Celebrazione di un personaggio letterario
Siamo tutti don Chisciotte
David Baldini
Dalla “creatura” al “creatore” e viceversa
L’idea di celebrare una “creatura” letteraria, Don Chisciotte, anziché - come logica vorrebbe - il suo divin “creatore”, Cervantes, potrebbe a tutta prima apparire una stravaganza. Ed invece l’idea, a ben guardare, stravagante non è. Non è forse vero che tutti i grandi personaggi letterari, una volta venuti alla luce, beneficiano - di fatto e di diritto - di una singolare autonomia, o per meglio dire di uno straordinario status di libertà (anche se condizionata), quale l’arte e solo l’arte è in grado di conferir loro? La risposta è ovviamente positiva. Per comprenderlo, basterebbe citare a caso alcune celebri figure: si tratti di Ulisse o di Antigone, di Macbeth o di Emma Bovary, di Faust o di Anna Karenina, esse, ad onta della loro natura cartacea, finiscono, prima o poi, per autonomizzarsi rispetto al loro “creatore”, ovviamente con il consenso e la complicità degli stessi lettori. Certo, si tratta di un’autonomia ancipite (come per altro ci attesta il cordone ombelicale che, mai reciso, continua a tenere legata la “creatura” al suo proprio “creatore”), ma pur sempre di autonomia si tratta.
D’altro canto, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Ad illustrare, ad esempio, quanto ambiguo ed ambivalente sia sempre stato il rapporto che lega il “creatore” alle sue “creature” aveva già provveduto un teologo di fama mondiale che, osservando il fatto dal versante esclusivo dell’autore, così ne aveva sottolineato il fine di sottesa strumentalità: “ Non sono forse le inclinazioni interne all’artista il canale attraverso cui gli sono rivelate le cose? Non è forse in lui ed attraverso lui, attraverso la sua emozione e soggettività che il poeta, per quel che riguarda l’intuizione poetica, conosce tutto quel che conosce?”1
Entrando in medias res, se trasferiamo tale considerazione all’interno del rapporto tra Don Chisciotte e Cervantes, dovremmo evincere che Don Chisciotte sarebbe l’incarnazione della “intuizione poetica”, attraverso la quale Cervantes “conosce quel che conosce”. E tuttavia, soddisfatta la parte gnoseologica relativa all’autore, rimane pur sempre da rendere conto della parte figurale relativa al personaggio. Nel nostro caso, poi, questo assume un rilievo addirittura eccezionale, come ci attesta addirittura il neologismo coniato in suo onore: alludiamo al termine, arcinoto e paradigmatico, di “donchisciottismo”, quale sinonimo di atteggiamento ingenuo e generoso proprio di chi, nonostante venga puntualmente sconfessato nelle sue attese, continua a lottare ostinatamente ad onta di tutto. Il termine, in tale accezione, si è venuto via via arricchendo di sempre nuove significazioni metaforico-simboliche, al punto che la dimensione donchisciottesca è entrata a far parte dell’immaginario collettivo in virtù della sua straordinaria pregnanza. Essa ha finito insomma per coincidere con lo stereotipo stesso della condizione umana o, per meglio dire, della parte più nobile di essa. E dunque, data l’altezza del personaggio (Don Chisciotte), ma anche quella del suo non meno celebre inventore (Miguel de Cervantes), ci corre l’obbligo di comprenderne la complessità, soffermandoci a riflettere tanto sulla “figliolanza” di quello, quanto sulla “paternità” di questo.
