L’importanza del ruolo del padre/1
Il maschio è naturalmente aggressivo?
Jolanda Stevani

Atti vandalici, suicidi, bullismo, provocazioni agli insegnanti, adesione a bande. I giovani, principalmente di sesso maschile, mostrano spesso un atteggiamento aggressivo che appare incomprensibile. In una ricerca psicologica si cerca di scoprire le cause di questo comportamento e risulta che…

Se il padre concilia affettuosità con sostegno e disponibilità

L’aggressività e le sue manifestazioni fanno da sempre parte della storia dell’uomo, ma tra i fenomeni più inquietanti dei quali oggi si sente maggiormente parlare in relazione a questo tema, un posto di spicco spetta all’incremento di atti vandalici, di suicidi, del bullismo, di provocazioni agli insegnanti, dell’adesione a bande: i giovani, principalmente di sesso maschile1, si aggregano e commettono i reati più svariati. Numerosi studi hanno messo in evidenza quanto significativo sia il legame che esiste tra deprivazione paterna e insorgenza nei figli, in particolar modo di sesso maschile, di problematiche sia psicologiche che sociali e hanno sottolineato l’importanza di un comportamento paterno che concili affettuosità, ma soprattutto sostegno e disponibilità.
Il padre che possiede tale capacità è un genitore che, sapendo armonizzare la sua mascolinità con un atteggiamento attento, può così favorire uno sviluppo mascolino del figlio. Tra le componenti della funzione paterna un posto di primo piano spetta all’imposizione di limiti disciplinari, che costituisce il mezzo necessario per insegnare ai bambini a sviluppare e a utilizzare in maniera corretta la loro assertività e la loro naturale aggressività.
Un rapporto tra padre e figlio orientato in questa direzione favorisce nel bambino l’acquisizione di un senso di responsabilità per le proprie azioni. Gli atti antisociali sono essenzialmente riconducibili, sia all’incapacità di contenere gli impulsi che ad un elevato livello di aggressività e l’adolescente che non riesce a gestire i propri impulsi e a ritardare la gratificazione molto spesso è un figlio che non ha avuto un modello paterno dal quale apprendere tali competenze. Il bambino senza padre, rimasto privo di una guida che lo conduca nel processo di sviluppo della sua mascolinità, può allora cercare sostegno e riconoscimento nella banda, che da una parte soddisfa il suo bisogno di appartenenza e dall’altra, grazie al valore che attribuisce a comportamenti mascolini, anche violenti e altamente aggressivi, fornisce struttura ad un’immagine di sé e ad un’identità fino a quel momento rimaste prive di supporto.

