verso il XV congresso della Cgil
All’altezza della globalizzazione
Fabrizio Dacrema
L’accesso alle conoscenze e ai beni comuni, più che il reddito, è la base dei diritti di cittadinanza
e una barriera all’esclusione. Sono i temi al centro della strategia della Cgil in discussione al congresso
Il quindicesimo congresso della Cgil sarà unitario. Sarebbe stato incomprensibile il contrario in una fase politica che ha visto convergere i diversi punti di vista presenti nella nostra organizzazione nelle scelte politiche fondamentali, sia nell’esercizio del conflitto e del contrasto che nella formulazione della proposta alternativa.
L’assenza di documenti alternativi tra loro contrapposti rende possibile un congresso meno concentrato sulla dialettica interna e più impegnato a parlare al paese per mettere in campo le proposte della Cgil di ricostruzione economica e sociale.
Un percorso congressuale unitario può inoltre utilizzare l’enorme processo di discussione democratica che si svolgerà nei prossimi mesi per sviluppare ricerca, elaborazione e individuazione di sintesi più avanzate sui temi al centro dei documenti congressuali.
Un dibattito congressuale con queste caratteristiche potrà permettere alla Cgil di assumere orientamenti forti e condivisi, capaci di fronteggiare in modo innovativo le grandi trasformazioni sociali in corso.
I documenti congressuali mettono a fuoco le idee sviluppate dalla Cgil dopo un’analisi della crisi che il paese sta attraversando e le scelte da compiere per riprogettare il paese e costruire in Italia e in Europa la società della conoscenza.
Il principale fattore
di sviluppo e di libertà
Premessa e tesi congressuali sono attraversate in modo pervasivo dal tema della conoscenza. Non è “un tema importante” né “il tema più importante”, ma è la questione centrale della strategia della Cgil per fronteggiare i cambiamenti della società e dell’economia determinati dalla crisi del fordismo e dall’avvento della globalizzazione.
La proposta di riprogettazione che la Cgil rivolge al paese per uscire dalla crisi profonda che lo attraversa si fonda su quattro punti strategici: lavoro, saperi, diritti, libertà.
Tuttavia la stessa relazione tra questi quattro valori fondativi indicati nel titolo della Premessa alle Tesi non è simmetrica: nella società della conoscenza il sapere rende possibile l’esercizio attivo e consapevole delle libertà politiche, è il principale fattore dello sviluppo economico e dell’occupabilità delle persone, è alla base della difesa, del rispetto e del potenziamento dei diritti civili e sociali.
La presenza diffusa del tema della conoscenza ne rivela la funzione di condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente, per lo sviluppo di tutti i principali obiettivi del progetto politico della Cgil.
Inoltre, i saperi, nell’insieme dei documenti congressuali, sono contemporaneamente uno dei valori di riferimento verso cui orientare la riprogettazione del paese e il motore del cambiamento.
» significativa, a questo proposito, la coincidenza della tesi 9 con le due alternative (presentate rispettivamente da Gian Paolo Patta e Gianni Rinaldini) nell’indicare la conquista del diritto alla formazione permanente come un passaggio essenziale per allargare gli spazi di libertà e di uguaglianza nei luoghi di lavoro. (tesi 9, p. 1.3)
La centralità della conoscenza, inoltre, è confermata dal fatto che la scuola, l’università e la ricerca hanno rappresentato le realtà in cui la Cgil ha contribuito a costruire lo schieramento sociale più duraturo e importante: ampio movimento unitario capace, fino ad oggi, di impedire l’attuazione delle controriforme Moratti e di prospettare le linee guida di politiche formative alternative. (premessa, p. 7)
La via bassa allo sviluppo
La crisi che il paese sta attraversando - si legge nei documenti congressuali - è profonda e di carattere strutturale ed è stata pesantemente aggravata dalle politiche del governo di centro-destra.