Per quanto riguarda il carattere della “paternità” in Cervantes, c’è da dire che questa - come è proprio di tutte le paternità - appare sottostare a sentimenti decisamente contraddittori, nei quali l’accettazione convive con la ripulsa, l’entusiasmo con la riservatezza. La ragione dell’ambivalenza va ovviamente ascritta alla psicologia dello scrittore, mai così chiusa, anzi ermeticamente serrata, come nel caso della scrittura del “Chisciotte”. Del resto, è lo stesso autore a metterci sull’avviso: nel Prologo della prima parte della sua immortale opera, non dice egli palesemente (sia pure ubbidendo ad un artificio letterario, da lui stesso adottato) di riconoscersi non come il “padre”, bensì come “il patrigno” di Don Chisciotte?2 Ebbene, fatta la tara dell’espediente del “manoscritto ritrovato”, ci sentiamo di poter dire - fuor di metafora - che egli fu patrigno davvero, per di più crudele e snaturato. Cervantes, infatti, non ha mai veramente amato il suo figliolo. A dimostrarlo, basterebbe rifarsi ad almeno tre considerazioni che, tutte a prima vista minori, sono invece da considerare - a nostro modesto parere - tutte rilevanti, anzi cruciali.
La prima investe il principio - ci verrebbe da dire moderno - della “paternità responsabile”. Ebbene, da questo punto di vista, Cervantes non fu un padre esemplare. Convinto com’era di poter giungere alla gloria letteraria attraverso il “genere” arcadico e pastorale, tanto in voga nei tempi in cui egli visse (quelli, mitici, dell’Edad de oro), aveva dapprima riposto le sue aspettative nel romanzo giovanile Galatea (1585), successivamente (nella maturità) nella storia Los trabajos de Persiles y Sigismunda, istoria semptentrional (Le traversie di Persiles e Sigismonda, storia nordica, 1616)3. Nessun assegnamento egli invece mostrò di voler fare del povero Don Chisciotte, creatura nata per caso e tenuta in non cale da tanto padre. Al patetico “cavaliere errante” lo scrittore aveva preferito, e di gran lunga, gli intrecci (arcadici e manieristici) propri delle “pastorellerie”, sebbene ormai queste fossero ineluttabilmente sospinte, dal gusto e dalla storia, sul malinconico viale del tramonto.
La seconda riguarda il tempo e il luogo del tutto inusuale del concepimento: non una stagione particolarmente rapinosa e vitale dell’esistenza (data l’età avanzata dello scrittore al momento della composizione), né una ubertosa località particolarmente indicata a favorire la creazione artistica (il Don Chisciotte vide la sua prima luce entro le squallide pareti di un sordido carcere di Siviglia). In ragione del suo mestiere di esattore delle imposte, lo scrittore vi era stato infatti ristretto con l’accusa di poco lecite operazioni finanziarie, da lui condotte nella sua qualità di fornitore dell’esercito spagnolo. E dunque proprio qui, tra furfanti e delinquenti di ogni risma, egli concepirà (probabilmente nel 1602, od anche, come altri critici sostengono, nel 1597) il suo geniale personaggio, le cui avventure (in 52 capitoli) verranno consegnate alla storia nel 1605 - per l’appunto 400 anni fa - con il titolo altisonante de El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha (Il fantastico gentiluomo Don Chisciotte della Mancia). Queste le parole di presentazione, contenute nella Prefazione alla prima parte: “Pertanto, che cosa poteva generare lo sterile ed incolto mio ingegno, se non la storia di un figlio secco, sparuto strampalato e pieno di idee disparate e mai concepite da alcuno, ben proprie di chi è stato in una prigione, dove tutti i disagi hanno la loro dimora e dove ogni sinistro rumore ha il suo domicilio?”
