l'epoca d'oro
Il giornale a scuola,
un gioco e un impegno
È meglio chiarire subito il titolo di questo fascicolo: esso riguarda il giornale fatto a scuola e non il giornale inserito nella scuola. Naturalmente si parlerà anche dei giornali, ma solo per capire alcune tecniche giornalistiche. Insomma l’argomento non è per fruitori di giornali, ma per produttori di giornali scolastici.
Rispetto al termine “giornale scolastico” ci pare che questa sia la dizione più esatta, anche se ancora oggi si usa quello di “giornalino scolastico”. Un diminutivo che probabilmente serve per distinguersi dai “giornali dei grandi”, ma che non rende però giustizia a una tecnica che invece ha un’importanza notevole per lo sviluppo culturale dei ragazzi. Utilizziamo comunque anche noi indifferentemente i termini “giornalini” o “giornale”per motivi di comunicabilità.
Antefatto
Agli inizi degli anni Settanta a chi scrive fu affidato dalla rivista “Riforma della Scuola” il compito di recensire i giornalini scolastici che gli insegnanti e le scuole inviavano. Erano giornalini molto particolari, tutti impegnati nella ricerca di istanze di rinnovamento nei metodi di insegnamento. Difatti provenivano da persone impegnate nella scuola con l’obbiettivo di rinnovarla e trasformarla sul piano didattico e culturale. Anzi, spesso l’obiettivo era più ambizioso: gli insegnanti che inviavano i giornalini provenivano per lo più dalle file del movimento del Sessantotto e credevano, nel fervore di quegli anni, che attraverso la scuola e il rinnovamento didattico si potesse creare un nuovo mondo. A questo proposito ricordiamo un giornalino di una scuola di Perugia che si intitolava proprio “Un nuovo mondo”. Era un giornalino particolarmente ben fatto. Dai testi degli alunni emergeva l’entusiasmo che caratterizzava quella scuola. La pratica della democrazia si realizzava attraverso il dialogo e il confronto delle idee diverse e tutto questo avveniva attraverso la scrittura. Gli alunni, nei testi, esprimevano le loro opinioni, i loro punti di vista, molto spesso fantasiosi e originali, sempre diversi, talvolta contrastanti e tutta questa varietà di idee era messa in primo piano, perché considerato come una ricerca utile per una maturazione collettiva. C’erano poi ricerche vere e proprie, letture di libri per capire il mondo. Infine non mancavano momenti di creatività pura: fiabe, poesie, filastrocche, racconti a puntate, giochi, barzellette, tutto inventato dai ragazzi.
Complessivamente insomma trasparivano dai giornali scolastici dell’epoca due elementi. Il primo un vero e proprio impegno che si concretizzava nel redigere uno strumento di comunicazione nel quale si credeva forse al di là delle reali possibilità. Il secondo un’atmosfera giocosa, allegra. Scrivere molto spesso è fatica, la scrittura di quei giornalini avveniva invece, come traspirava dalle pagine, in maniera impegnata e allo stesso tempo ludica. Ne sono testimonianza i dialoghi dei ragazzi, molto spesso riportati, ma anche la presenza di intere pagine non solo di barzellette ma anche di intelligenti giochi di parole. Nei giornalini di quell’epoca non vi era mai un atteggiamento goliardico, proprio perché in tutto era presente una forte carica ideale.
I giornalini di quell’epoca però, mentre erano ricchi di entusiasmo per quanto riguarda i testi, erano spesso molto poveri da un punto di vista della stampa e dell’impaginazione. La stampa infatti - non c’era ancora il computer - avveniva con mezzi rudimentali: la tipografia a caratteri mobili, il ciclostile, il limografo (uno strumento che in pratica era un ciclostile manuale). Il formato era il più delle volte quello di un foglio di carta da ciclostile, che corrisponde grosso modo a quello che oggi chiamiamo A4 (su questi aspetti dedicheremo un paragrafo ai “principi estetici” di un giornale).
Le varie pubblicazioni dell’epoca incoraggiavano i giornalini scolastici. Alcuni erano stati pubblicati in volume, come quelli di Mario Lodi (ricordiamo i cinque volumi Il mondo, Manzuoli editore, Firenze e ristampati nelle edizioni Laterza, Bari). Altri erano apparsi su “Cooperazione educativa”, mentre quotidiani come “L'ora”, “Paese Sera” e “L'Unità” avevano aperto le porte ai bambini, alle classi, alle scuole, pubblicando settimanalmente scritti e disegni di bambini.
Furono affidate anche tesi di laurea sul giornalino scolastico. Una in particolare fui io stesso a seguirla, era stata affidata da Tullio De Mauro alla studentessa Anna Hallerand che si laureò a pieni voti nel 1977.
Insomma a quell’epoca il giornalino scolastico era diventato una pratica didattica diffusa. Molte scuole e molte classi si scambiavano i giornalini, dando luogo a un’intensa attività di corrispondenza scolastica.
