenuto, di indurre la generalizzazione di comportamenti già spontaneamente presenti nell’accademia. Di renderli, cioè, sistema.
Sarebbe criminale sottovalutare l’impatto di questa modellizzazione dell’università “fai-da-te” che il Ddl Moratti propone: l’università è già oggi un sistema di autonomie scarsamente regolato ed in un tale contesto questa sostanziale deregulation diventa deflagrante. L’obiettivo è la scomparsa di un sistema universitario nazionale e la sua sostituzione con una pluralità di atenei indipendenti - e non coerenti nemmeno sul piano della certificazione del titolo di studio, il che prefigura la tendenziale scomparsa del suo valore legale - in competizione feroce sul piano dei costi e della qualità.
Da ciò segue un’ultima considerazione fondamentale: non basterà abrogare il ddl Moratti, quando questo venisse approvato, per invertire la rotta, proprio perché, come abbiamo già detto, esso semplicemente asseconda ed accelera una tendenza già in atto nell’università italiana. Sarà necessario ben altro.

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