L’attacco alla scuola pubblica è considerato uno dei punti cardine di queste politiche inique e fallimentari; insieme all’intervento sull’art. 18 viene esplicitamente indicato come emblematico dell’attacco ai diritti dei lavoratori e delle politiche anti-sociali del governo. (premessa, p. 1)
L’analisi del ruolo delle politiche del governo di centro-destra nell’aggravare la crisi del paese individua lo stretto nesso che lega la legge 30, la Bossi-Fini e la legge Moratti: una politica sociale tesa ad assecondare il declino del paese attraverso la precarizzazione del lavoro, la riduzione dell’immigrazione a manodopera a basso costo e senza diritti, la creazione di un canale formativo inferiore e subalterno finalizzato ad immettere nel mercato del lavoro soggetti deboli nella formazione di base e professionale e, pertanto, destinati alla moltitudine di lavori precari necessari alla via bassa allo sviluppo scelta dal governo.
Tra i danni sociali più evidenti provocati dalla politica scolastica del centro-destra vengono citati: l’ulteriore riduzione della mobilità sociale attraverso la reintroduzione della canalizzazione precoce e il conseguente potenziamento della selezione basata sul background socioculturale familiare, la cancellazione dell’innalzamento dell’obbligo scolastico e del tempo pieno, l’indebolimento della scuola pubblica. (premessa, p. 5)
Un progetto alternativo
La sfida che la Cgil lancia alla politica e al mondo delle imprese si basa su un modello di sviluppo che punti sulla valorizzazione del lavoro e dei saperi in alternativa a una competitività fondata sulla riduzione dei costi e dei diritti. (premessa, p. 6)
» un progetto di cambiamento fondato sulla via alta allo sviluppo e quindi sulla conoscenza, la formazione, la ricerca, l’innovazione, l’unica capace di tenere assieme la competitività economica con la centralità del lavoro e i diritti di cittadinanza. (premessa, p. 8)
Formazione, ricerca e innovazione sono anche indicate come condizioni essenziali per la sostenibilità dello sviluppo, per le politiche ambientali e di welfare. (premessa, p. 10)
Il nuovo paradigma su cui è costruito il progetto della Cgil è la società della conoscenza (tesi 4, p. 1) intesa come chiave di lettura delle trasformazioni sociali ed economiche in corso: straordinario aumento quantitativo delle conoscenze disponibili e veloce cambiamento dei loro contenuti, moltiplicazione e diffusione delle fonti di conoscenza.
Nel nuovo contesto la conoscenza assume una funzione fondativa per l’esercizio della cittadinanza: sull’acquisizione di un’autonoma capacità di apprendimento lungo tutto il corso della vita si giocano sempre più l’inclusione e l’esclusione sociale.
La costruzione della società della conoscenza, ancorata alla strategia e agli obiettivi di Lisbona, diventa la stella polare del percorso della Cgil per la definizione di un progetto per lo sviluppo sostenibile, capace di estendere i diritti e di valorizzare il lavoro. (tesi 4, p. 1)
Nella società della conoscenza il sapere rappresenta il fattore principale della produzione. Il sapere, l’intelligenza e la creatività delle persone che lavorano sono la risorsa principale per la competitività.
Il declino economico italiano è letto nei documenti congressuali come ritardo del paese nella costruzione dell’economia della conoscenza e conseguente obsolescenza delle specializzazioni produttive.