Coltivare nel figlio l’istinto vitale del maschio

Uno dei compiti fondamentali del padre è quello di educare il proprio figlio a riconoscere e coltivare l’istinto vitale del maschio, che rappresenta la possibilità di un’aggressività maschile “buona”. Nelle società pre-moderne, l’accesso alla mascolinità adulta era segnato dalla presenza di riti iniziatici: il padre o figure maschili sostitutive sancivano, attraverso speciali cerimonie, l’ingresso dei giovani maschi nella società degli adulti. La ferita inferta nel corso dell’iniziazione assumeva un duplice significato, in primo luogo di separazione dalla madre e quindi di rinuncia all’onnipotenza infantile e, in secondo luogo, di riconoscimento ed accettazione della sofferenza come inevitabile componente di ogni percorso esistenziale. In veste di protagonista, in tale rituale la figura paterna svolgeva l’importante funzione di trasmettitore del sapere istintuale, per insegnare al figlio a essere un uomo ed un maschio capace di dominare i propri impulsi e di utilizzare in positivo la propria naturale aggressività.
Oggi, nella società occidentale, una delle conseguenze più gravi e pericolose dell’abbandono dei riti iniziatici o comunque di un’attenzione costruttiva dei maschi adulti nei confronti dei giovani maschi consiste, a livello sociale, proprio nell’incapacità da cui sono affetti i giovani d’oggi di gestire ed utilizzare la propria aggressività. La mancanza di concentrazione, lo sfogare all’esterno la propria aggressività in maniera sconsiderata hanno come substrato comune la mancanza di un “mondo interno” del giovane, nel quale possano prendere forma immagini, fantasie, ideali e che rappresenta l’unico rifugio nel quale la persona può trovare riparo dopo un dolore o una delusione. Privi di un padre che li sappia dirigere nel processo di socializzazione e di conoscenza di sé, un certo numero di giovani soffrono oggi di una carenza identitaria che li rende vulnerabili e li pone in balia di un’energia che, non correttamente incanalata, viene impiegata in senso distruttivo o all’interno, contro di sé, o all’esterno, contro gli altri.
Scomparsa la prova iniziatica di cui gli anziani erano gli artefici, i giovani ricorrono oggi a rituali sostitutivi, in questo senso vanno interpretati i loro comportamenti pericolosi, le sfide in macchina, il moltiplicarsi dei fenomeni settari. » il padre che accompagna il figlio nella strutturazione della sua personalità: oltre che per l’amministrazione di una sana aggressività, il suo contributo è fondamentale anche per accedere ad una sessualità serena e non conflittuale, che può essere raggiunta solo se il maschio stabilisce un contatto con la propria energia profonda, superando così la paura dell’intimità. La madre è meno tollerante nei confronti delle manifestazioni istintuali del bambino, al quale richiede di essere sempre composto ed educato. Questa energia non riconosciuta ed accettata può trasformarsi in ostilità contro il femminile e comportare delle difficoltà a stabilire intimità nelle relazioni con l’altro sesso, se il padre non impone la sua presenza nel rapporto tra il figlio e la figura materna. Quando l’aggressività non viene integrata nell’identità di genere attraverso l’incanalamento ad opera di una figura paterna contenitiva, l’adolescente maschio tende a trovare rifugio all’interno del gruppo dei coetanei e tramite le relazioni con i pari si costruisce una virilità dai tratti stereotipati, che molto frequentemente sfocia nell’agito violento, nel bullismo. In sintesi, la violenza del giovane deviante può essere compresa alla luce del fallimento di integrazione dell’aggressività nell’identità di genere maschile, a sua volta determinato dalla mancata interiorizzazione di una funzione paterna contenitiva.


