Francia
Cent’anni fa, la laicità
Pino Patroncini

La scuola come terreno privilegiato degli scontri tra Stato e Chiesa.
Lotte e alleanze dal 1948 fino al 1905, quando si produsse una vera e propria rivoluzione culturale

“La Francia ha già cacciato i preti e i frati/ le monache ed i vescovi ed i prelati/ le monache ed i vescovi ed i prelati/ perché eran tutte spie e perciò pagati”. Cantava così una vecchia ballata anticlericale socialista di inizio secolo, alludendo alle leggi sulla separazione tra Stato e Chiesa che il governo radicale francese aveva varato nel 1905, esattamente cento anni fa.
Non era la prima volta che lo scontro tra lo Stato e la Chiesa irrompeva nella storia francese, dallo schiaffo di Anagni fino alla costituzione civile del clero negli anni della Grande Rivoluzione, passando per l’affermazione di autonomia della Chiesa gallicana.
Ma l’approdo del 1905 doveva avere un grande effetto di richiamo, soprattutto per un movimento socialista in fase fortemente espansiva, il quale, ancora prematura l’idea stessa di “stato guida”, non poteva però non guardare, da un lato, ai successi elettorali della socialdemocrazia tedesca che sollecitavano la legislazione sociale guglielmina, e, dall’altro, alla legislazione civile della Repubblica Francese che sembrava gradualmente attuare alcuni principi delle rivoluzioni del 1789, del 1848 e del 1871.
Ma la vicenda ebbe un grande effetto anche per le sue implicazioni sul sistema scolastico e sull’idea stessa di sistema scolastico laico, dal momento che con quella legislazione il governo francese era arrivato a proibire alle confraternite religiose la possibilità di istituire scuole, mettendo in discussione un ruolo che con il tempo la Chiesa in Francia e ovunque si era ritagliata, sovente anche in termini di monopolio.
Anzi, si può dire che in questo scontro fu proprio la questione scolastica a concentrare su di sé gran parte della contesa. E c’è da dire che la cosa avveniva in un momento in cui questa questione era aperta (o si era da poco chiusa) in altri paesi, per lo più dopo la nascita degli stati liberali e il loro sviluppo civile: basti pensare alla Svizzera dei governi liberal-radicali (e in particolare al vicino Canton Ticino con la legislazione fransciniana), al Belgio, dove la questione scolastica aveva portato alla rottura dell’alleanza storica tra cattolici e liberali su cui si era fondati la monarchia costituzionale uscita dalla rivoluzione del 1831, o anche all’Italia, dove lo stato unitario, pur non essendo una repubblica, doveva pagare il fio della breccia di Porta Pia.