Per ritrovare la strada dello sviluppo e della competitività occorre, quindi, recuperare sul terreno delle produzioni a maggiore valore aggiunto investendo nella ricerca e nell’innovazione per favorire il riposizionamento qualitativo delle specializzazioni produttive del paese. (tesi 4, p. 1)
Una nuova
politica economica
La realizzazione di progetti nazionali di ricerca in settori strategici attraverso una rete di sinergie e collaborazioni tra intervento pubblico e privato, centri di ricerca e mondo delle imprese, università e piani di sviluppo territoriali è considerato un passaggio essenziale per il recupero di competitività economica. (tesi 4, p. 2)
Il recupero di leadership tecnologica e la necessaria crescita dimensionale delle imprese è direttamente connessa alla costruzione di reti territoriali tra imprese, università e centri di ricerca. (tesi 4, p. 2)
Complessivamente il rilancio dell’economia è messo in relazione positiva con l’innalzamento dei livelli complessivi di istruzione e con la realizzazione di un sistema di formazione permanente. (tesi 4, p. 2)
La nuova politica economica indicata dalla Cgil attribuisce all’intervento pubblico in questi settori una funzione essenziale ai fini della valorizzazione dei beni comuni e allo sviluppo del welfare, della formazione e della ricerca. (tesi 4, p. 6)
Da ciò consegue la necessità di valorizzare il lavoro pubblico in quanto direttamente coinvolto nella garanzia dei diritti delle persone. La rivendicazione della terzietà e dell’imparzialità del lavoro pubblico in contrapposizione alla logica dello spoils system si attaglia bene all’istanza di valorizzazione dell’autonomia culturale e professionale dei lavoratori della conoscenza. (tesi 4, p. 6)
Un sistema formativo di qualità
Vi è un nesso strategico (tesi 4, p. 7) tra nuovo modello di sviluppo e sistema formativo.
Un sistema formativo coerente con la promozione di un nuovo modello di sviluppo deve avere alcune caratteristiche, come la qualità dell’offerta formativa; la garanzia del diritto allo studio; la garanzia per tutti i cittadini di una formazione culturale di base che permetta la prosecuzione dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
Sulla base di questi obiettivi la Cgil ritiene che la riforma Moratti debba essere cancellata perché introduce un modello duale che discrimina i cittadini sulla base del background economico sociale e culturale in palese contrasto con le finalità inclusive che la Costituzione assegna alla scuola pubblica.
Le scelte del Governo sono in contrapposizione con gli obiettivi di Lisbona. La creazione di un canale professionale regionale, inferiore e subalterno a quello liceale statale è in contrasto con l’esigenza di innalzamento effettivo dei livelli culturali e con l’obiettivo - indicato appunto a Lisbona - di portare al diploma almeno l’85% dei giovani entro il 2010.
La proposta della Cgil, invece, si basa sull’innalzamento dell’obbligo scolastico, subito a 16 anni ed entro la legislatura a 18. La gradualità è necessaria per costruire condizioni tali da assicurare a tutti un effettivo successo formativo nei percorsi di formazione iniziale.
Assicurare ad ogni cittadino una solida formazione culturale di base è essenziale per l’apprendimento continuo, condizione indispensabile per l’esercizio della cittadinanza attiva e per una qualificazione professionale capace di fronteggiare i continui mutamenti del mondo del lavoro.
L’autonomia scolastica, universitaria e degli enti di ricerca è il motore di un cambiamento del sistema formativo che non sia imposto dall’alto, in modo astratto e precostituito, e che si sviluppi, al contrario, a partire dai processi di innovazione realizzati nelle scuole e nei territori.
L’obiettivo è la costruzione di un sistema formativo inclusivo, unitario, fondato sull’effettiva pari dignità di tutti i percorsi, finalizzato a far raggiungere a tutti i giovani il diploma, a triplicare il numero dei laureati, in particolare nelle materie tecnico-scientifiche.
L’altro grande obiettivo posto dalle tesi è la costruzione di un sistema di formazione permanente e continua attraverso la programmazione integrata di interventi pubblici e privati.
Si indicano a questo proposito due strumenti da valorizzare:
- i fondi interprofessionali, la cui consistente quota di risorse deve essere utilizzata in modo qualificato attraverso la concertazione delle parti sociali e la programmazione integrata delle istituzioni locali;
- l’azione contrattuale per ottenere diritti individuali di accesso alla formazione e per valorizzare i percorsi formativi negli inquadramenti professionali e nelle carriere.