La terza considerazione riguarda la decisione cervantina di porre di nuovo mano al romanzo, circa dieci anni dopo la composizione della prima parte. Alla base di essa c’è un semplice plagio: quello attuato da un anonimo autore che, passato alla storia come Alonso Fern·ndez de Avellaneda (uno pseudonimo, sotto il quale la critica ha di volta in volta ha creduto di riconoscere scrittori vari, non esclusi neppure Lope de Vega e Tirso de Molina), nel 1614 fece uscire la prosecuzione apocrifa delle imprese dell’eroe mancego con il titolo Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha. Cervantes, infastidito dall’ appropriazione indebita (di qui la sua ironica allusione al “plettro” altrui) si deciderà finalmente a scrivere la Segunda parte del ingenioso cavallero Don Quijote de la Mancha. Anche in questo caso, però, a motivare il processo creativo è innescato da una ragione esogena: a far risvegliare i sensi di una paternità responsabile c’è infatti non una volontà deliberata, bensì un desiderio di ripicca.
Questo fu a tal punto forte da costringere Cervantes a rimettere in campo il suo povero Don Chisciotte, inopinatamente piantato in asso nel bel mezzo delle sue mirabolanti (seppure puntualmente inconcludenti) imprese. L’avevamo infatti lasciato - nella prima parte - dolorante e malconcio a seguito delle sue sfortunate sfide a singolar tenzone con i suoi “nemici”, senza che però le sconfitte fossero valse a farlo ravvedere. Riportato a casa, cadrà nelle grinfie dei suoi “amici” che, nel nobile tentativo di ricondurlo alla ragione, non troveranno di meglio che bruciare i libri di cavalleria presenti nella sua biblioteca (ed erano la quasi totalità), indicati quali causa certa della sua altrimenti incomprensibile follia.
Ed è proprio questo il nocciolo del mistero: l’opera, pubblicata nella sua interezza nel 1615, e subito divenuta uno dei “classici” più straordinari della letteratura universale di tutti i tempi, doveva proprio passare attraverso le forche caudine dell’incomprensione e della mancanza di amore verso il suo figliolo, onde assurgere a tanta grandezza? E’ questo uno dei tanti misteri dell’arte!
Memorabili rimangono in tal senso le riflessioni di un altro scrittore, anch’egli di grandezza incomparabile, Franz Kafka, pur egli ammaliato dal romanzo cervantino: “Sancho Pansa, che del resto non se ne è mai vantato, riuscì nel corso degli anni, procurando nelle ore della sera e della notte un gran numero di romanzi cavallereschi e di briganti, a distrarre da sé il suo diavolo - cui diede più tardi il nome di Don Chisciotte - con tanta efficacia che questi compì poi, sfrenatamente, le gesta più folli, le quali tuttavia, in mancanza di un oggetto designato, quale, per l’appunto, avrebbe dovuto essere Sancho Pansa, non recarono danno a nessuno. Sancho Pansa, un uomo libero, seguì con animo imperturbato, forse per un certo senso di responsabilità, Don Chisciotte nelle sue scorrerie e ne trasse grande e fruttuoso diletto fino alla fine dei suoi giorni.”4 In buona sostanza, la tesi dello scrittore boemo sembra non discostarsi dalla nostra (o per dire più correttamente, la nostra dalla sua): Cervantes (ovvero Sancho) avrebbe alienato da sé “il suo diavolo” trasferendolo - per il mezzo della sua pura e fertile fantasia - ad un “altro da sé” (ovvero Don Chisciotte), traendone “diletto fino alla fine dei suoi giorni”.
Certo, ci piacerebbe credere che un padre così snaturato (Cervantes-Sancho) abbia finito per avere una qualche resipiscenza sulla sua incomprensibile trascuratezza nei confronti di tanto figlio. E forse una qualche “conversione” c’è stata, proprio in limine mortis. A confortarci in tale ipotesi ci sarebbe la Prefazione a Persiles y Sigismunda, nella quale lo scrittore spagnolo ebbe non a caso a scrivere: “La mia vita sta giungendo al termine. Al passo del mio polso, che tutt’al più domenica concluderà la sua corsa, concluderò anch’io la mia esistenza. In un brutto momento mi avete conosciuto, poiché non mi resta tempo per ricambiare la gentilezza che verso di me avete usato. […] Addio, scherzi; addio, spiritosaggini; addio, allegri amici, ché io me ne vado, ché io sto morendo, desiderando solo di rivedervi presto felici nell’altra vita”.
