relazione introduttiva

Modernità non è precarietà
Luisella De Filippi*

Negli anni Trenta Charlie Chaplin rappresentava la modernità mettendo in scena l’alienazione che la ripetitività del gesto induce nell’operaio e con il film “Tempi moderni” offriva l’immagine surreale dell’omino che diventa esso stesso ingranaggio della macchina.
è passato quasi un secolo e oggi il lavoro torna ad interrogare drammaticamente la politica per la nuova condizione di oppressione e di alienazione che impone ad aree sempre più vaste di lavoratori. Il paradigma della modernità è oggi il lavoro precario, contrabbandato, di volta in volta, come necessità derivante dalla globalizzazione dei mercati, come ideologia della flessibilità, come espressione moderna del dinamismo creativo contrapposto alla rigidità burocratica, statalista, rigidamente normata.
è passata molta acqua sotto i ponti dalla rivoluzione industriale che, ai primi del Novecento, ha modificato così profondamente il lavoro e la società.
Dal taylorismo, che teorizzava una nuova organizzazione del lavoro scientifica per limitare gli sprechi di tempi e di energie, ottimizzando la fatica, al liberismo, che teorizza il disimpegno dello stato dall’economia e il primato del mercato, un filo rosso unisce mondi diversi e lontani fra loro come sono, da un lato, la società moderna, iperconsumatrice e in perpetua e veloce trasformazione e, dall’altro, la società che si affacciava al Novecento da un mondo contadino e artigiano rimasto pressoché inalterato da secoli.
Questo filo rosso è rappresentato dal fatto che l’organizzazione del lavoro, lasciata alla sola iniziativa di chi da essa deve trarre profitto, risponde ai soli interessi di quelli che devono trarre il massimo guadagno dal lavoro degli altri e quindi lavora per la loro sottomissione.
Utilizza dunque tutta la forza che riesce a impiegare a suo favore, compresi i falsi miti e le ideologie.
Se la legge del profitto portava Charlot ad una crisi da esaurimento nervoso, indotta dall’accelerazione esasperata dei ritmi di lavoro, la stessa legge del profitto porta a scaricare sui lavoratori i costi che la competizione globale impone ai mercati.
Tocca a noi costruirci un’autonoma capacità di analisi del mondo e delle sue trasformazioni, un punto di vista sulle cose, la società, gli uomini, le donne, che parta dagli inalienabili diritti e dagli interessi di chi lavora, per mettere di fronte a una visione del mondo unilaterale un’altra visione del mondo contrapposta, anche se non inconciliabile, ma che con questa comunque deve fare i conti, in un equilibrio dei rapporti di forza che garantisca dagli abusi degli uni sugli altri.
I nostri padri, i nostri nonni hanno lottato per affermare i valori che innervano la nostra Carta Costituzionale, godiamo perciò di uno stato avanzato di civiltà a cui ancorare la nostra azione politica sindacale, dobbiamo unire le nostre forze e avanzare il nostro progetto politico.
Voglio ricordare che il 25 giugno si celebrerà il referendum confermativo sulle modifiche avanzate dal governo di centro-destra alla nostra Costituzione. Sono modifiche che alterano profondamente gli equilibri su cui si reggono i poteri della nostra Repubblica e dunque chiamano in causa la tenuta stessa della democrazia nel nostro Paese. Dobbiamo affrontare questa scadenza con molta serietà, le forze politiche del centro-destra, infatti, ne faranno un’occasione di rivincita, dobbiamo impegnarci tutti perché questo non avvenga, votare e far votare un bel no agli stravolgimenti della nostra Costituzione.
Torniamo al problema del precariato, sempre più pervasivo nel mondo della conoscenza, sul quale intendiamo avanzare proposte alla politica per invertire questa tendenza e sanare la situazione.
I 5 anni di governo del centro-destra hanno dato un forte impulso alla precarizzazione di tutto il lavoro, in particolare, nei settori della conoscenza.