Lo stato, la chiesa, la scuola

D’altra parte - a più riprese - virulente encicliche di Papa Pio IX avevano attaccato la Repubblica Francese tentata nel 1848 e rinata nel 1870. Dopo l’istituzione del suffragio universale maschile nel 1848 la Chiesa aveva dato indicazione di votare per i vecchi notabili ostili alla Repubblica e l’affogamento della repubblica del ‘48 nel secondo impero era segnato dal patto tra Napoleone III e il papato, al quale i fucili bonapartisti avevano a loro volta garantito la repressione della Repubblica Romana e la salvaguardia del potere secolare in almeno altre due occasioni.
Napoleone III, a sua volta, aveva ricompensato restituendo alla chiesa il ruolo potente di controllo della scuola francese. Nel 1850 la legge Falloux aveva sottomesso l’insegnamento in classe al controllo dei preti e aveva praticamente costretto gli insegnanti stessi a servire come chierici o sagrestani o insegnanti di catechismo.
Quando nel 1880 i repubblicani tornarono al potere, stabilirono di combattere il cattolicesimo sia come forza sociale che come modello ideologico e la scuola divenne il terreno privilegiato dello scontro. Le vicende del 1905, in particolare per ciò che riguarda la scuola, vanno dunque lette a partire da quell’affermazione repubblicana del 1880 e dalla sua radicalizzazione con l’ascesa al governo dei radicali, appunto, a cavallo dei due secoli.
La legge sulla separazione tra Stato e Chiesa era stata preceduta nel 1901 dalle leggi sul diritto di associazione emanate dal governo Waldeck-Rousseau che se da un lato garantivano la libertà di associazione sindacale, escludendone però il pubblico impiego e quindi anche gli insegnanti, dall’altro tentavano di mettere sotto controllo le congregazioni religiose, e nel 1904 dalla legge che proibiva, appunto, le scuole tenute dalle congregazioni religiose, emanata dal governo Combes.
Naturalmente ciò non significò la fine della scuola confessionale in Francia. I cattolici riorganizzarono le scuole delle congregazioni sotto la forma “secolare” di scuole private. Né si deve pensare che a 25 anni dal ritorno al potere dei repubblicani tutta la Francia fosse un uniforme seminato di virtù repubblicane.
Come aveva appena allora dimostrato l’affare Dreyfus, notevole era la forza del tradizionalismo contigua, per un verso, al revanscismo sciovinista e, per l’altro, al clericalismo cattolico. Sia nei ceti alti sia in quelli popolari. Intere regioni del paese, soprattutto nelle aree rurali, talvolta impoverite dagli effetti della penetrazione del capitalismo nelle campagne, sembravano vivere fuori dai margini della turbolenta storia politica francese. Lì dettava ancora legge il notabilato locale o il parroco. Basta pensare a regioni come l’Alvernia o la Bretagna (e la Francia dell’epoca non contava neppure la cattolicissima Alsazia, unica regione francese dove ancora oggi si insegna religione a scuola, ma all’epoca facente parte della Germania guglielmina).
L’accentuazione dello scontro tra Stato e Chiesa non fece che accentuare alcuni elementi caratteristici della cultura ispiratrice della scuola della Repubblica e della vita dei suoi attori più costanti, gli insegnanti.
Fino dal 1880, come già si diceva, i repubblicani avevano puntato sulla scuola per laicizzare e democratizzare tutta la società. Jules Ferry aveva voluto una scuola in ogni municipio. L’elevamento civile del popolo era la missione della scuola della Repubblica, la ispirava una fiducia positivistica nel sapere e nella scienza come levatrice ed elevatrice delle coscienze. La cultura era assunta come una vera e propria religione laica dove Liberté, Egalité e Fraternité si coniugavano con Fede, Speranza e Carità.
“Essere laici significa avere tre virtù: la carità, vale a dire l’amore per gli esseri umani; la speranza, vale a dire il benefico sentimento che verrà un giorno in cui si realizzeranno i sogni di giustizia, di pace e di felicità che avevano fatto i nostri lontani antenati; la fede, vale a dire la volontà di credere alla vittoriosa utilità dello sforzo comune e perpetuo”. Questo Credo laico di un maestro del 1880 testimonia bene lo spirito ispiratore.


Gli “ussari neri della Repubblica”

E una religione del genere aveva i suoi sacerdoti: i maestri delle scuole comunali, quelli delle scuole di campagna in particolare. Veri preti laici, i maestri dalle lunghe divise scure degli anni della scuola normale (l’istituto magistrale), furono definiti gli “ussari neri della Repubblica”. “La Francia sarà ccome l’avrà fatta il maestro elementare” dirà Emile Zola. Grande fiducia in loro da parte della Repubblica e anche di buona parte dell’opinione pubblica, ma anche grande richiesta di serietà e disciplina. Rispetto per la gerarchia e divieto di associazione sindacale, come abbiamo visto. Anche nella vita privata: niente scandali né frequentazioni volgari (osterie e quant’altro). Un rigore puritano. Liberati dal controllo pretesco dei tempi del secondo impero i maestri mostrano tutto sommato di gradire lo scambio, tanto più che a spingerli a bassi consumi e a una vita frugale sono i bassi stipendi. I vantaggi dello scambio sono la certezza dello stipendio (da comunale diventato statale), le vacanze retribuite, la pensione e, talvolta, una piccola abitazione messa a disposizione dal comune ospitante per tenersi il maestro un po’ più a lungo. Provengono per lo più dagli strati più alti dei ceti popolari (contadini benestanti, piccolo commercio di paese), sono stati “allevati” nelle scuole normali a cui si può accedere dalle classi alte delle elementari comunali, senza passare per il liceo e che sono veri propri seminari laici, aperti, cosa inusuale per il tempo, anche alle donne. I migliori di loro sono allettati dalla possibilità di passaggio alla Scuola Normale Superiore, coronamento del percorso repubblicano alternativo alla trafila aristocratica: classi preparatorie-liceo-università.