Nel novero di questi “scherzi”, di queste “spiritosaggini”, di questi “allegri amici” come pensare di poter escludere il divin grottesco cavaliere Don Chisciotte, finalmente messo sotto la protettiva ala paterna? Lo congetturiamo, ma non possiamo esserne certi.
Le rose e le spine
della critica cervantina
Onde diradare un po’ la cortina fumogena che sembra avvolgere il Don Chisciotte, non ci rimane che affidarci alla critica cervantina, sempre pronta a squadernare una miriade di significati particolari, ma sempre singolarmente avara a fornirci il supporto di una interpretazione possibile - sia pure con tutte le cautele del caso - di ordine generale. Infatti, da un punto di vista puramente euristico, la madre di tutte le questioni riguarda il particolare “genere” letterario sotto il quale ascrivere - di fatto e di diritto - il Don Chisciotte. Primo romanzo dell’epoca moderna, esso mescola e porta a sintesi tutti gli apporti della precedente (e coeva) produzione letteraria: dal romanzo d’avventura a quello cavalleresco, dal racconto pastorale a quello picaresco, dalla poesia epica a quella amorosa . Data l’intrinsechezza di tutti i critici con la sostanziale ambivalenza cervantina (fondata sull’uso della tradizione e, al tempo stesso, sul rifiuto di essa), Franco Meregalli si limita acutamente ad osservare: “Alcuni cervantisti di prestigio affermano che il Chisciotte è un libro divertente, scritto per fare la parodia dei libri cavallereschi, e non si deve cercare altro in esso. Così dicendo, riprendono una lunga tradizione, anzi l’interpretazione generale che si diede dell’opera ai suoi tempi, e che fu solidale col suo immediato successo. Ma se si accettassero in modo rigido tali affermazioni avrebbero ragione molti che sfogliano un po’ un libro tanto celebre, e poi lo mettono da parte. Cosa importa a noi dei libri cavallereschi?”5
Che la domanda relativa all’”interpretazione generale” non sia affatto retorica ci viene dimostrato, verso la metà del XIX secolo, da FÎdor Dostoievskij. Questi, ribaltando letteralmente la tradizionale visione di un Don Chisciotte “comico”, accredita una visione che si pone agli antipodi, ovvero quella di un Don Chisciotte “tragico”. Scrive infatti lo scrittore russo: “Nella letteratura mondiale non è mai stato creato nulla di più profondo e forte di questa opera; questa è finora l’ultima e più alta espressione del pensiero umano. E’ il più grandioso e il più triste fra tutti i libri creati dal genio umano.”6 Il giudizio, ripreso nel Novecento da Vladimir Nabokov, viene così lapidariamente riproposto: “Ora, la tragedia fa miglior figura della commedia.”7
Ma non è stata solo la questione relativa al “genere” - da misurare nell’arco, abbastanza eccezionale in arte, dei 180 gradi - ad attrarre la curiosità dei critici di tutti i tempi. Al centro del loro interesse c’è stata anche la “struttura” dell’opera. Tra gli apporti più recenti c’è stato quello di chi ha voluto vedere in essa una forma “ a schidionata”8 (simile cioè ai diversi pezzi di carne infilati uno dopo l’altro in uno schidione, ovvero in uno spiedo), o quello di chi ne ha voluto sottolineare l’andamento “a spirale”, in virtù del quale “abbiamo uno scrittore (Cervantes) che inventa un personaggio (don Chisciotte) che inventa l’autore (Cide Gamete) che servirà come fonte all’opera dello scrittore (Cervantes)”9.