 

La libertà individuale e i valori della Costituzione

L’azione politica di stampo fortemente liberista del passato governo ha avuto l’obiettivo di ridisegnare l’assetto sociale e istituzionale del paese verso un’apertura sempre più ampia al mercato anche di settori destinati alla realizzazione di finalità sociali fondamentali per i diritti dei cittadini.
Tutto questo accompagnato da una drastica diminuzione del ruolo del pubblico e delle regole che governano il mercato del lavoro.
Il richiamo forzato ai valori della libertà individuale, propagandato dagli esponenti politici del centro-destra, teso a screditare l’intervento pubblico come repressione dell’individuo, non ha infiammato nessuno, a dimostrazione del fatto che non si possono costruire a tavolino i valori che muovono l’azione delle persone.
Questo purtroppo non ha impedito che in questi 5 anni degradasse fortemente il clima sociale e culturale, prodotto dall’accentuata disgregazione e dalle spinte egoistiche sollecitate da quelle politiche.
Ricostruire un tessuto democratico che motivi l’agire collettivo sarà uno dei compiti più ardui del prossimo governo, il berlusconismo ancor più dell’azione legislativa di Berlusconi e del suo governo sono l’ostacolo più impervio al cambiamento, la sfida che si offre alla riuscita del programma politico del centro-sinistra.
A partire dunque da questa realtà e da queste consapevolezze, dobbiamo circoscrivere il campo di osservazione ai settori di cui ci occupiamo, che sono centrali per lo sviluppo del paese e la qualità della vita dei cittadini: scuola, università, ricerca, Afam sono le istituzioni che occupano una posizione strategica nella formazione dei cittadini e dunque sono essenziali per la scommessa sul nostro futuro.
La conoscenza rappresenta un potente fattore di crescita individuale e collettiva, dobbiamo fare in modo che da essa tutti traggano il massimo vantaggio: è un obiettivo che ci consegna direttamente la Costituzione quando assegna alla Repubblica il compito di rimuovere tutti gli ostacoli di natura economica e sociale che impediscono lo sviluppo della persona.
Sono obiettivi alti che, per essere raggiunti, chiamano in causa direttamente la qualità dei sistemi e dunque l’efficacia del loro funzionamento che passa inevitabilmente attraverso il buon utilizzo delle persone e del loro lavoro.

 

La diminuzione dell’offerta formativa

Il ministro Moratti si è posta, fin da subito, come testimonia una sua corrispondenza con il ministro Tremonti, l’obiettivo di ridimensionare quantitativamente il personale della scuola pubblica. A questo obiettivo ha finalizzato tutta la sua opera riformatrice, che sarebbe meglio qualificare come demolitrice della scuola pubblica.
Spacciare per riforme una semplice diminuzione dell’offerta formativa, chiamare in causa la libertà delle famiglie per assicurarsi una complicità al proprio progetto, solleticando serpeggianti rivalse nei confronti della scuola e dei docenti, propagandare la modernizzazione del sistema attraverso l’implementazione di discipline, come l’informatica e l’inglese, che nella vulgata comune garantiscono il successo, operando invece una diminuzione di scuola anche in quelle discipline, è stato il machiavellismo di Moratti, che però non ha convinto la scuola e ha lasciato sconcertate e confuse le famiglie.
Il ridisegno della scuola pubblica attraverso l’azione controriformatrice della legge 53/03 ha avuto lo scopo di cambiare gli assi culturali su cui poggia il sistema di istruzione pubblico snaturandone le finalità; gli interventi diretti sulle risorse per il funzionamento delle scuole, il taglio degli organici, il blocco delle assunzioni, o le assunzioni date con il contagocce, lo scempio imposto al funzionamento delle procedure amministrative hanno inciso direttamente e profondamente nella qualità del lavoro delle persone e nella loro vita aumentando il precariato, devastando il campo delle regole che presiedono al turn-over, provocando stanchezza ed avvilimento per una reale mancanza di prospettive di stabilizzazione e per un progressivo invecchiamento in uno stato di marginalità professionale e partecipativa.
Se il personale docente della scuola pubblica lamenta l’avanzamento di un processo di precarizzazione continuo dovuto al fatto che il turn over non viene costantemente rimpiazzato dalle scarne assunzioni, il personale dei servizi amministrativi, tecnici ed ausiliari è stato oggetto di un vero e proprio maltrattamento: tagli agli organici, 7.500 assunzioni in 5 anni a fronte di circa 35.000 pensionamenti, il tentativo di far uscire questo personale dal contratto nazionale della scuola dimostrano la ferma intenzione di operare un progressivo allontanamento del personale dei servizi dall’organizzazione del lavoro delle scuole fino alla loro uscita, per destinare forse al mercato privato il lavoro dei servizi. I colpi di piccone inferti alla solidità del sistema pubblico dell’istruzione, fortemente centrato sul contratto nazionale di lavoro che regolamenta contratti individuali a tempo indeterminato e a tempo determinato che costituiscono la massima parte dei rapporti a termine dei docenti precari e Ata, non hanno potuto sovvertire gli assi su cui poggia il funzionamento del sistema, anche se l’impoverimento delle risorse e dei finanziamenti richiederà una profonda e seria cura ricostituente che permetta di far ripartire la macchina sui binari giusti.

