Università e stato giuridico
L’arrembaggio dei poteri forti
Paolo Saracco

Il ddl delega sullo stato giuridico dei docenti universitari è stato nuovamente inserito nel calendario d’aula della Camera. Si tratta di un replay perché già era rapidamente comparso alla fine del febbraio scorso per essere altrettanto rapidamente rimandato alla Commissione vii. Alla riapertura dei lavori parlamentari dopo le elezioni regionali, lo stesso relatore on. Pepe (Fi) ha chiesto ulteriore tempo per riflettere insieme alla maggioranza: a oggi il periodo (probabile) per l’inizio della discussione d’aula dovrebbe essere la prima settimana di maggio. Basterebbe questo andirivieni a testimoniare lo stato di confusione in cui versano Governo e maggioranza.
è questo quindi il momento migliore per fare il punto della situazione e capire cosa presumibilmente ci aspetti nel prossimo futuro: gli ottimisti ormai pensano che questo disegno di legge sia da annoverare tra i progetti abortiti, alla luce sia della situazione di generale disfacimento della maggioranza, sia del restringersi dei tempi parlamentari utili prima del termine naturale della legislatura. Speriamo naturalmente che sia cosÏ, ma è in ogni caso bene attrezzarsi anche ad altre ipotesi, che non sono puramente accademiche per almeno tre motivi: il primo riguarda la gestione di questo ultimo anno di legislatura, nel quadro politico emerso dopo le elezioni regionali. La riforma dello stato giuridico della docenza universitaria ha tutte le caratteristiche per essere compresa in quel ridotto numero di provvedimenti su cui la maggioranza potrebbe scegliere di concentrarsi: non richiede risorse, almeno nella sua versione attuale, anche se rischia nel futuro di scaricare elevati costi sui bilanci degli atenei1; non riguarda il complesso dei cittadini ma solo una ristretta corporazione, percepita spesso come estranea e privilegiata soprattutto dall’elettorato della Cdl; ha il forte sostegno del Ministro Moratti che, pur rientrando nel novero dei “ministri tecnici” gode l’assoluta fiducia del capo del Governo e del suo partito.
In secondo luogo è bene ricordare che questa riforma, oltre ad essere complessivamente coerente con l’idea di società della Cdl (o almeno della sua parte dominante), non nasce esternamente al sistema accademico italiano, ma corrisponde a precisi interessi e gruppi di potere che spesso anche nei mesi passati sono intervenuti più o meno apertamente in suo sostegno: la stessa Crui, che recentemente si è schierata esplicitamente contro il progetto, ha in realtà tenuto per tutto l’anno passato un atteggiamento molto ambiguo, riflesso della spaccatura presente al suo interno tra sostenitori ed oppositori della riforma; solo l’incauto emendamento che introduce in prima applicazione della riforma un’idoneità a professore associato a numero aperto ha unito la Crui su di una posizione contraria2.
Infine bisogna ricordare la fragilità intrinseca del movimento che in questi mesi si è opposto al Ddl, fragilità che deriva sia dalla sua composizione eterogenea, sia dalla scarsa capacità di misurarsi davvero sul terreno della mobilitazione e della lotta: la maggior parte delle iniziative dei mesi passati è stata opera prevalentemente dei ricercatori e di alcuni gruppi di precari ed è stata sostenuta dal resto del mondo accademico con minore decisione, specie nelle forme di lotta utilizzate.
Un Governo in buona salute e con idee chiare, insomma, anche nella ristrettezza di tempi ormai evidente, potrebbe tentare una forzatura con qualche probabilità di successo, anche a seguito della trasformazione di una buona parte dell’originaria legge-delega in legge ordinaria: il maxi-emendamento del relatore presentato alla fine di febbraio ha, in effetti, mutato drasticamente la natura del Ddl, trasformando tutte le deleghe in materia di stato giuridico in articolato vero e proprio e lasciando oggetto di delega solo le norme sui concorsi. Si tenta, in questo modo, di accorciare i tempi di approvazione della riforma - una volta concluso il percorso parlamentare la maggior parte delle norme approvate sarebbe immediatamente applicabile, senza necessità di ulteriori passaggi (stesura tecnica dei decreti delegati, pareri parlamentari obbligatori) - e si annulla uno degli argomenti più forti di opposizione - l’improprietà dello strumento della delega in relazione ad un argomento tanto delicato e complesso.
Non dovrebbe essere nemmeno troppo difficile ipotizzare un qualche contentino con cui placare almeno alcuni dei gruppi che maggiormente si sono fatti carico della protesta nei mesi scorsi, tentando con buona possibilità di successo di spaccare il fronte: il Cipur, l’unico sindacato che non si è schierato contro la riforma anche a costo di una costosa scissione, si era premurato di fornire suggerimenti in materia3.
Per queste ragioni temiamo possibili accelerazioni, confortati - se cosÏ si può dire - in questa convinzione anche dalle esternazioni del Presidente del Consiglio che, il martedÏ dopo le elezioni regionali, durante la sua comparsata alla trasmissione “Ballarò”, si è premurato di indicare le università come covi dove si annida il nemico, i “poteri forti”.
Per queste ragioni, più che per il limitatissimo numero di adesioni, è pericoloso l’appello pubblicizzato qualche giorno fa dal giornale “Il Riformista” e ideato dalla Fondazione “Magna Carta”, uno dei pensatoi della destra: si evoca una generica coalizione dei volenterosi - di bushiana memoria - unificata non dai contenuti, che abbastanza singolarmente saranno precisati in seguito, ma dalla mera volontà di fare una riforma dell’università. Purchessia. Perché non si può dire sempre di no, si afferma. Ci si dovrebbe attendere che nessuno caschi nella trappola, ed in effetti poche sono state le adesioni, ma è indicativo che tra quei pochi figurino molti dei potentati accademici nostrani. Non solo quelli schierati con il Governo, devo purtroppo precisare.
Diventa quindi cruciale l’appuntamento che le Organizzazioni sindacali e le Associazioni della docenza universitaria hanno indetto per il prossimo 17 maggio per far emergere la discussione e la proposta su quale università vogliamo per questo Paese: per non lasciare il pallino in mano a quei pochi potenti che riescono da sempre ad orientare il dibattito sull’Università italiana grazie al loro ruolo di commentatori dei maggiori quotidiani nazionali.
E che, nell’appello del Riformista, si celebrano come maggioranza. Ovviamente silenziosa e volonterosa.

Note

1. L’idoneità a numero aperto a professore associato prevista in prima applicazione non implica giuridicamente una quantificazione di costi; saranno le successive chiamate a dover essere finanziate sui bilanci degli Atenei. C’è da aggiungere che la maggior parte dei possibili idonei non avrebbe un vantaggio economico immediato dall’eventuale chiamata ad associato, avendo già superato il piede stipendiale dell’associato. Solo successivamente alla conferma ed alla ricostruzione di carriera si realizzerebbero effettivi incrementi stipendiali.

2. Ciò, da un lato, per timore dei costi indotti, ma soprattutto perché i rettori hanno percepito in questa proposta il rischio evidente di essere sottoposti in prima persona ad una pressione insostenibile, a fronte di un numero presumibilmente molto elevato di idonei. In più c’è da osservare che, soprattutto i rettori più vicini al Governo - circa la metà della Crui - hanno un’avversione di tipo ideologico nei confronti di una soluzione di questo genere.

3. Ipotizzando, ad esempio, un’idoneità ad associato non a numero aperto, ma riservata a quei ricercatori che abbiano maturato determinati requisiti in termini di anzianità e di esperienza didattica

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