politiche della conoscenza
problemi vecchi e nuovi
del sistema formativo
Nuovo protagonista: il territorio
Fabrizio Dacrema*
Istruzione e formazione di qualità implicano
anche una domanda qualificata dal territorio.
Una nuova stagione di collaborazione istituzionale
tra stato, regioni ed enti locali.
Il valore dell’autonomia scolastica e dell’integrazione tra sistemi
L’Italia non può permettersi di perdere altro tempo. Senza profondi ed effettivi cambiamenti nel campo della formazione e della ricerca non tornerà a crescere.
Il nuovo governo si ritrova di fronte i vecchi problemi strutturali del nostro sistema formativo: un paese sottoscolarizzato, una scuola che non promuove la mobilità sociale, forti disparità territoriali negli esiti di apprendimento, percorsi formativi deboli per il lavoro. Problemi aggravati, ma non creati, dalla politica scolastica della Moratti, che ha impoverito la scuola pubblica e ha cercato di imporre una riforma sbagliata e inattuabile, facendo perdere altri cinque anni al paese.
Quale cambiamento
Una volta realizzati gli interventi necessari per arrestare le scelte sbagliate della Moratti, la vera prova per il nuovo governo è l’attivazione di una strategia di ampio respiro, capace di cambiare davvero il nostro sistema formativo.
Ciò è possibile solo rifuggendo la tentazione di calare dall’alto riforme precostituite che si illudono di poter effettivamente cambiare una realtà complessa come la scuola.
Per evitare di occupare anche questa legislatura per l’approvazione di una grande riforma complessiva, destinata con ogni probabilità a rimanere inattuata come è accaduto negli ultimi dieci anni, occorre mettere in moto processi di innovazione che costruiscano il cambiamento in un quadro di condivisione e nell’ambito di una strategia coerente e credibile.
Gli obiettivi di questa strategia si devono riferire a come istruzione e formazione possono contribuire a far uscire il paese dalla situazione di stagnazione e disuguaglianza, descritta anche dall’Istat nel suo ultimo rapporto: un sistema a bassa produttività, perennemente sottodimensionato, chiuso ai giovani più qualificati.
Per crescere nei settori ad alta tecnologia ed elevata intensità di conoscenza servono sicuramente più diplomati e più laureati, ma non basta l’aumento quantitativo (per altro già in corso) se gli esiti degli apprendimenti degli studenti ci vedono agli ultimi posti delle indagini internazionali e se i già pochi laureati attuali faticano ad essere assunti da un mondo delle imprese a bassa qualità.
Se il nodo è la qualità, allora la strada è quella di migliorare concretamente i processi di apprendimento e di mettere in relazione scuole e università con i progetti di sviluppo locale.
I processi di innovazione da promuovere attraverso l’autonomia scolastica devono dirigersi lungo due fondamentali direttrici di marcia: maggiore inclusione e migliore risposta alla domanda sociale dei territori.
Inclusione e sviluppo
Per tenere assieme entrambi questi obiettivi servono scelte coerenti e coraggiose.
Si deve, ad esempio, evitare di riproporre forme più o meno mascherate di canalizzazione duale nell’ambito del biennio obbligatorio unitario della secondaria superiore previsto dal programma dell’Unione. Immaginare una scelta dopo la terza media tra percorsi di istruzione e percorsi integrati non farebbe altro che riproporre un canale dello svantaggio scolastico destinato inevitabilmente a perseguire obiettivi culturali inferiori e a indebolire i percorsi professionalizzanti.
Su questo punto occorre chiarezza: innalzamento dell’obbligo di istruzione significa che la scuola è titolare della progettazione e della organizzazione di percorsi caratterizzati da pari dignità culturale e da eguale valenza formativa, ognuno di questi aperto a forme di integrazione per migliorare e arricchire l’offerta formativa.
Il superamento del “doppio canale” (percorsi liceali statali e percorsi professionalizzanti regionali) è quindi la premessa necessaria anche per il potenziamento dei percorsi tecnico-professionali, altrimenti destinati alla marginalità e all’abbandono da parte dell’utenza.
I cambiamenti necessari per favorire il successo scolastico di tutti nel nuovo biennio obbligatorio e unitario riguardano essenzialmente il modo di fare scuola per riuscire a intercettare le diverse intelligenze e i diversi stili di apprendimento. Innovazioni inerenti le metodologie e i modelli di organizzazione didattica, la formazione dei docenti, i tempi e gli spazi per l’apprendimento, il rafforzamento dei percorsi educativi che promuovono il decondizionamento precoce (percorsi per la prima infanzia e di base).