 

Università, centri di ricerca, isituzioni di alta cultura

Ben più grave la situazione nelle università e nei centri di ricerca pubblici.
Qui la diminuzione dei finanziamenti pubblici di istituzioni che godono di un’autonomia di tipo finanziario, oltre che organizzativa e didattica, ha spinto tali istituzioni a far fronte alle necessità di personale ricorrendo a fonti di finanziamento esterne, che, per la loro natura aleatoria, non possono che sostenere impegni temporanei.
Attraverso dunque una molteplicità di rapporti di lavoro, tutti temporanei e di natura parasubordinata, il funzionamento ordinario viene sostenuto dai precari: assegnisti di ricerca, dottorandi, borsisti, docenti a contratto, co.co.co, che per un compenso minimo, in assenza di tutele e garanzie e di qualsivoglia autonomia professionale, prestano la loro opera.
Ma la situazione è andata sempre più peggiorando in questi anni, infatti il blocco delle assunzioni per tre anni nell’università e ancora in atto per la ricerca, il taglio del 40% dei contratti a tempo determinato e di collaborazione coordinata e continuativa operato dall’ultima finanziaria, chiudono ogni prospettiva di stabilizzazione e per molti precari anche di reddito, sia pur minimo.
Non è pensabile permettere la fuga all’estero dei nostri migliori cervelli che, dopo essersi formati nel nostro paese, vanno a cercare altrove la realizzazione professionale cui legittimamente aspirano e la sicurezza economica che dovrebbe loro essere garantita.
I fatti mostrano come molti dei risultati più brillanti nel campo della ricerca siano dovuti al contributo dei nostri ricercatori, mentre i nostri centri di ricerca vivono una situazione di precarizzazione crescente, in alcuni casi anche l’80% del personale, e la mortificazione di una gestione burocratica che avvilisce e spegne l’autonomia professionale.
Sappiamo che tutto ciò non è iniziato con il governo Berlusconi, era in parte una dinamica già in atto e non vi sono state iniziative politiche tese al suo superamento, in un clima di accettazione della cultura neoliberista che attribuisce ai meccanismi di mercato la forza per imporre le soluzioni di qualità.
Bisogna infatti far risalire al ’99 la legge 508 che ha riformato l’ordinamento di conservatori e accademie, elevando a sistema la precarietà. Con essa infatti vanno ad esaurimento tutti i ruoli in essere in tali istituzioni e vengono gradualmente sostituiti da contratti a tempo determinato al massimo di durata quinquennale.
Se era certamente necessario svecchiare un sistema che fonda la sua efficacia e la sua autorevolezza sulla capacità di interloquire con le espressioni più alte della cultura e dell’arte che si muovono nella società, affidare tutto il funzionamento degli istituti a contratti a termine, indebolisce il progetto educativo, lo rende instabile e inconsistente, affida alla casualità i risultati rinunciando al controllo dei sistemi. è necessario dunque operare dei correttivi, il mercato da solo non può regolamentare bisogni che sfuggono alla dinamica della domanda e dell’offerta dove quello che domina è la convenienza economica e i poteri che da essa discendono.
Il governo di centro-destra e il ministro Moratti, che incarna perfettamente quella cultura e quei valori, hanno fatto di più, teorizzando e perseguendo con chiarezza di intenti, la volontà di sottrarre spazio e autorevolezza alle istituzioni pubbliche per favorire scuole e università private che, collocandosi sul mercato, rispondono al dogma neoliberista del meno stato e più mercato.

