60 anni fa l’Armata Rossa entrava a Berlino
Settanta minuti al I maggio
David Baldini

Il “male assoluto”, il “male relativo” e la nemesi della storia

Tra i libri più citati in questi giorni c’è senza dubbio quello di papa Giovanni Paolo II, Memoria e identità (Mondadori, Milano 2005), vero e proprio testamento spirituale, frutto di una lunga ed intensa attività pastorale. Molti sono i temi teologici - ma anche politico-filosofici - in esso trattati, ma uno spicca in particolare, ed anzi appare foriero, a nostro modesto giudizio, di ulteriori interessanti sviluppi: alludiamo a quello riguardante il giudizio da dare sui totalitarismi del XX secolo, nazismo e comunismo. Ebbene, il parere del papa su tale questione appare chiaro e netto. Esso, inoltre, è tanto più meritorio quanto più l’abitudine alle interessate teorizzazioni degli storici “revisionisti” aveva comportato, alla lunga, una sorta di supina acquiescenza, se non addirittura una vera e propria complicità da parte di molti. Dopo le parole del papa, l’intercambiabilità tra nazismo e comunismo, in quanto frutto della medesima natura totalitaria1, non è più cosÏ oggettiva e fattuale, insomma automatica, come prima.
Distinguendo, con sottigliezza, tra nazismo come “male assoluto” e comunismo come “male necessario”, il pontefice Karol Wojtyla ha finalmente fatto giustizia della lunga, troppo lunga, querelle sulla veridicità dell’omologazione. Queste le sue parole: “Più tardi, ormai a guerra finita, pensavo tra me: il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo dodici anni quel sistema è crollato. Si vede che quello era il termine imposto dalla Divina Provvidenza ad una simile follia. In verità non era stata soltanto una follia - era stata una ‘bestialità’, come scrisse Konstanty Michalski. Ma di fatto la Divina Provvidenza concesse solo quei dodici anni allo scatenarsi di quel furore bestiale. Se il comunismo è sopravvissuto più a lungo e se ha ancora dinanzi a sé, pensavo allora tra me, una prospettiva di ulteriore sviluppo, deve esserci un senso in tutto questo”.
E tuttavia, nonostante tanto autorevole giudizio, non possiamo esimerci - sia pure con tutta la modestia del caso - dall’affrontare la teoria della comparazione da un punto di vista più tecnicamente metodologico, senza nutrire la benché minima intenzione di invocare a sostegno delle nostre argomentazioni la Divina Provvidenza. Ebbene, anche da un punto di vista tutto terreno e puramente laico, l’omologazione tout court dei due sistemi ci è fin dall’inizio sembrata, anche quando appariva ispirata ad una logica puramente euristica, di volta in volta parziale o tendenziosa. Non parliamo poi quando essa veniva piegata, come in questi anni spesso è accaduto, ad una logica tutta politica, avente nel presente, e non nel passato, il proprio referente.
A suffragare le nostre perplessità c’erano (e ci sono tuttora) le seguenti domande: la dialettica degli opposti (teosofia-materialismo, nazionalismo-internazionalismo, individualismo-collettivismo), tipica dei due regimi, non dovrebbe ad esempio escludere, più che legittimare, ogni forma di omologazione tra nazismo e comunismo? Oppure: un confronto tra i due regimi, pregiudizialmente orientato ad omologare piuttosto che a differenziare, non contiene già in sé le premesse della soluzione del problema? Ed infine: voler ridurre le differenze a mere questioni di dettaglio, non comporta, di conseguenza, che l’equiparazione sia non solo concepita in funzione della sua legittimazione, ma anche della sua ineluttabilità?
Sulla tendenza poi a coltivare le proprie rispettive memorie, con buona pace di coloro che le vorrebbero conciliate e smussate dei loro spigoli polemici è intervenuto, qualche tempo fa, Walter Barberis (su “La Repubblica” del 25 febbraio) con queste motivazioni: “A sinistra, con la speranza evidente di far risalire un orizzonte di valori che la vulgata revisionistica ha costretto all’angolo, ambiguamente confusi con i disvalori orrendi del comunismo sovietico. A destra, con la prospettiva di non chiudere una partita avviata sui binari di un più che onorevole pareggio, dove anche i giorni più neri di Salò hanno ormai guadagnato le pari opportunità di una certificata pulizia morale”.
