presentazione

Riconnettere scuola e vita
Simonetta Fasoli

Nel linguaggio di Freinet, queste pagine si occupano di una delle “tecniche di vita”. Vale la pena partire da qui, da un’espressione che è un apparente ossimoro e che è già in sé significativa del pensiero e della pratica freinettiana.
Nel senso comune, “tecnica” e “vita” appartengono a universi di discorso e di esperienza nettamente separati se non antitetici; similmente, nell’istruzione tradizionale vige la separatezza programmatica tra “mondo della vita” e “mondo della scuola”, che anzi proprio da questa linea di demarcazione viene istituito.
L’istanza pedagogica che anima Freinet e coloro che si muovono nel solco del suo pensiero/azione è collocata su quest’asse: ri-connettere i due mondi, per almeno due buone ragioni. Anzitutto, perché trovano un terreno comune nell’educazione come “impresa” propriamente umana, di cui l’istruzione è solo un pezzo, per quanto decisivo, pur sempre parziale. In secondo luogo, e questo è forse ancora più rilevante, perché proprio quella cesura caratterizza, ora come allora, un sistema scolastico selettivo portandosi dietro le connotazioni che Freinet implacabilmente mette a nudo e contrasta: verbalismo, astrattezza, autoritarismo intellettuale, gerarchizzazione tra saperi forti (teorici) e saperi di risulta (pratici).
Ecco dunque il principio ispiratore che si rivelerà fecondo ed “eversivo” nell’ordinato spazio e tempo scolastico, in cui trionfa il ritorno dell’identico, in una ritualità di cui uno solo è l’officiante, detenendo gli strumenti delle “sacre rappresentazioni”: riportare la vita (i vissuti, i saperi informali diremmo oggi) nelle aule scolastiche; dare voce alle storie che i bambini portano con sé, perché solo partendo da queste si può entrare in rapporto con la conoscenza formalizzata senza essere espropriati di sé o peggio colonizzati.

 

Mettersi in gioco con il fare

Ma non basta. L’intuizione formidabile che dà corpo e gambe a questa affermazione di principio è stata quella di assumere la didattica come risorsa: siamo decisamente fuori dal campo delle dichiarazioni di intenti in cui così facilmente sconfina la pedagogia, per entrare nel terreno accidentato del mettersi in gioco con il fare (qui nel senso compiuto di un sapere che “fa ciò che sa”).
Meglio parlare di “tecniche” piuttosto che di “metodologie”, ritiene Freinet, per quanto di astrattezza e di repertori vuoti questo termine evoca. La tecnica è una sintesi “a posteriori” di materialità, creatività, lavoro, cultura. La tecnica è più esposta alle variabili dello spazio, del tempo, dei contesti, dei soggetti individuali e collettivi. Per questo i maestri freinettiani sono per antonomasia i praticiens, e il tatonnement, che già Claparède aveva posto tra i cardini del suo metodo, assume una valenza e una dignità in qualche misura inedite: “apprendere per prove ed errori” (come direbbe Thorndike) è parte integrante della costruzione della conoscenza, suo strumento strategico. Ma la tecnica è anche “prodotto”, attenzione al prodotto del lavoro cooperativo, in cui il gruppo si riconosce, a cui dà il valore che si dà a quello che testimonia materialmente la fatica del condividere le scelte, del fare spazio a tutti e a ciascuno, del tollerare l’imperfezione e il limite, del seguire regole e procedimenti funzionali al risultato. Siamo ben lontani dall’efficientismo produttivistico che sembra pervadere le nostre scuole…

 

La tecnica e il suo prodotto

La tecnica di Freinet non si “spiega”, ma parla di sé nel suo farsi: per questo si rivela di grande interesse l’approccio che Ermanno Detti ha adottato. Ha restituito intatto il senso del giornale scolastico con scrupolosa ricostruzione della sua evoluzione, dei diversi contesti in cui si è realizzato, della singolarità dei suoi percorsi proprio come è di ogni prodotto “artigianale”, senza mai scadere in una pura attenzione filologica.
Questi giornali parlano di noi, ma sono anche capaci di parlare a noi, al nostro presente, per l’interrogazione che pongono sul senso del fare scuola e dell’essere insegnanti, su come tradurre oggi quell’istanza di riconnettere la scuola e la vita. Non si tratta solo di un patrimonio da salvaguardare e rivisitare, ma di un modo di pensare l’educazione e la funzione sociale della scuola che deve trovare nuovi criteri di interpretazione, nuove cornici culturali senza cadere negli opposti rischi del continuismo e del nuovismo. Non è un materiale museale, quello che ci consegna nella sua appassionata disamina questo testo, quanto piuttosto una materia viva in cui sono rapprese esperienze di una scuola e di insegnanti minoritari ma non elitari:  donne e uomini di scuola per i quali la scolarizzazione di massa, in quei decenni al suo esordio, non era un “effetto secondario” delle trasformazioni sociali da annacquare o da “contenere”, ma una vera opportunità di mettere in pratica la pedagogia popolare.
Il giornale scolastico, dentro quell’orizzonte, diventa più di un sussidio didattico alternativo: lo strumento per dare parola a chi rischia di essere sopraffatto ed emarginato dalle parole della cultura ufficiale, del linguaggio codificato.
I bambini e le bambine, attraverso il testo libero che è la modalità principale anche se non unica di costruire il giornale, possono fare un percorso che emancipa ma non sostituisce autoritariamente i loro codici con altri preordinati.
Il gioco linguistico, l’invenzione narrativa coesistente con la documentazione cronachistica, l’esterno e l’interno: tutto questo entra nel “ciclo produttivo” in cui processo e prodotto, come è giusto che sia, hanno pari dignità e valenza educativa. Elemento, questo, per cui non ribadiremo mai abbastanza l’assoluta differenza tra i fatti dell’economia e gli eventi dell’educazione.

 

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