 

Tagli sistematici e deregolazione

L’arma più efficace, utilizzata dal precedente governo per cambiare gli assetti istituzionali del paese, è stata infatti proprio quella finanziaria: la scuola, l’università, e la ricerca pubblica sono state oggetto di sistematici tagli che le hanno messe in ginocchio, costrette ad abbassare il livello della propria offerta o ad arrabattarsi con una ricerca affannosa di finanziamenti per sopravvivere.
In compenso sono stati creati poli di eccellenza sia universitari che di ricerca, privati, su cui sono piovuti soldi in abbondanza e le scuole private hanno visto raddoppiare il proprio finanziamento statale e aprire le maglie che regolamentavano il funzionamento e i meccanismi di assunzione delle scuole paritarie in direzione di una maggiore tolleranza verso il mancato rispetto delle regole imposte dalla legge di parità.
Ma non è andata meglio per quei settori dei lavori della conoscenza che si collocano sul mercato privato dell’istruzione e della formazione, infatti le regalie sparse dal ministro Moratti a vantaggio degli istituti privati hanno arricchito quelli che hanno potuto speculare su di essi, ma non è invece migliorata la condizione dei tanti che lavorano come dipendenti.
La deregolamentazione del mercato del lavoro introdotta dalla legge 30/03 ha peggiorato la condizione di docenti e personale dei servizi, agevolando gli enti nel trasformare i rapporti di lavoro di natura subordinata, per le caratteristiche con cui si esplicano, in contratti di lavoro parasubordinato o atipico e cedendo alla gestione esterna pezzi interi di servizi.
Le scuole non statali erano un settore in forte crisi dovuta alla riduzione della domanda, la deregolamentazione del mercato del lavoro della legge 30/03 ha permesso di scaricare i costi della crisi direttamente sui lavoratori.
Lo stesso è avvenuto negli enti di formazione professionale dove la legge 30/03 ha accentuato e legittimato il ricorso a nuove tipologie contrattuali e a rapporti di lavoro precario in un contesto di agenzie per la formazione sempre più degradato, precario e instabile a causa dell’inapplicazione o dello stravolgimento della normativa sull’accreditamento degli enti che ha prodotto un eccessivo, e scarsamente controllato, proliferare di enti e agenzie anche improvvisate che scaricano sui lavoratori tutte le loro debolezze e i costi di gestione.
Una mappa così sconfortante del lavoro nei nostri settori e in particolare del lavoro precario, come patologia dei sistemi, non può che riflettere i suoi effetti anche sulla contrattazione che ne viene direttamente investita, interrogandoci sul rischio di delegittimazione e marginalizzazione del contratto nazionale e del ruolo della contrattazione.
Quando infatti il contratto nazionale riguarda una stretta minoranza dei lavoratori del settore, come avviene nella formazione professionale dove è solo il 30% dei lavoratori ad essere interessato al contratto nazionale, il 70% dei lavoratori essendo regolati da rapporti di lavoro non subordinato, dobbiamo domandarci se la residualità della contrattazione non sia già in atto, al di là della nostra volontà.
Non vi è dubbio che il lavoro è al centro di un esteso processo di frantumazione e di abbassamento del livello di tutele e garanzie e che questo processo ha subìto un’accelerazione e una santificazione politica negli anni del governo di centro-destra con la legge 30/03, detta legge Biagi, per offrire ad essa copertura ideologica.

 