A giustificazione di tutta questa confusione si potrebbe invocare la generale perdita del senso nella quale oggi viviamo e che, tipica di ogni età di mezzo (altrimenti detta di transizione), è anche il segno più eloquente che i valori - se non vengono adeguatamente tutelati - finiscono per ottundersi ed opacizzarsi.
E d’altro canto, se non si resiste al disincanto, come si può tradurre in pratica l’indicazione gramsciana sopra riportata in epigrafe, in virtù della quale si rende necessario operare perché “le forze di sviluppo” possano “divenire più consapevoli di se stesse e quindi più concretamente attive e fattive”? Possono tali forze venire aiutate a crescere adottando - sempre in nome della ragion politica - la sola arma della cautela, per di più ispirata ad una concezione al ribasso molto simile a quella del conte zio (di manzoniana memoria), per il quale occorreva, sempre e comunque, “sopire, troncare… troncare, sopire”?2
C’è anche chi ha visto, in questa indeterminatezza di obiettivi, una conseguenza del lungo processo di perdita del “tragico”, o della sua radicale trasformazione, quale ci è stato proposto da George Steiner, già a partire dalla metà degli anni Sessanta3. Tale fase, iniziatasi nel XVII secolo, avrebbe raggiunto il suo diapason proprio nella prima metà del Novecento, il “secolo innominabile”4, per poi proseguire - sulla scorta di una trasformazione antropologica venutasi a determinare a seguito dell’affermazione della società opulenta prima, e consumistica poi - fino ai nostri giorni. Ma la storia, come la natura, non facit saltus: poco rispettosa tanto delle furbizie spontanee quanto dei calcoli interessati, essa, irrompendo con la forza della sua ricorrente nemesi, si incarica di scompaginare, in un sol attimo, quanto di pretestuoso e di falso è stato costruito nel corso del tempo. Altrimenti, tenendo fermi i parametri dell’omologazione, come si potrebbe ricordare quanto accadde a Berlino, 60 anni fa, tra la fine di aprile ed i primi di maggio del 1945?
A fronte di eventi epocali di cosÏ grande rilievo, ben poca cosa finisce per apparire il vacuo chiacchiericcio relativo alla natura dei simboli politici, che pure, recentemente, ha tanto appassionato i revisionisti di tutta Europa. Per quanto ci concerne, abbiamo deciso, nel ricordare il 60° anniversario della caduta di Berlino, di attenerci semplicemente ai fatti, adottando il più classico, ed antico, dei modelli di narrazione storica: quello evenemenziale. I fatti, a nostro parere, parlano chiaro, a patto, ovviamente, che si abbia la voglia, e soprattutto l’onestà intellettuale, di volerli davvero conoscere, prima ancora che interpretare.

Poche note di storia “evenemenziale” ad uso degli immemori

Non essendo riuscito a sfondare ad Occidente, dopo la battaglia aerea d’Inghilterra5, il 22 giugno 1941 (l’année terribile per i russi), alle ore 3.15, Hitler dà ordine di eseguire l’operazione “Barbarossa”, parola in codice usata per indicare l’attacco all’Urss. Le armate tedesche invadono il territorio sovietico su un fronte di 3.200 Km, dal Mar Bianco al Mar Nero, dilagando ovunque e ad una velocità incredibile: dai trenta ai quaranta Km al giorno. Il piano di aggressione, già pronto fin dall’anno precedente6 (nonostante la firma del patto di non aggressione Molotov-Ribentropp, siglato tra i due paesi nel 1939), era stato sottoposto, nel tempo, a continue modifiche da parte dello Stato Maggiore della Werhrmacht. Esso, in realtà, aveva avuto una lunga gestazione: se quello originario prevedeva un attacco concentrato su Mosca e Kiev, con copertura a Nord di Leningrado, quello successivo comportava la significativa variante della conquista di Mosca e dell’Ucraina (con l’ausilio di forze provenienti dalla Romania) prima, la conclusiva scelta della direttrice Leningrado-Smolensk-Mosca poi.