Il corretto incanalamento

Quali sono le soluzioni alle quali è opportuno ricorrere per favorire un corretto incanalamento dell’energia maschile? Gli sport (ad esempio le arti marziali) possono rappresentare una modalità costruttiva di sfogo dei sentimenti aggressivi e competitivi che, se repressi, potrebbero esprimersi in modo distruttivo, ma è altrettanto importante fare delle cose con il padre: anche piccole attività condivise tra genitore e figlio offrono nuove esperienze di apprendimento e vanno a stimolare la curiosità del bambino. Per esempio, un bambino può rimanere affascinato di fronte ai racconti che il padre gli fa delle proprie esperienze di lavoro, oppure delle sue avventure di ragazzo: sono tutti momenti che accrescono l’intimità della loro relazione, il grado di coinvolgimento reciproco, la comunicazione spontanea e la condivisione di esperienze. Si tratta di periodi di tempo speciali, momenti che padre e figlio trascorrono da soli, creando una loro privata intimità e che costituiscono preziose opportunità per conoscersi meglio, per comprendere quelli che sono i reali interessi e bisogni dell’uno e dell’altro e per poter sviluppare una progettualità comune.
Così, ad esempio, il bambino può prendere parte ad attività tipiche degli adulti, come lavare la macchina, fare del giardinaggio, oppure del bricolage, e ricavarne un senso di competenza personale, se il padre tiene in considerazione il suo contributo e lo stimola in tal senso. Questo è estremamente importante, perché un bambino ha il bisogno di sentire che suo padre lo stima come persona e lo apprezza in quello che fa. In questi momenti di condivisione, anche il silenzio può essere veicolo di sentimenti e di profonda intimità.
Un altro fattore significativo è il contatto fisico tra padre e figlio: il sistema di riferimento corporeo del padre costituisce la base dell’identità sessuale, che se ben acquisita, consentirà di instaurare relazioni positive con l’altro sesso. Se inizialmente la presenza corporea del padre offrirà al bambino la possibilità di amare la madre, successivamente sarà ciò che gli permetterà di amare la donna invece di disprezzarla o svalutarla. Il bambino deve avere contatto con l’odore del padre, soprattutto attraverso i giochi fisici ed i genitori devono iniziare ad aprirsi ad una nuova sensibilità, coccolando i loro figli e, con loro, il proprio Sé bambino.
Qual è l’atteggiamento dei padri di oggi nei confronti dell’energia vitale dei loro figli maschi? Sono in grado di svolgere la funzione contenitiva che rende possibile un giusto incanalamento della naturale aggressività maschile? Ma, prima ancora, sono dotati della capacità di riconoscere questa importante energia positiva che rappresenta l’essenza stessa della mascolinità? I padri che ho ascoltato2, generalmente concordano sull’importanza di condividere attività e interessi.
Alcuni prediligono il canale dello sport. Pierluigi, 36 anni, maestro di tennis, si esprime nella maniera che segue, a proposito dei due figli maschi di 10 e 9 anni “I miei figli giocano molto a tennis, che è uno sport nel quale tende ad emergere l’aggressività, perché è individuale, competitivo. Tra di loro giocano molto in maniera fisica. Nonostante abbiano parecchi giochi, il loro gioco preferito è quello fisico. “Per un maschio è molto importante avere un’attività fisica. - ribadisce Renzo, 42 anni, istruttore di palestra, padre di un maschio di 13 anni – Può essere il calcio, ma potrebbe essere anche la pallavolo. » giusto, sia per mio figlio, come per gli altri bambini, essere impegnati nello sport, perché questo li allontana da altre cose pericolose”. Alcuni genitori giudicano importante il gioco, tramite il quale si stabilisce anche un intenso contatto corporeo “Lui ovviamente cerca sempre di giocare. - dice Maurizio, agente assicurativo di 42 anni, a proposito di suo figlio Giovanni, di 9 anni - Appena io arrivo a casa lui vuole subito giocare, a prescindere che io sia stanco, non sia stanco, abbia mal di testa…lui vuole sempre giocare! Io, nei limiti del possibile, cerco di giocare. Siamo anche molto corporei, io l’abbraccio, lui mi abbraccia”. A conferma del fatto che non conta tanto il tipo di attività, quanto piuttosto l’intimità che il fare qualcosa insieme favorisce, possiamo citare la testimonianza di Francesco, 50 anni, avvocato e professore universitario, con un figlio di 7 anni. “Io ho sempre avuto la passione della cucina e l’ho sempre un po’ coinvolto in questa cosa, ci siamo sempre anche divertiti. Poi giochiamo anche a fare la lotta: dopo mangiato mi dice sempre “facciamo la lotta”. » sempre un modo di giocare”.
Giuliano, imprenditore di 48 anni con tre figli maschi condivide con i suoi figli l’attività venatoria. “Sin da piccoli li ho sempre portati via con me, a caccia. - dice Giuliano – Il sabato e la domenica andavamo a caccia tutti insieme, passavamo insieme delle giornate intere e penso che sia stato molto importante. A proposito dell’aggressività, penso che il fatto di venire a caccia con me fin da piccoli, quindi il fatto di aver avuto a che fare con le armi può averli aiutati sotto questo punto di vista. Ci vuole un certo rispetto, una certa educazione, perché è una cosa anche pericolosa” In sintesi, il padre di oggi si trova ad una distanza affettiva ed educativa molto minore rispetto al passato, ma il problema che si pone è proprio quello dell’utilizzazione di questa maggiore prossimità. In relazione all’argomento che è stato affrontato in queste ultime pagine, il padre dovrebbe, in particolare, porre il figlio in condizione di poter trasmettere emozioni appartenenti alla sfera del corporeo come l’aggressività, il piacere e il desiderio, utilizzando un canale di comunicazione verbale e simbolico, invece di ricorrere ad agiti, spesso violenti.

Note

1 Per motivi sia biologici che culturali, il maschio è considerato più aggressivo della femmina.
2 La ricerca è stata svolta tra il 2004 ed il 2005 attraverso la raccolta delle testimonianze di 30 padri (15 coniugati e 15 separati) che avessero almeno un figlio maschio, ai quali è stata somministrata un’intervista strutturata costituita da 15 domande, volte ad esplorare il loro vissuto di figli, di padri e le relative modalità relazionali.

Riferimenti bibliografici:

Biller, H.B. La deprivazione paterna: famiglia, scuola, sessualità e società, Il pensiero scientifico Roma, 1978
Courneau, G. Père manquant, fils manqué, Les Editions de l’homme, 2003
Oliverio Ferraris, A. Dai figli non si divorzia, Rizzoli, 2005
Pietropolli Charmet, G. (a cura di) Un nuovo padre, Mondadori, 1995
Risé, C. Il Padre l’assente inaccettabile, Edizioni San Paolo, 2003
Zoja, L. Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2001

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