La Cgil e la lotta alla precarietà. Francia ed Europa

La Cgil è consapevole dell’emergenza lavoro rappresentata dal dilagare della precarietà e dall’attacco al contratto nazionale per tutto ciò che rappresenta come argine all’attacco ai diritti. Ha infatti messo al centro del proprio congresso e della propria politica rivendicativa la lotta alla precarietà e alla legge 30/03, subendo un attacco diretto da tutte quelle forze che vorrebbero emarginarla. La recente iniziativa sul lavoro nero va in quella direzione e testimonia la serietà e la determinazione nel portare avanti gli obiettivi che con il congresso, da poco terminato, ha messo al centro della sua azione.
Il degrado delle condizioni di lavoro nel nostro paese ha già compromesso la possibilità di un ricambio generazionale che garantisca ai giovani le stesse condizioni di tutele sociali e professionali di cui hanno goduto le generazioni precedenti. Non solo stiamo portando avanti un’intera generazione di persone che non ha le condizioni per costruirsi una pensione per la vecchiaia e che restano esposte alle incertezze dell’instabilità lavorativa, ma rischia di sperperare quel patrimonio di innovazione rappresentato dal ricambio generazionale, comprimendo i nostri giovani in ruoli professionali marginali e scontando un invecchiamento progressivo dei quadri costituenti le istituzioni formative del nostro paese.
Dalla Francia ci arriva una bella lezione su come respingere gli attacchi più violenti di un pensiero neoliberista che si fa sempre più aggressivo e vuole imporre la deregolamentazione del mercato accompagnata dalla destrutturazione di leggi e contratti e dunque dalla marginalizzazione delle forze sindacali per lasciare mano libera ai rapporti di forza individuali che penalizzano sempre il più debole, cioè il lavoratore.
Il governo francese ha tentato di introdurre la libertà di licenziamento per i giovani fino a 26 anni per i primi tre anni di lavoro e ha giustificato questa scelta legislativa con l’esigenza di ridurre il tasso di disoccupazione. In realtà la libertà di licenziamento serve unicamente  al datore di lavoro per avere le mani libere di licenziare senza alcuna giustificazione e, tenendo sotto ricatto il lavoratore, per esercitare un dominio che libera l’uno e imprigiona l’altro.
Questo ha prodotto una ribellione dei giovani delle università che si sono sentiti direttamente chiamati in causa in un’inaccettabile cancellazione dei diritti delle persone, la ribellione si è estesa alle forze sociali e ha trovato il consenso di ampie fasce sociali, la persistenza e la determinazione del movimento l’ha avuta vinta sull’arroganza della politica che ha tentato di imporre comunque i suoi diktat e la felice conclusione del ritiro del Cpe ha segnato un punto importante nello scenario europeo.
Da tempo sulla scena europea si scontrano due posizioni fra loro contrastanti e non vi è dubbio che gli effetti delle politiche europee influenzeranno in buona misura anche le politiche nazionali. L’ondata neoliberista che trova la sua massima espressione nella società americana ha molti seguaci anche in Europa, il cui modello sociale è decisamente alternativo e contrasta con le spinte individualistiche ed aggressive del modello americano.
La crisi sociale prodotta da una classe politica, prevalentemente di centro-destra, che tenta di cambiare il patto sociale su cui si regge la nostra cultura europea, in vista dell’allargamento ai paesi dell’est europeo e ai nuovi mercati che si aprono e i malcontenti di varia natura che agitano una società che non accetta questi cambiamenti, per ragioni fra loro diverse e talvolta contrapposte, hanno prodotto, per esempio, la bocciatura della costituzione europea.
La stessa matrice liberista caratterizza poi la direttiva Bolkestein che regolamenta i servizi nel mercato unico dell’Unione europea. Un movimento sociale di opposizione contro gli effetti di tale direttiva sta attraversando i paesi europei unendo le forze sociali dei paesi della comunità europea.
Con il risultato che l’approvazione di tale direttiva, che si pone l’obiettivo di liberalizzare la fornitura di servizi fra i vari paesi della comunità facendo prevalere le ragioni del mercato sull’interesse e i diritti delle persone, sta subendo modificazioni e rallentamenti sull’onda delle pressioni che il dissenso di ampi strati della popolazione organizzato dalle forze sociali ha esercitato in questi ultimi anni.
Dalla direttiva è scomparso infatti il riferimento al paese d’origine per la fornitura di servizi in paesi diversi da quello di provenienza del soggetto che lo eroga, il rischio era quello di innescare un potente effetto dumping che avrebbero pagato i lavoratori più deboli con conseguenze anche nei paesi a tutele sociali più forti.
Sono stati esclusi inoltre dal campo di applicazione della direttiva i servizi di interesse generale che, però, in mancanza di una direttiva europea sulla individuazione dei servizi di interesse generale, non comprendono l’educazione. Se le cose resteranno così, gli effetti negativi della Bolkestein investiranno direttamente i servizi per l’educazione del nostro paese, aggravando il tasso di precarietà e le condizioni di lavoro in generale.
A questo proposito si allarga sempre più la consapevolezza che ci siano dei beni comuni indisponibili al mercato e alle sue speculazioni economiche, perché toccano i diritti fondamentali delle persone. Fra questi certamente la sanità, la sicurezza, l’educazione, l’istruzione, la ricerca, ma anche l’acqua, il suolo, l’aria, l’energia. è tempo di imporre alla politica le priorità che derivano da questi diritti.
Altrimenti anche l’economia della conoscenza si tradurrà in disuguaglianza che fa leva sul profitto, sulla compressione dei diritti e sulla limitazione della libertà di esercizio del sapere.
Questo prevede la marginalizzazione della scuola, dell’università e della ricerca pubblica e l’assoggettamento del lavoro alle logiche del profitto.
Ripensare le politiche del welfare è necessario per evitare i danni più gravi derivanti dalle discontinuità lavorative, ma occorre ripensare anche le norme giuridiche che disciplinano il rapporto di lavoro per ricondurre tutto il lavoro dipendente ad un’unica figura giuridica ed evitare le speculazioni e le ambiguità fra lavoro subordinato e lavoro autonomo.
Garantire la continuità di reddito al di fuori del rapporto di lavoro accondiscendendo alle flessibilità totali in entrata e in uscita dal lavoro presuppone lo smantellamento anche del contratto nazionale di lavoro a favore di deroghe peggiorative a livello di contrattazione integrativa.
Non vanno incoraggiate spinte verso la decontrattualizzazione che sono la rinuncia a giocare un ruolo da protagonista in un rapporto di forza che non è mai paritario fra chi offre lavoro e chi lo cerca e anche la flessibilità non può essere il risultato di una pura esigenza di parte ma deve essere giocata all’interno di un rapporto che riconosce e premia la disponibilità del lavoratore, soprattutto non può identificarsi con un uso strumentale dei lavoratori che toglie dignità e nega il valore sociale che il lavoro ha per l’integrazione e l’identità delle persone e il ruolo che giocano nella società.