I maestri: esclusi, ma radicati

Ma, saliti al di sopra della loro classe sociale, i maestri non ne fanno più parte. Non accettati nelle proprie file dal notabilato di provincia, che alle distanze sociali ci tiene, sono degli spostati. Spesso maestri unici di un comune di campagna, sono degli isolati. Le loro relazioni sono con funzionari dello stesso livello: l’impiegato comunale dove c’è, l’impiegato postale, i maestri dei paesi vicini (di qui la larga pratica delle corrispondenze tra i maestri). Con difficoltà anche nelle relazioni amorose: troppo colti per le contadine, troppo poveri per le figlie dei proprietari terrieri o dell’avara piccola borghesia di provincia. Una categoria votata nel migliore dei casi all’endogamia. Un peso ancor più grosso per le donne, che spiega assai meglio della “vocazione” il fenomeno dello zitellaggio diffuso nel corpo magistrale femminile.
La laicizzazione dello Stato e della scuola accentua queste caratteristiche, soprattutto nelle zone più cattoliche e tradizionaliste. Da prete laico, il maestro si contrappone al prete cattolico che non manca di aizzargli contro i credenti. E per le maestre alle difficoltà già dette si accompagna ora anche il sospetto di essere donne di malaffare. La cultura modernista e positivista imperante nella pedagogia del tempo, che da una grande importanza anche all’esercizio fisico e alla riscoperta del corpo, alimenta pettegolezzi e fantasie morbose.
è in questo clima e in queste circostanze sociali, economiche e culturali che senza che nessuno se ne renda conto prendono vita, ad opera dei maestri e delle maestre di Francia, alcuni dei fenomeni che caratterizzano ancora oggi positivamente la cultura della provincia francese. Impossibilitato per ragioni di decoro di frequentare osterie e luoghi di ritrovo popolari, non invitato nelle case dei notabili di paese, il maestro passa le domeniche facendo escursioni nei dintorni del paese, nella provincia o nella regione, e nasce così una pratica escursionista diffusa che in Francia prima che altrove si estende alle classi meno ricche. E se il basso reddito gli interdice gli alloggi costosi, ecco allora il ricorso alla tenda o all’ospitalità reciproca con i maestri dei paesi vicini: nasce così a poco a poco quella vera e propria rete alternativa dei campeggi in ogni comune e dei logis che solo Oltralpe possiamo trovare così diffusa. Le istruzioni ministeriali e le risorse non certo abbondanti impongono al maestro di praticare una didattica empiristica traendo gli strumenti didattici dall’esperienza quotidiana: ed ecco che il maestro torna dalle sue escursioni domenicali portandosi dietro pietre, minerali, insetti, animali da far vedere agli alunni il giorno dopo, così da arricchire il piccolo museo della scuola, che a lungo andare diventerà il piccolo museo comunale che al giorno d’oggi non può mancare in nessuna municipalità comunale. Per arrotondare lo stipendio e per l’obbligo di sopperire alla mancanza di personale del comune il maestro nei piccoli comuni è spesso chiamato a svolgere anche il ruolo di segretario comunale: come il prete conserva i registri dei battesimi e delle morti quasi custodisse il segreto dell’eternità, accede ai segreti della storia del comune e per riempire il tempo delle sue solitudini serali, talvolta la ricostruisce e la descrive e forse a ciò si deve il fatto che la Francia più di ogni altro paese abbia sviluppato una profonda cultura della storia e della storia locale in modo particolare. Infine la necessità di confrontarsi con i colleghi degli altri comuni francesi fa sì che si sviluppino reti di corrispondenze e di scambio di esperienze didattiche che probabilmente sono all’origine della sviluppatissima tradizione di “giornalismo didattico e pedagogico” ancor oggi diffusa oltralpe.

