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esami di stato
Riflessione in sette punti
Antonio Valentino

 

Così com’è è una burletta ripetitiva.
L’esame di Stato va cambiato, ma prima bisogna sapere per quale scuola.
Non si può riformare cominciando dalla fine

Tra i primi provvedimenti che la scuola si aspetta dal nuovo Ministro, con la ripresa delle attività didattiche, dovrà esserci la ridefinizione dell’attuale modello degli Esami di Stato.
La “Riforma Berlinguer” - con le commissioni miste, con le nuove tipologie di prove sia scritte che orali e con l’introduzione del credito scolastico - aveva cercato di portare un’aria di rinnovamento nel vecchio esame di maturità, troppo costoso e inefficace. C’era certamente un elemento intrinseco di criticità in quel modello; e cioè che la riforma delle Superiori sembrava proporsi a partire dall’ultimo piano di una struttura tutta da costruire. Eppure quella riforma un valore aggiunto - aggiunto al necessario ammodernamento delle modalità di accertamento della preparazione degli studenti e al riconoscimento del credito - ce l’aveva, almeno nelle intenzioni del legislatore. Nel senso che doveva permettere la sperimentazione di modalità valutative comuni alla nostra scuola e sviluppare al riguardo una cultura omogenea.
Sappiamo però che questo processo è stato bloccato dal provvedimento sciagurato del Ministro Moratti che, con la sola modifica che introduceva le Commissioni interne di istituto, tra l’altro con un solo presidente-notaio, ha tolto ogni senso all’esame, trasformandolo in una burletta ripetitiva, frustrante e diseducativa e appesantendo ancora di più la grave situazione di crisi delle scuole Superiori.

 

La direzione del cambiamento

Anche solo per questo provvedimento non basterà una vita per ringraziare la Signora Moratti.
Ora è chiaro a tutti che per l’anno prossimo qualcosa dovrà cambiare. E che le direzioni del cambiamento vadano ricercate nelle esperienze di questi anni, per me riassumibili nelle considerazioni seguenti.
1. Non penso che un ritorno tout court al “Modello Berlinguer” sia auspicabile, almeno per quanto riguarda il numero e le tipologie di prove, che hanno mostrato, in questi ultimi anni, rughe vistose.
2. Penso che lo stesso dispositivo del modello, attualmente in vigore, per il riconoscimento del credito, debba essere ripensato sia come meccanismo operativo (le fasce e il loro rapporto con il debito formativo), sia come strumento di valorizzazione dell’autonomia e della responsabilità dello studente (sostanzialmente debole l’appeal di un credito scolastico triennale massimo di 20 punti, a fronte di un punteggio finale massimo di 80 punti previsto per le prove).
3. Certamente dovrà essere abbandonato prioritariamente il modello delle commissioni interne, col presidente-birillo: praticamente gli stessi insegnanti del candidato, che cambiano cappello e diventano commissari, senza che nulla sia cambiato rispetto alle scadenze precedenti (l’elaborazione del Documento di classe e gli scrutini finali), svilite a passaggi puramente burocratici, come l’intero meccanismo.
4. Tuttavia un provvedimento riformatore risulterebbe monco e poco efficace se non lo si assumesse come occasione per un ripensamento complessivo del modello.
Ha quindi certamente senso l’obiezione di chi pensa che un nuovo modello di esame di Stato non può prescindere dalle caratteristiche dell’edificio che si vuol costruire per il sistema secondario superiore. E su questo terreno alcuni approfondimenti e scelte risultano preliminari.
5. Ritengo però, in questa situazione di totale disgregazione, sia fondamentale piuttosto mandare segnali che:
a) indichino almeno una inversione di tendenza rispetto alla stagione che ci lasciamo dietro le spalle;
b) introducano elementi di rigore e di attendibilità nell’accertamento della preparazione dei candidati;
c) riservino uno spazio, e quindi un valore più solido e motivante, al credito scolastico.
È da ritenere pertanto più opportuno in questa fase farsi carico non tanto delle obiezioni - giuste - di principio, quanto piuttosto mettere in campo dei provvedimenti urgenti che rappresentino però segnali importanti per quanto riguarda il tipo di scuola che si ha in mente e i valori di riferimento.
E questo è importante non solo per gli studenti e le loro famiglie. È importantissimo anche per docenti e dirigenti scolastici, frustrati da questa messa in scena in cui, più che protagonisti, sono figuranti senza motivazione e con ruoli sfigurati.
6. L’amministrazione Moratti aveva elaborato proposte di modifica delle tipologie delle prove scritte. Proposte che affidavano alle singole commissioni la scelta di prove per la verifica delle competenze linguistiche, letterarie e storico-sociali e delle competenze specifiche di indirizzo; mentre affidavano all’Invalsi la predisposizione di prove nazionali per la verifica di livelli complessivi di preparazione per i vari tipi di Liceo (in coerenza con l’impianto ordinamentale della riforma Moratti).
Nessuna demonizzazione della proposta che, dentro un modello di commissioni miste, potrebbe avere un valore diverso. Ci si potrà quindi confrontare.
7. Ma gli interrogativi preliminari con cui misurarsi devono riguardare il senso stesso di un esame di Stato oggi e la messa a punto di alcuni paletti, a integrazione e precisazione di quelli sopra riportati, che così sintetizzerei:
- semplificazione e sburocratizzazione delle procedure;
- chiara - e contenuta - delimitazione dei risultati attesi che si intendono verificare;
- maggiore rigore negli accertamenti (c’è un eccesso di soggettività valutativa che toglie valore e significato all’esame);
- maggiore peso, negli esami, alle capacità dimostrative legate all’operatività e alle competenze tecnico-pratiche specifiche dell’indirizzo di studi; capacità la cui verifica ora è assolutamente residuale (finora non ho mai visto un esame, anche per le scuole tecniche e professionali, che si svolgesse, anche solo parzialmente, in un laboratorio).

 

 

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