L’esito più rilevante cui si è pervenuti rimane comunque, a nostro giudizio, quello - ormai definitivamente acquisito - di un Don Chisciotte quale opera di rottura rispetto al passato. I canoni allora in vigore erano infatti del tutto alieni a considerare il romanzo in prosa come un genere “alto”. La rottura si sarebbe dunque prodotta “nel punto debole della teoria poetica: il rapporto con la storia.”10. Cervantes, insomma, avrebbe avuto l’incomparabile merito di avvertire, con l’ acutezza tipica dell’uomo di genio, la fatalità di questo passaggio, metaforicamente incarnandolo nelle grottesche avventure del suo indomito e strampalato “eroe”. Questi infatti possiede, in sommo grado, il folle coraggio di chi guarda all’avvenire, senza paventarne le conseguenze. Di qui l’oltranza della creazione letteraria: poco incline a tener separati i “generi” letterari, lo scrittore li contamina tra di loro, dando luogo, nel Chisciotte, a quella “enciclopedicità dei generi” (seppure non in egual grado),11 acutamente rilevata dal critico russo Michail Bachtin.
A fronte di tante complicazioni, c’è però, per nostra fortuna, un’altra modalità di approccio: quella rappresentata dalle tante singole interpretazioni del Don Chisciotte, ovvero tante quante sono i lettori che hanno avuto (ed avranno) la fortuna di conoscerlo. Questa modalità, vissuta e meditata sul crinale dell’esistenza, appare non meno perspicua rispetto alle stravaganti e cervellotiche interpretazioni che vanno oggi per la maggiore.
Del resto, ad autorizzarci a questo tipo di lettura “privata”, quella che tende a conferire una pari dignità critica al nostro Don Chisciotte, c’è anche lo scrittore spagnolo Fernando Savater che, in un suo recentissimo articolo,12 ha scritto: “Ogni opera letteraria, oltre al significato evidente, ne ha qualche altro implicito, a volte coscientemente cercato dall’autore e altre volte invece nemmeno percepito, benché non sfugga alla sagacia del lettore critico. In certi casi, è tale lettore a proiettare audacemente sull’opera un nuovo significato aggiuntivo, partendo dalla sua esperienza storica, dai suoi desideri o dai suoi pregiudizi. Alcuni libri si prestano più di altri a questa sovrapposizione di scoperte e paiono provocare l’inventiva affabulante o riflessa di coloro che li frequentano nel corso del tempo”. Tale posizione, per altro, oltre a ricalcare le tradizionali posizioni teologiche della scolastica (Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur), sembra voler confermare la sostanziale validità della più moderna teoria della ricezione, rielaborata, quale presupposto di una nuova ermeneutica letteraria, da Hans R. Jauss13. E dunque, non ci rimane che conservarci gelosamente il nostro Don Chisciotte, quale lo abbiamo appreso nella nostra infanzia e quale lo abbiamo coltivato nell’età adulta. L’amore per lui è rimasto quello di un tempo, a segno di una lunga, convinta ed inconcussa fedeltà.
Don Chisciotte “patrono e martire” dell’umanità
Modesto proprietario terriero (hidalgo di circa cinquant’anni, poco meno dell’età del suo geniale inventore), Alonso Quejana vive in un anonimo paese della provincia spagnola (la Mancia), tutto compreso nella lettura di libri di cavalleria. Questi assorbono a tal punto i suoi pensieri (ed il suo tempo) da indurlo a trascurare anche i più elementari obblighi familiari. Intento com’è a discutere con i suoi amici (il parroco ed il barbiere del paese) di maghi incantatori e cavalieri erranti - di cui vengono giudicati pregi e difetti, ardore combattivo ed umane debolezze -, “a forza di dormir poco e di legger molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione” (cap. I). Preso dalla bizzarria di diventare sua volta “cavaliere errante”, Alonso ripercorre tutti i gradini dell’iniziazione cavalleresca: riassetta una vecchia armatura appartenuta ai suoi antenati; assegna il nome (“maestoso e sonoro”) di Ronzinante al suo bolso e rinsecchito destriero; ribattezza se stesso Don Chisciotte, con l’aggiunta “della Mancia”, ad imitazione del suo eroe preferito Amadigi (per l’appunto detto “di Gaula”). Ma la mimesi della cavalleria sarebbe incompleta senza la presenza di una dama, cui possano essere dedicate delle avventure che promettono di essere strablianti. Rispolverando tra i ciarpami di vecchi ricordi, vi ritrova un antico (e forse mai sopito) amore: quello per una rozza contadina, Aldonza Lorenzo, eletta immantinente regina del suo cuore. Forse proprio in omaggio alla sua giovanile infatuazione - che, in quanto tale, è destinata a non essere mai dimenticata - la gratifica con il nome, anch’esso altisonante come si conviene, di Dulcinea del Toboso. Quindi esce sulla “piazza del mondo”, fieramente determinato a riparare i torti, ripristinare la giustizia, restituire dignità agli uomini: il tutto, in perfetto spirito di fratellanza.