Rilanciare la ricerca
Sulla ricerca (tesi 4, p. 8) si parte dalla constatazione dello stato drammatico del settore: i tagli del governo e la politica di precarizzazione del personale stanno ulteriormente riducendo l’attività di ricerca che già vede l’Italia attestarsi agli ultimi posti nei confronti internazionali.
Di qui la perdita di competitività dei nostri prodotti.
Il progetto della Cgil prevede di raggiungere l’obiettivo indicato dalla conferenza di Lisbona (3% di investimenti in rapporto al Pil, invece dell’attuale 1%) ritenendolo una priorità del paese.
Si tratta non di contrapporre la ricerca di base a quella applicata, ma di investire nella ricerca pubblica di base (progetti europei e nazionali), incentivare l’iniziativa delle imprese, anche sostenendo l’aggregazione delle piccole imprese, e favorendo la formazioni di reti territoriali che alimentino circoli virtuosi tra imprese, università e centri di ricerca.
L’investimento pubblico nella ricerca deve innanzi tutto garantire la presenza italiana nei grandi progetti europei e l’attivazione di grandi progetti nazionali. (tesi 4, p. 9)
A livello territoriale va sostenuta la collaborazione tra università, istituti di ricerca, sistemi di imprese e servizi finanziari specializzati (venture capital), incentivando le imprese a coordinarsi e cooperare per meglio accedere alle risorse della e per la ricerca, raccordandole con le politiche e le risorse per la formazione continua. (tesi 4, p. 9)
La proposta della Cgil individua una relazione forte tra investimento in ricerca e sviluppo della formazione iniziale e continua in considerazione del fatto che l’innovazione e la competitività sono il risultato della qualità complessiva del capitale umano.
La formazione
per un’occupazione solida e stabile
Legge 53 e Legge 30 marciano assieme: la prima prevede un canale formativo dequalificato finalizzato a immettere nel mercato del lavoro manodopera destinata a formare la moltitudine di lavori precari che la seconda rende possibili.
La strategia della Cgil per un’occupazione solida e stabile implica lo sviluppo di un sistema formativo inclusivo e qualificato. (tesi 5, pp. 3.4 e 4.1)
In questo quadro si tratta di adeguare la legislazione sull’accesso al lavoro (oggi possibile a 15 anni) con il previsto innalzamento dell’obbligo scolastico prima a 16 e poi a 18 anni.
Anche l’apprendistato deve essere ripensato rispetto all’attuale situazione di destrutturazione determinata dalla legge 30 che ha superato i vincoli relativi alla formazione esterna, rafforzando le tendenze di molte imprese a utilizzarlo esclusivamente come strumento di contenimento dei costi.
La Cgil propone, invece, di rilanciare l’apprendistato come contratto a prioritaria finalità formativa.
Per favorire la crescita culturale e professionale delle persone che lavorano, la Cgil punta al potenziamento dell’accesso alla formazione continua come strumento principale delle politiche attive del lavoro, delle politiche a sostegno dell’occupabilità e della mobilità lavorativa sostenibile.
L’accesso alla formazione permanente e continua deve, pertanto, delinearsi come diritto individuale da sostenere e garantire attraverso le leggi e i contratti.
Inoltre, una politica del sindacato di potenziamento dell’accesso effettivo alla formazione da parte dei lavoratori deve puntare a ottenere il riconoscimento nei contratti dei percorsi formativi ai fini dello sviluppo di carriera (inquadramenti e sviluppo salariale).
L’attivazione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze acquisite, anche attraverso percorsi non formali e informali, rappresenta un passaggio essenziale per il riconoscimento del diritto dei cittadini e dei lavoratori alla formazione permanente e continua.