Occorre, a questo proposito, una convergenza di intenti tra Governo, Regioni ed Enti locali per ridurre l’insuccesso scolastico nel primo ciclo, a partire dal superamento delle fratture nei passaggi tra scuola dell’infanzia, elementare e media.
Si tratta di agire utilizzando tutte le leve necessarie (rete scolastica, formazione dei docenti, elaborazione di curricoli unitari) e di puntare sugli istituti comprensivi per la diffusione dei progetti di continuità.
Domanda sociale
e crescita economica
I processi di cambiamento da attivare riguardano, inoltre, il potenziamento della capacità delle scuole di rispondere ai bisogni di crescita civile del territorio e alle esigenze formative connesse alla crescita economica.
I bassi tassi di scolarizzazione della popolazione adulta e i connessi rischi di analfabetismo e semi-analfabetismo di ritorno di massa esigono un nuovo ruolo delle scuole e dei centri territoriali permanenti nell’ambito di un sistema di educazione permanente che porti a livelli europei la partecipazione degli adulti alla formazione.
Senza una svolta in questa direzione si indeboliscono anche le possibilità di ridurre la dispersione scolastica, vista l’influenza decisiva dei livelli di istruzione delle famiglie sul successo scolastico dei giovani.
Per queste ragioni la Cgil propone una legge quadro nazionale sull’educazione degli adulti che assicuri in tutto il paese e a tutte le età il diritto all’accesso alle conoscenze essenziali.
Inoltre, il rapporto tra istruzione, formazione e sviluppo deve uscire dal genericismo delle affermazioni riguardanti l’importanza e il necessario rafforzamento dei percorsi scientifici, tecnici e professionali.
Se le scelte di politica economica devono superare i freni del nostro sistema produttivo a investire nella formazione e nella ricerca, le politiche formative devono realizzare una maggiore rispondenza dell’offerta di percorsi formativi professionalizzanti alla domanda delle imprese che puntano sull’innovazione.
Si tratta di evitare un eccessivo schiacciamento degli interventi formativi sulla domanda a breve delle imprese, per orientarli a supportare il riposizionamento strategico del nostro sistema economico nella competizione internazionale.
A questo fine l’autonomia culturale del sistema di istruzione deve entrare in relazione con le strategie di sviluppo dei territori attraverso ambiti territoriali di progettazione integrata dei percorsi (istruzione, formazione professionale, Ifts, apprendistato, fondi interprofessionali, formazione continua pubblica) finalizzati alla formazione professionalizzante.
La programmazione integrata dei percorsi professionalizzanti permette una più efficace analisi dei fabbisogni formativi in relazione alle strategie di sviluppo locale e settoriale, una maggiore valorizzazione del sapere informale presente nei territori e nelle imprese, un utilizzo mirato e razionale delle risorse.
Le politiche territoriali della conoscenza
Autonomia scolastica e politiche territoriali sono, quindi, al centro di questa strategia.
La realizzazione di un patto tra Governo, Regioni ed Enti locali rappresenta un passaggio decisivo al fine di sostenere le scuole impegnate a utilizzare l’autonomia per individualizzare i percorsi formativi, cambiare il modo di fare scuola, costruire reti territoriali tra scuole, enti locali e i soggetti del territorio interessati (associazioni, imprese, mondo del lavoro, …).
Solo questa convergenza di intenti può creare le condizioni necessarie per favorire i processi di trasformazione: si tratta di interventi di programmazione dell’offerta formativa territoriale, edilizia scolastica, risorse culturali, laboratori, formazione e valorizzazione professionale degli insegnanti, ecc.
Su questo terreno il sindacato deve essere in grado di svolgere pienamente il suo ruolo, sviluppando il grande e positivo patrimonio di esperienza accumulato dalle Rsu nella direzione del sostegno alla qualità dell’offerta formativa.
Occorre poi far partire una nuova vertenzialità territoriale sui temi della conoscenza. Una partita non semplice data la necessità di operare in modo diverso rispetto alla tradizionale divisione del lavoro tra competenze di categoria e confederali. Una partita però decisiva, nel nuovo assetto decentrato dei poteri su istruzione e formazione, per una effettiva realizzazione degli obiettivi contenuti nel programma della conoscenza.
* Coordinatore del Dipartimento
Formazione e Ricerca Cgil