 

Se il precariato non fosse conveniente…

Per i precari noi pensiamo che il contratto rappresenti non solo e non tanto il mezzo per garantire loro una soglia di diritti e garanzie maggiori, noi vogliamo che il contratto diventi il mezzo attraverso il quale introdurre forme di disincentivo economico all’uso del precariato. Il nostro obiettivo non è quello di fissare, attraverso la contrattazione, una presenza organica di precariato, ma quello di renderlo meno conveniente.
Spesso il precario è soltanto un lavoratore che non ha ancora raggiunto una stabilità lavorativa e si definisce più per negazione che per attribuzioni specifiche.
è necessario invece conoscere a fondo il fenomeno per capirne caratteristiche, conseguenze, ricadute, cause e prospettare soluzioni.
Abbiamo suddiviso il nostro convegno in tre parti per ordinare le nostre riflessioni, la prima parte vuole esaminare le ricadute della precarietà sui sistemi e sulla professionalità delle persone.
La frammentazione dell’unitarietà del sapere, la scomposizione della forma cooperativa, le discontinuità che compromettono l’apprendimento e la ricerca che si avvalgono invece di tempi lunghi, la vera flessibilità organizzativa di cui dovrebbero avvalersi le autonomie e la precarietà con cui si spaccia la finta flessibilità, le esternalizzazioni dei servizi per separare le responsabilità sociali di chi vende e chi compra un servizio nei confronti di chi eroga lavoro sono i punti che abbiamo sviluppato.
Nella seconda parte abbiamo approfondito il tema dei diritti dei lavoratori precari, nelle fasi salienti dell’avvicinamento ad una situazione di stabilità e quindi il reclutamento e l’assunzione, gli aspetti della contrattazione che possono intervenire per migliorare le tutele e la democrazia e la partecipazione che tolgono invisibilità a una condizione di lavoro nemmeno riconosciuta nell’organizzazione del lavoro e nella governo delle istituzioni.
Per questo la prima forma di partecipazione che vogliamo garantire è proprio quella alla vita sindacale e dei suoi organismi dirigenti.
Intendiamo affermare ed avviare una pratica sindacale di rappresentanza diretta delle politiche sulla precarietà dove il protagonismo dei lavorator,i che sono vittime di questa condizione, sia la forma attraverso cui il sindacato costruisce le sue piattaforme e le sue rivendicazioni.
Infine su questo problema vogliamo intervenire con delle proposte e delle iniziative di movimento e interloquire con le forze politiche dell’unione per rivendicare i cambiamenti necessari.
è importante dare un segnale di unificazione, dare voce e parole comuni ad una battaglia che deve essere comune per superare le divisioni e le frammentarietà che la precarietà comporta.

 

  • Segretaria nazionale FLC Cgil

 

 

 

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