Il moderatismo dei professori

Ma se nel settore primario la separazione tra Stato e Chiesa ebbe il senso della costruzione di una influenza alternativa a quella della Chiesa, un presidio repubblicano spesso a lato e normalmente in una sorta di conflitto silenzioso, talvolta con reciproche persecuzioni, ma alla fine molto costruttivo, fu nella scuola secondaria che avvenne lo scontro diretto.
All’epoca le scuole confessionali in Francia erano diffuse soprattutto nel settore secondario, dove facevano concorrenza ai licei statali e ai collegi comunali, scuole pubbliche ma anch’esse a pagamento. Scuole dove dunque accedeva soprattutto la borghesia. Ma queste scuole secondarie, pubbliche o private che fossero, prestigiosi licei di città o tetri internati di campagna, a loro volta possedevano classi elementari propedeutiche, preparatorie, sicché l’educazione di questa classe sociale seguiva un percorso a sé, distinto da quello dei “figli del popolo” che frequentavano le scuole elementari comunali, che proprio in quegli anni però cominciavano ad allungarsi oltre le quinta.
Circa il 50% degli alunni delle scuole secondarie, sostanzialmente i rampolli della borghesia, frequentavano le scuole private. In sostanza lo scontro derivato dal divieto alle congregazioni di tenere scuole fu uno scontro intorno a queste scuole e rappresentò lo scontro intorno alla riproduzione della classe dirigente. A chi doveva toccare questa riproduzione? Allo Stato, come sostenevano repubblicani o radicali? Alla Chiesa come sostenevano i repubblicani moderati o i tradizionalisti cattolici nostalgici del bonapartismo o degli Orleans?
Lo scontro non fu però cruento né segnato dagli elementi costruttivi che abbiamo visto nell’opera dei maestri repubblicani. La Repubblica non pretendeva infatti dai professori francesi la stessa osservanza di regole comportamentali quali erano quelle che esigeva dai maestri. Esigeva un certo rigore morale e una certa irreprensibilità ma non si arrivò alla pressione perché facessero propaganda elettorale per i radicali al governo, come invece capitò ai maestri.
Su di loro la pressione era minore per due motivi. Il primo era di natura eminentemente tattica: la concorrenza con le scuole cattoliche imponeva una certa discrezione, tanto più che gli allievi venivano da famiglie “potenti” e più acculturate, in grado quindi di intervenire, giudicare, denunciare. A una critica al dogmatismo delle scuole cattoliche, non poteva accompagnarsi un dogmatismo di segno opposto, mentre, per un altro verso, una eccessiva politicizzazione degli insegnamenti avrebbe potuto urtare la sensibilità politica delle famiglie più conservatrici. Dunque per i professori non c’era nessuna pressione esplicita per una militanza politica aperta a favore della Repubblica, anche se con discrezione se ne richiamava l’opportunità con le numerose disposizioni ministeriali. Anche i programmi erano piuttosto tradizionalisti, e poco si distinguevano da quelli delle scuole confessionali: al centro c’erano il latino e il greco, anche se non erano mancati dopo il 1880 tentativi di spostare l’asse verso la storia, la geografia, le scienze, mentre il liceo speciale, una specie di liceo scientifico fatto per soddisfare i bisogni della borghesia industriale, aveva all’epoca fortune alterne ma prevalentemente precarie.
Il secondo motivo era di natura sociale. Tre erano le direttrici di provenienza sociale dei professori di liceo: la piccola borghesia commerciale urbana e il mondo del funzionariato (impiegati pubblici, maestri compresi), entrambi con l’ambizione di essere cooptati nel ceto borghese. Il terzo cespite era rappresentato dalle figlie della media borghesia, alle quali era stata aperta la Scuola Normale Superiore, onore e vanto della Repubblica. In questo fatto forse va riconosciuto alla politica scolastica del tempo il contributo più “rivoluzionario”: l’aver offerto alle donne di questa classe sociale un canale medio-alto di “emancipazione”, che se non le rendeva pari ai loro fratelli (i maschi della borghesia che sceglievano l’insegnamento finivano in genere in quello universitario) le rendeva più preparate dei loro colleghi maschi, i quali in genere erano diplomati e non laureati.

Il caso Dreyfus e gli “intellettuali”

Erano dunque reazionari i professori? Questo sarebbe eccessivo. Diciamo innanzi tutto che erano pochi, meno di 10.000, e che il loro repubblicanesimo era più discreto, meno intrecciato al mestiere di insegnante, raramente impegnato in una militanza di partito ( anche se non mancarono i leader politici provenienti dall’insegnamento secondario: Jaures, Herriot, Daladier…), più facilmente manifestato in associazioni politico-culturali, come la “Lega dei diritti dell’uomo”, sorte numerose dopo l’affare Dreyfus. Non è un caso che proprio la “Lega dei diritti dell’uomo” contasse nel 1906, l’anno dopo le leggi sulla laicità dello Stato, ben 40.000 iscritti, e non è un caso che proprio l’affare Dreyfus abbia avuto una grande importanza nella crescita dell’impegno politico dei docenti e degli intellettuali in genere tanto che si può dire che la nozione di “intellettuale”, inteso come intellettuale di sinistra, impegnato, critico del potere, data da allora.
Il 1905 non fu dunque solo il culmine di una serie di provvedimenti anticlericali, fu anche il punto di passaggio di una vera e propria rivoluzione culturale che portò tutta la Francia, provincia compresa, a essere negli anni successivi il centro più vivace e disinvolto della vita culturale europea se non mondiale e in ciò la scuola e gli insegnanti svolsero un ruolo primario.

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