Ulisse e Don Chisciotte
Poco prima dell’alba, in una torrida mattina di luglio, Don Chisciotte si avventura nelle pianure brulle ed assolate campagna spagnola, “lasciando scegliere la strada al cavallo, perché credeva che in questo appunto stesso il bello delle avventure” (cap. II). A segno della sua incommensurabile “follia”, va dunque incontro alla vita a braccia aperte, senza astuzie né riserve mentali. A renderlo credibile, nonostante la sua patetica inattualità, ci sono la semplicità di modi e l’espansività del cuore, la forza degli ideali e l’amore per l’avventura.
Fattosi armare cavaliere, in circostanze comicissime, egli può finalmente cominciare ad intraprendere le sue nobili imprese, incalzato dall’assillo dell’avventura. In questa sua volontà non è però solo. Si trova affratellato ad un altro personaggio, anche lui cartaceo, di epica grandezza: l’Ulisse dantesco. Mentre però questi affronta il “folle volo”, mettendosi, insieme con i suoi vecchi compagni, “per l’alto mare aperto”, “il cavaliere dalla triste figura” mostra di prediligere la terra e solo la terra, da sempre luogo di un muto e sconfinato dolore. E tuttavia i due, l’uomo di mare e l’uomo di terra, compiono un miracolo straordinario. Come l’immenso mare dantesco acquista senso solo per la presenza di quel “legno” e di quella “compagna picciola” (dalla quale l’eroe non fu mai “diserto”, XXVI, vv.101-2), così l’immobile paesaggio mancego assume un suo significato solo per la presenza vivificatrice di quella rinsecchita figura e del suo malmesso destriero.
La sequela pressoché infinita di sconfitte - interrotte da un solo caso, molto fortunoso, di vittoria, quasi in ossequio al principio per il quale ogni regola ha la sua eccezione - non riesce in nessun modo a piegarlo. Quasi fosse fatto della stessa sostanza della mitica araba fenice, ad ogni caduta egli miracolosamente risorge, in un crescendo di cadute e riprese che non sembra aver mai termine. A rimetterlo ogni volta in gioco ci sono, oltre all’ostinazione, anche l’originario immacolato candore e la nobiltà adamantina del carattere. Di conseguenza, tutto quanto in lui è originario ed arcaico, torna ad essere perenne ed attuale. A rendere possibile la metamorfosi c’è la necessità del sogno ed il bisogno del “dover essere”, l’amore per il prossimo ed il senso dell’onore.