La pratica educativa del giornale a scuola era diffusa, statisticamente parlando, di più nella scuola elementare. Ma anche nella scuola media nascevano giornali scolastici di classe o di istituto qualitativamente molto ben fatti. Nella scuola superiore in genere venivano pubblicati dagli studenti fogli con caratterizzazione politica; spesso venivano pubblicate le decisioni prese nelle assemblee studentesche.
Dal punto di vista pedagogico e didattico il giornalino non era considerato un’attività “aggiunta” alla cosiddetta attività “normale”, ma rientrava nella pratica educativa quotidiana: c’era il tempo da dedicare alla storia, alla geografia, alla matematica e il tempo da dedicare al giornale. Mai è stato considerato un mero espediente didattico, una cosa tanto per far scrivere i ragazzi e meno che mai una piccola “palestra” di piccoli scrittori artisti o di giornalisti in erba. Anzi coloro che credono nel giornalino considerano chi ha finalizzato la stampa scolastica a questi esibizionismi superflui e dannosi in generale quasi un “traditore” dello spirito di fondo che si basa sulla concezione di un modo nuovo e diverso di fare scuola. Nel giornalino confluisce una parte della vita scolastica, una parte dei testi che si scrivono a scuola, in modo che esso divenga una documentazione dell’attività didattica: i “testi liberi”, le ricerche, la corrispondenza con altre classi, i progetti. Tutta questa attività si sostituisce a volte totalmente e a volte in parte alle attività tradizionali (tema, dettato, problemi, eccetera).
Nel 1987 a Roma, da un giornalino che era uscito per ben cinque anni (dalla prima alla quinta di una scuola elementare), nacque un libro Il giornalino scolastico in Italia, di Ermanno Detti, Mario Di Rienzo, Teresa Vergalli (edizioni Giunti-Lisciani) dal quale riprenderemo più di qualche passo per questo intervento. L’insegnante era Teresa Vergalli. Chi scrive e Di Rienzo introdussero il lavoro trattando nello stesso tempo la materia del giornalino scolastico.
Quel giornalino non si differenziava sostanzialmente dagli altri, ma la lunga durata lo rendeva esemplare di un’attività didattica reale e possibile. Nel corso dei cinque anni i ragazzi avevano scritto quel giornalino e 1'insegnante, Teresa Vergalli, li aveva regolarmente stampati e conservati. Il giornalino si intitolava “Senza Paura”. La lettura complessiva di quei giornalini ci fa comprendere come una comunità classe si possa sviluppare e crescere. Scriveva nell’introduzione Mario di Rienzo: “I ragazzi di quella classe hanno nel tempo acquistato fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità, si sono liberati della paura, della paura di sbagliare, della paura delle critiche, della ‘paura del nuovo’. La stampa del giornalino insomma ha messo in moto tutta quella serie di meccanismi emozionali e intellettivi che non sempre vengono a galla in una scuola dove si praticano le attività scolastiche più tradizionali. Non è una scoperta, ma semmai un'ulteriore conferma. Coloro che si sono battuti per una scuola nuova lo hanno sempre sostenuto e messo in pratica”.
Il giornale scolastico oggi
Gli anni sono passati e le cose sono cambiate. Se si va su Internet troviamo moltissimi siti dedicati al giornalino scolastico. Esistono numerosi premi e anche organizzazioni che studiano questo fenomeno. All’Università di Bolzano si tiene un corso sul giornale a scuola e all’Università di RomaTre la stampa scolastica è stata alla base delle lezioni per la formazione di insegnanti elementari che dovrebbero entrare in ruolo.
Tra le varie iniziative, una che ci pare particolarmente attenta è “Penne sconosciute” del Monte Amiata (Siena). È un’organizzazione che ogni anno, accanto alla premiazione “Verba Volant”, promuove convegni, dibattiti, pubblicazioni molto serie sull’uso del giornalino scolastico.
Tra i giornalini on-line segnaliamo quelli di Luca Vitali, che si possono leggere sul sito www.siamobravi.it. Vitali è un insegnante elementare, autore del libro L’amico computer (Valore Scuola, Roma, 2001) parte del quale dedicata ai lavori dei ragazzi per il giornale a scuola. Nell’esperienza di Vitali il giornale di classe raccoglie tutta l’attività svolta quotidianamente. L’uso del computer nella didattica di ogni giorno Vitali l’ha descritta sulle pagine di questa rivista nell’anno scolastico 2003-2004.
Quindi il giornalino scolastico esiste ancora. Ci sembra però che si siano modificate le istanze di fondo dei giornalini precedenti. Intendiamoci bene, molti giornalini sono molto belli, riflettono attività culturali di livello. Vi sono infatti recensioni, si parla di sport, di ecologia, di lavoro nella biblioteca scolastica, di incontri con autori, di partecipazione a mostre di illustratori. E poi molta creatività: poesie, filastrocche, storie. Ormai molti giornalini sono a colori, le nuove tecnologie lo consentono.
Tuttavia ci sembra che, tranne casi eccezionali come quelli qui segnalati, ci sia un procedere ad intuito, anzi sicuramente è così, perché si sono perdute e dimenticate le istanze pedagogiche di fondo. Quali erano queste istanze pedagogiche? Esistevano davvero?
Sarà opportuno cominciare dall’inizio.