Una giornata di studio
L’orgoglio e la fatica dell’insegnante
Franco Frabboni

In un incontro alla Fabbrica di Romano Prodi gli insegnanti discutono degli aspetti positivi e negativi della loro professione.
E' sufficiente la riforma di cui parla Prodi?

Si è svolta a metà maggio alla Fabbrica del Programma di Romano Prodi una giornata di studio intitolata al binomio “Orgoglio e fatica dell’insegnare”. Nel gradevole e attrezzato (tecnologicamente parlando) salone del quartiere Corticella, un parterre affollato e diversificato: dirigenti e parlamentari dell’Unione, sindacalisti, responsabili degli enti locali, dirigenti dell’associazionismo dei docenti, docenti universitari, genitori e tanti docenti di gradi scolastici diversi provenienti da contrade vicine e lontane del nostro Paese. In cabina di regia: Romano Prodi e Albertina Soliani. Un budget-time di quattro minuti per ogni intervento, consumato il quale una sirena da vigili del fuoco tappava la bocca al chiacchierone che intendesse giocarsi l’ultimo smash (argomentazione) in over-time. Bellissimo. Finalmente un dibattito dalle pari opportunità di tempo: 240 secondi pro-capite, poco oltre i fatidici tre minuti concessi nel parlamento europeo. Con grande autodisciplina abbiamo vissuto cinque ore di convinta normalità.


Grappoli di idee

E veniamo ai “grappoli-di-idee”- nel nome dell’ orgoglio e della fatica - raccolti sui due alberi ben in vista nel giardino professionale di un milione di insegnanti: di cui 1/5 precari e il 50% oltre il mezzo secolo di vita.

L’albero dell’orgoglio.
Molti interventi hanno dichiarato il pieno gradimento di tre grappoli maturati in una scuola di buona qualità, in gran parte merito dei nostri insegnanti.
Primo grappolo/sì: simboleggia l’orgoglio di una scuola italiana che ha dato vita a straordinari modelli didattici, costruiti - mattone su mattone - dai docenti di casa nostra. La scuola a nuovo indirizzo (materna), la scuola a tempo pieno (elementare), la scuola a tempo prolungato (media), la scuola sperimentale (secondaria) sono modelli organizzativi e curricolari molto premiati e medagliati dalle ricerche internazionali. Sono gioielli di famiglia brutalmente strappati dal petto della nostra scuola - nel nome di una dissennata “discontinuità” - dalla furia iconoclasta del ministro Moratti.
Secondo grappolo/sì: simboleggia l’orgoglio di un nostro corpo docente che in sede europea sta ricevendo buonissime “pagelle”. Sono quattro gli indicatori presi in esame a Bruxelles per dare il “voto” ai docenti del vecchio continente: la competenza “disciplinare” (conoscere la propria materia scolastica); la competenza “didattica” (sapere insegnare la propria materia scolastica); la competenza “relazionale”(sapere stare con gli allievi anche sul piano emotivo-affettivo); la competenza “deontologica” (esercitare la libertà di insegnamento nel nome di una scuola socialmente democratica e culturalmente pluralistica). Bene: nelle classifiche europee, il nostro docente occupa i primi posti, è sempre in zona play-off. Se si esclude il primo indicatore, che soffre di qualche debolezza (la padronanza scientifica della propria disciplina), le restanti tre competenze godono di eccellenti “voti”.
Terzo grappolo/sì: simboleggia l’orgoglio di un nostro corpo docente consapevole della “centralità” educativa della scuola - oggi - per le giovani generazioni. Se è vero che nello “zaino” di conoscenze e di pratiche sociali soltanto 1/3 è di provenienza scolastica, allora viva-la-scuola! Perché è questa l’ultima trincea - nella società dell’omologazione delle conoscenze, dei consumi di massa e dei modelli di vita quotidiana - a difesa di un soggetto/persona che rischia di scomparire con gli occhi chiusi per sempre sugli incanti, sui sogni, sulle utopie. Come dire, è rimasta soltanto la scuola in grado di investire su una “singolarità/persona” non-duplicabile, non-manipolabile, non-omologabile, non-utile. Una “singolarità” che potrà ergersi da antagonista irriducibile dell’altra (mostruosa) faccia dell’umanità: il soggetto/massa, che getta sul terzo millennio l’incubo di un’umanità dal pensiero unico e dal cuore inaridito.

L’albero della fatica.
Molti interventi hanno denunciato il rifiuto di tre grappoli resi “appassiti” e “inaciditi” dall’odierna riforma di centro-destra.
Primo grappolo/no: simboleggia la fatica - che si fa anche frustrazione e rabbia - di vivere professionalmente in una scuola alla quale il ministro Moratti sta per cancellare le sue antiche identità di agenzia formativa “pubblica”(con il governo di centro-destra subisce una metamorfosi aziendalistica, tramutandosi in un ambiente di socializzazione e di istruzione competitivo e selettivo); “democratica” (dal mare neoliberista del governo di centro-destra emerge una scuola fai-da-te, indifferente all’uguaglianza delle opportunita formative); dotata di adeguati capitoli di spesa nelle “finanziarie” (il governo di centro-destra non solo non incrementa le sue risorse, ma addiruttura le scippa trecento miliardi del vecchio conio, a lei destinati, per ripianare i conti in rosso di alcune nostre “virtuose” compagini calcistiche).
Secondo grappolo/no: simboleggia la fatica - che si fa anche frustrazione e rabbia - di vivere professionalmente in una scuola alla quale il ministro Moratti sta per cancellare la sua fresca Autonomia. Il clima repressivo che si respira nelle scuole che candidamente esprimono perplessità sui Programmi di insegnamento del governo di centro-destra - perché sono dogmatici: non permettono al discente nessun consumo critico; perché sono geneticamente modificati: accusano medievali manipolazioni ideologiche; perché sono inattuali: del tempo che fu, di nonna Speranza - sta giorno dopo giorno depauperando il sacrosanto principio costituzionale della libertà di insegnamento.
Terzo grappolo/no: simboleggia la fatica - che si fa anche frustrazione e rabbia - di sentirsi quotidianamente assediati dal ministro Moratti in quanto oggetti di valutazione.
Il Ministero dell’istruzione che non ha investito un euro sulle ricorrenti “arretratezze” del nostro sistema scolastico (edilizia, servizi medico-psico-pedagogici, scuola-bus, mensa, apparecchiature tecnologiche, attrezzature didattiche) sembra avere occhi soltanto sul corpo docente per misurarne le qualità educative (come? sono forse gli insegnanti “bulloni” di una catena di produzione?) per poi sancire differenziate fasce retributive.

Conclusioni

Nel riassumere i lavori della giornata di studio, Prodi ha affermato che “serve una Riforma che renda la scuola seria, organizzata e forte. Capace di dare un ruolo nuovo agli insegnanti: un percorso riformistico giusto, ma non indolore.
Perché una Riforma che non turba gli equilibri preesistenti non è vera!”

 

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