Nonostante la palese assurdità dei fini, egli, da “folle”, non si fa scrupolo dallo scegliere i mezzi più congrui alla lotta. Da vero “cavaliere errante”, insomma, non teme le rugosità della realtà, per quanto dura e spoetizzante essa sia. Semmai la trasfigura, trovando un soccorso insperato, e al tempo stesso straordinario, nella “follia”, quella stessa nella quale gli era stato maestro Erasmo da Rotterdam14. Il messaggio è chiaro: se si vuol vedere il verso (o il dritto?) della realtà non c’è, per l’uomo, nessun’altra chance al di fuori della follia erasmiana. Solo così è possibile resistere al melodioso canto delle sirene, sempre fondato sull’evidenza ed il buon senso. Per questo Don Chisciotte non cessa un attimo dal ricorrere alle sue innate capacità mitopoietiche: fermamente determinato a difendere il suo nobile ideale, è coerentemente impegnato, da folle qual è, a convertire la cruda realtà in pura “apparenza”. Si rifiuta insomma di accettare il mondo qual è, in quanto esso è tale da far avvizzire anche la più nobile e generosa delle cause. E tuttavia non tradisce mai, neppure per un momento, lo spirito di verità; lo rende solo modo mobile e variopinto, popolandolo di maghi incantatori e di nobili donzelle, di mulini a vento e di smisurati giganti.
E dunque, si potrebbe ripetere per lui quanto Polonio ebbe a dire a proposito di Amleto: “C’è della lucidità in quella follia”. L’ingenuità ed il candore, in Don Chisciotte, non sono infatti mai tali da rendergli impermeabile la realtà alla comprensione, o da spingerlo a rifugiarsi in un “altrove” inesistente, nel quale dare sfogo all’ansia, insoddisfatta, di godere del privilegio della giustizia. Egli opera consapevolmente nel mondo e per il mondo, mosso dal fine - temerario - di renderlo più umanamente tollerabile. Da paladino della più pura “soggettività” - quale, in qualche modo, è implicita in ogni dichiarata utopia -, diviene il conseguente assertore della “oggettività” della storia, rispetto alla quale ha il garbo (e la coerenza) di non recriminare mai. Perfettamente conscio del “male di vivere”, Don Chisciotte ci mostra quanto necessaria sia l’esigenza di ancorarsi a sentimenti forti e magnanimi. Questi però, perché possano esistere, devono essere provati al fuoco della storia, secondo l’insegnamento dei cavalieri erranti di ogni tempo e di ogni luogo. In definitiva Cervamtes, con il suo Don Chisciotte, non fa che riepilogare le ragioni in virtù delle quali la vita è degna di essere vissuta. Queste sono l’amore per la giustizia, il senso della dignità, l’anelito alla fratellanza. Al di fuori di esse che solo la disperazione ed il furore della lotta, senza sbocco e fine a se stessa.
Quanto fascinoso ed imperituro sia il richiamo di tale personaggio ci è rivelato da un dato, a nostro parere inconfutabile: il Don Chisciotte, oltre ad essere un “classico” sul quale sono state educate innumerevoli generazioni di adulti, è anche un “classico” sul quale si sono formate moltissime generazioni di ragazzi. Ricordiamo, a mo’ di esempio, la vicenda relativa al grandissimo scrittore francese Gustave Flaubert (l’”idiota della famiglia”, come recita l’omonimo libro di Jean Paul Sartre)15, il cui padre era aduso leggergli, ad alta voce, molti romanzi, onde eccitarne l’immaginazione ed insegnargli ad adoperarne i simboli. Ebbene, primo tra questi era il Don Chisciotte, a proposito del quale chiosa Sartre: “Un bambino, se s’incarna per tempo in Don Chisciotte, inserisce in se stesso, a propria insaputa, il principio generale di tutte le incarnazioni: sa ritrovarsi nella vita di un altro, vivere come un altro la propria vita”. Quanto di questa lettura Flaubert avesse profittato per la creazione, a sua volta, dei suoi capolavori non ci è dato sapere. Sappiamo solo che egli sarà a sua volta autore di un romanzo (e di un personaggio) destinato a diventare immortale: Madame Bovary. Di recente, poi, abbiamo appreso di un’altra eccezionale attrazione fatale, maturata fin dalla più tenera età: quella esercitata dal “cavaliere dalla triste figura” sul celebre antropologo (oggi quasi centenario) Claude Lévi-Strauss. Così lo studioso spiega il suo rapporto particolarissimo con Don Chisciotte, letto e riletto per tutta la vita: “Quando avevo sette o otto anni, mio padre o mia madre aprivano il libro, mi leggevano un brano e io recitavo il seguito. Insomma, lo conoscevo a memoria”16.
