Una scuola dequalificata
La burla dell’esame di Stato
Antonio Valentino
La modifica degli esami di stato voluta dal Ministro Moratti ha avuto effetti devastanti sulla credibilità della scuola, sulla valutazione, sulle motivazioni.
Ha tolto valore al titolo di studio e ha fatto
grandi favori ai diplomifici e alle scuole private
Tra i primi atti significativi della gestione Moratti della scuola c’è la modifica degli Esami di Stato previsti dalla riforma Berlinguer del 1997 (Legge 425).
La modifica “Moratti” del 2002, pur riguardando due soli aspetti della riforma precedente (Commissioni e Presidenti) va considerato un provvedimento che stravolge alle radici il precedente provvedimento.
La trasformazione delle commissioni miste e paritarie (50% di docenti interni e 50% di esterni) in commissioni di soli docenti della stessa classe; la nuova configurazione del Presidente che da Presidente di una Commissione (uno per ogni commissione costituita generalmente da due classi ) “passa” a Presidente di tutte le Commissioni operanti in un Istituto (coincidenti con le classi quinte); la scelta di rendere sede d’esame anche le scuole parificate.Questi tre interventi se hanno permesso una qualche forma di risparmio (minimo), hanno attivato meccanismi dequalificanti dell’esame e quindi un passaggio tacito (surrettizio) al superamento del valore legale del titolo di studio. Non solo. Ma hanno dato ossigeno - e non soltanto ossigeno - alle scuole paritarie. E fatto acquisire, al Ministero, crediti importanti presso settori influenti del mondo cattolico e soprattutto le gerarchie ecclesiastiche. Che non è poca cosa per un ministro come la Signora Moratti e per un Governo come quello di Berlusconi.
Un rito senza valore
E infatti, le scelte sulla formazione delle Commissioni costituiscono di fatto un attacco frontale alla significatività dell’esame, trasformandolo in un rito senza valore e senza senso e impedendo forme di verifica esterna potenzialmente importanti anche come occasione di autovalutazione da parte delle scuole e di confronto di esperienze professionali.
D’altra parte, la scelta di un Presidente per tutte le commissioni operanti in un Istituto (mediamente 5/6) nega alla base ogni possibilità di verifica da parte dell’unico soggetto esterno, costretto a rincorrere situazioni senza poterne seguire nessuna. Di fatto, quindi, notaio di decisioni su risultati largamente scontati, perché già predefiniti nelle operazioni di scrutinio di sole poche settimane prima.
Né potrebbe essere diversamente. Solo l’ubiquità di S. Antonio potrebbe assicurare forme credibili di controllo da parte del Presidente e garanzie minime di terzietà nella gestione dell’Esame.
Non si sottovalutino neanche due altri aspetti:
1. la motivazione - comprensibilmente scarsa - dei docenti costretti, ad una operazione a cui è difficile riconoscere un senso (la riconversione dell’insegnante in commissario per i propri stessi studenti, scrutinati poche settimane prima e valutati nel corso di più anni - almeno nella maggior parte dei casi - ha in effetti del paradossale);
2. la ricaduta sull’impegno degli studenti e sui livelli di responsabilizzazione e autonomia individuale degli stessi. Livelli che difficilmente potrebbero spostarsi in alto (essere potenziati), stante l’attuale composizione della commissione (e quindi la consapevolezza, da parte degli studenti, che nuove chances sono sostanzialmente precluse).
Né va trascurato il fatto che lo svilimento della figura del presidente contribuisce a dare all’intera operazione un valore e un significato di marginalità e irrilevanza.
L’intervento del Ministero
Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è poi la gestione concreta dell’operazione da parte dell’Amministrazione, almeno per quanto riguarda le prove scritte. Il riferimento specifico è alla prima e alla terza prova. Per quanto riguarda la prima prova, la scelta del Ministero di proporre, anche quest’anno, tracce che, non tanto nei contenuti, quanto nelle modalità, è risultata disorientante e fuori da ogni buon senso (otto pagine di tracce complessive, tre pagine per qualche traccia, fitte di citazioni che solo a leggerle e decifrarle avrebbero richiesto l’intero spazio orario previsto), ha contribuito a delegittimare ulteriormente l’esame.
Per la terza prova, valgono le osservazioni critiche di questo aspetto dell’Esame - rimasto uguale rispetto alla formulazione voluta da Berlinguer - fatte da più parti. Esse riguardano sia il senso, sia la coerenza rispetto alle finalità dell’esame, risultando strutturalmente ambigua questa tipologia di prova. Su tale oggettivo elemento di debolezza continuano a pesare i limiti di una gestione ministeriale che non è riuscita finora a farsi carico della qualità professionale richiesta dalla Riforma dell’Esame. Costruire infatti terze prove, varie nella forma ed efficaci nella sostanza, è operazione che richiede professionalità. E quindi formazione. E quindi investimenti. Ma evidentemente poco si è voluto investire.
Né è risultato di valido aiuto il lavoro INVALSI, pur in sé pregevole, di mettere a disposizione delle scuole le prove già elaborate dalle varie commissioni negli anni precedenti.
D’altra parte, l’approccio pluridisciplinare richiesto per la realizzazione della terza prova e per la conduzione del colloquio, pur valido e innovativo, si scontra con pratiche didattiche ancora molto diffuse nelle nostre scuole in cui la disciplinarità la fa da padrona. Con conseguenze inevitabili sulla preparazione dello studente e sulla costruzione delle prove e la gestione complessiva dell’esame.
Quando al peggio
non c’è mai fine
Sappiamo che il Ministro Moratti ha intenzione - e ciò è chiaramente indicato nella Legge 53 di “riforma” del sistema scuola - di cambiare questo esame. Ma le direzioni di lavoro che ha indicato (gestire centralmente la terza prova e lasciare le prime due all’autonomia delle commissioni interne) non sembrano convincenti.
In primo luogo, c’è da chiedersi qual è il senso di una prima prova che conservi, come sembra di capire che sarà, ancora la finalità di verificare le competenze linguistiche sulla base di tracce che probabilmente risulteranno più o meno analoghe a quelle finora sperimentate (ci sarà solo forse una più visibile “curvatura” sull’offerta formativa delle singole scuole). E c’è da chiedersi anche qual è il valore di una terza prova, se sarà costruita su obiettivi come quelli previsti dal decreto di riforma del secondo ciclo, approvato dal Consiglio dei Ministri alcune settimane fa. Obiettivi generali e specifici di apprendimento la cui validità e il cui senso viene messo in discussione un po’ da tutti.
E soprattutto qual è il senso di un nuovo Esame che voglia conservare il modello Moratti per la formazione delle Commissioni e la figura del Presidente.
Ma su queste questioni occorrerà ritornare con i necessari approfondimenti.