La scuola pubblica per il dialogo interculturale
L’istruzione e la formazione rappresentano un fattore decisivo di inclusione sociale e di integrazione sociale e culturale, e la scuola pubblica, laica e pluralista, è il più diffuso e potente strumento di educazione interculturale. (tesi 6, pp. 5 e 9)
In questi anni di rapida crescita dell’immigrazione la scuola pubblica sta svolgendo un ruolo essenziale di integrazione, ma i tagli alle risorse finanziarie e professionali e i contenuti della riforma Moratti, spesso connotati da visioni culturali chiuse ed etnocentriche, la stanno ostacolando.
La Cgil attraverso la Conferenza nazionale sull’immigrazione ha messo a punto un suo programma di intervento per sostenere l’impegno delle scuole nell’integrazione degli alunni stranieri e nello sviluppo dell’educazione interculturale.
Occorre contrastare la dispersione e l’insuccesso che colpiscono particolarmente gli studenti stranieri attraverso gli interventi di formazione linguistica e la programmazione di percorsi individualizzati.
Secondo il sindacato è da evitare il formarsi di realtà formative ghettizzate e lo sviluppo scuole a base etnica, ma anche i modelli di integrazione fondati sull’assimilazione e sull’omologazione culturale degli stranieri nell’ambito della cultura accogliente sono parimente inadeguati.
La scuola pubblica è il luogo più idoneo per realizzare il modello educativo interculturale, fondato sul rispetto e la valorizzazione delle diversità culturali, la promozione della conoscenza reciproca e del dialogo, lo sviluppo e l’accettazione di una base di valori comuni fondanti la convivenza civile.
Nuove forme di welfare state e politiche per l’infanzia
Anche dal punto di vista della difesa e del ridisegno di nuove forme di welfare l’investimento nel sapere delle persone viene indicato come centrale. (tesi 7, pp. 2.1 e 6.1)
L’idea di un welfare che punti sull’attivazione delle persone passa, infatti, attraverso il diritto alla formazione lungo tutto l’arco della vita.
Lo sviluppo quantitativo e qualitativo dei servizi educativi per l’infanzia è considerato strategico in quanto snodo decisivo per le politiche di decondizionamento socio-culturale precoce, per lo sviluppo della maternità e paternità responsabile, per favorire l’accesso al lavoro delle donne, oggi tra i più bassi in Europa.
In questa direzione la Cgil propone che i nidi non siano più considerati servizio a domanda individuale rispondente a una mera esigenza assistenziale delle famiglie e chiede che si riconosca pienamente la loro dimensione educativa finalizzata ai bisogni di crescita affettiva, cognitiva e relazionale delle bambine e dei bambini.
L’espansione della presenza dei nidi nel territorio, oggi al 7% mentre l’obiettivo europeo fissato a Lisbona è di raggiungere il 33% entro il 2010, e la generalizzazione quantitativa e qualitativa della scuola dell’infanzia esigono un piano pluriennale di interventi e una legge quadro che individui gli standard di qualità e assicuri le risorse.
Anche in questo campo la politica del governo si è dimostrata fallimentare e dequalificante: anticipi della frequenza e nidi aziendali non hanno sostanzialmente ampliato il servizio e hanno, invece, introdotto logiche di abbassamento qualitativo dell’offerta formativa e di destrutturazione del servizio pubblico.
Le politiche contrattuali nei settori della conoscenza rappresentano un fattore decisivo per la qualità dell’offerta formativa. In questa direzione le tesi (tesi 8, pp. 2.2, 2.3, 8.4, 12.3) attribuiscono valore strategico alla generalizzazione della contrattazione decentrata e lo sviluppo delle Rsu.
Sono respinti, di conseguenza, tutti i tentativi del governo e della maggioranza di centro-destra di decontrattualizzare il rapporto di lavoro e di eliminare le Rsu della scuola.
Di particolare rilevanza il ruolo attribuito alla contrattazione territoriale e sociale ai fini dell’attivazione di politiche sindacali capaci di fronteggiare in termini di confronto e vertenzialità le nuove competenze delle regioni e degli enti locali in materia di formazione e ricerca.