Cervantes sopravvisse, sia pure per pochi giorni, all’uscita del suo ultimo libro, Persiles y Sigismunda. La morte lo colse il 23 aprile del 1616. In quelle stesse ore, per una di quelle coincidenze davvero singolari, ma non rare, nella storia, nella “nemica” Inghilterra veniva a mancare un altro incomparabile genio letterario: William Shakespeare. Non si può certo dire che la specie umana, nel periodo posto a cavallo tra il secolo XVI e XVII, sia stata avara di ingegni o di grandi artisti! Ma, a 400 anni di distanza dalla sua nascita, il Don Chisciotte - ci chiediamo - è irrimediabilmente datato o al contrario ancora proponibile? Ebbene, nonostante il mutare dei tempi, noi crediamo che, a tutt’oggi, non ci sia esempio più alto e più luminoso di quello offertoci dal folle mancego, patrono e mentore del genere umano. Per questa ragione il suo travaglio è di quelli destinati a non tramontare mai: per dirla con il Foscolo dei Sepolcri, esso durerà eternamente, almeno “finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane”. Per quanto ci riguarda, ci limitiamo molto modestamente a proclamarci suoi semplici cultori e, del tutto immeritatamente, suoi fratelli in spirito. E tanto ci basta, poiché, di più, proprio non riusciamo a presumere di noi stessi.
Note
1 Jacques Maritain, La responsabilità dell’artista, Morcelliana, Brescia 1973.
2 L’ambiguità di questa paternità deve tuttavia essere motivata, come è noto, con l’ imitazione burlesca dei romanzi di cavalleria, che si voleva fossero ricavati da anonimi autori.
3 Miguel De Cervantes, Tutte le opere, voll. I-II, Mursia, Milano 1978 e 1983.
4 Franz Kafka, Il silenzio delle sirene, Feltrinelli, Milano 1994.
5 Franco Meregalli, Introduzione a Cervantes, Laterza, Bari 1991.
6 FÎdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore, Sansoni, Firenze 1981.
7 Vladimir Nabokov, Lezioni sul Chisciotte, Garzanti, Milano 1989.
8 Così Viktor Sklovskij in Teoria della prosa, Einaudi, Torino 1974.
9 Cesare Segre, Le strutture e il tempo, Einaudi, Torino 1974.
10 Edward C. Riley, La teoria del romanzo in Cervantes, il Mulino, Bologna 1988.
11 Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Einaudi, Torino 1978.
12 Fernando Savater, Don Chisciotte: il sorriso e la morte, MicroMega, n. 2/ 2005.
13 Hans Robert Jauss, Esperienza estetica ed ermenueutica letteraria, vol. II, il Mulino, Bologna 1988.
14 Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Einaudi, Torino 1967. Del “raziocinio” di Don Chisciotte, da contrapporre alla sua universalmente accettata follia, ha parlato recentemente anche lo scrittore portoghese José Saramago nell’articolo Don Chisciotte la vita altrove, pubblicato su “La Repubblica” dell’8 giugno 2005.
15 Jean Paul Sartre, L’idiota della famiglia, voll. II, Mondadori, Milano 1977. Flaubert era definito “l’idiota della famiglia” per via del ritardo del suo sviluppo evolutivo. Sembra che, a nove anni, non riuscisse ancora a leggere.
16 Claude Lévi-Strauss ha tolto la maschera, Intervista comparsa su “l’Unità” del 18 maggio 2005.