Il 3 luglio Stalin, dopo alcune settimane di un spiegabile ed inquietante silenzio, tiene il suo celebre discorso alla nazione. L’autocrate russo, ammettendo la tragicità della situazione (la perdita della Lituania, dell’Estonia, della Lettonia, della Bielorussia e dell’Ucraina) invita tutto il popolo russo alla resistenza e alla “guerra patriottica”. Possiamo ricavare l’impressione fatta dal suo memorabile discorso-radio attraverso le impressioni di un personaggio letterario: quello creato dall’inviato di guerra e scrittore Kostantin Simonov7, il quale nel suo romanzo I vivi e i morti cosÏ descrive l’episodio: “Stalin parlava a voce lenta, scolorita, con un forte accento georgiano. Una o due volte, durante il discorso, potevi sentire il rumore di un bicchiere urtato, mentre beveva acqua. La sua voce era bassa e morbida, e poteva sembrare perfettamente calma, non fosse stato per il respiro pesante, stanco, e per quell’acqua che continuava a bere durante il discorso… C’era contrasto tra quella voce uguale e la tragica situazione in cui parlava, e nel contrasto c’era un vigore. La gente non fu sorpresa. Era quello che s’aspettava da Stalin.
L’amavano in modi diversi, sinceramente o con riserve, ammirandolo eppure temendolo, e ad alcuni non piaceva per nulla. Ma nessuno dubitava del suo coraggio e della sua ferrea volontà. E ora era un momento in cui c’era bisogno, più di qualsiasi altra cosa, di quelle sue doti, nell’uomo che stava alla testa d’un paese in guerra”.8
I meriti della resistenza, tuttavia, più che al dittatore sovietico, in seguito giustamente accusato di colpevole negligenza per aver prima distrutto i quadri dell’Armata Rossa e poi aver colpevolmente sottovalutato il pericolo tedesco, vanno senz’altro ascritti al popolo russo. “Non v’è dubbio alcuno - nota Alexander Werth - che la Russia rimase stordita da quei tremendi rovesci iniziali; eppure, quasi dal primo giorno, fu manifesto che era una guerra nazionale”.9 Di qui la sorpresa tedesca di trovarsi di fronte fin dalle prime battute, anche ad onta di una avanzata travolgente, ad una resistenza tanto accanita quanto imprevista, vera chiave di volta dell’andamento dell’intero conflitto. Nota a tale proposito Richard Overy: “Non fu la propaganda sovietica, ma il capo di Stato maggiore tedesco a osservare che i russi combattono ovunque fino all’ultimo uomo. Si arrendono solo in casi rari”.10 Sarà infatti proprio in quei giorni, nei quali i soldati russi - ritirandosi ma senza mai fuggire, ed anzi ingaggiando il combattimento ovunque fosse possibile ed anche a costo del sacrificio estremo della vita - posero le premesse per la vittoria finale.
Il successivo 13 luglio Russia e Gran Bretagna, superando pregresse diffidenze ed inimicizie, sottoscrivono un patto di mutua assistenza (cui in seguito parteciperanno anche gli americani), che si concretizzerà nella fornitura di armamenti ai russi. è la prefigurazione di quel comune fronte antinazista che porterà alla definitiva sconfitta di Hitler e dei suoi alleati (le forze dell’Asse, rappresentate, oltre che dalla Germania, anche dall’Italia e dal Giappone).
Per intanto, però, Mosca e Leningrado, cinte d’assedio, sono costrette ad una tanto epica quanto disperata resistenza. Storico fu l’esempio di dolore e di sacrificio offerto dalla popolazione della città fondata da Pietro il Grande: la metropoli - fortificata dalla popolazione con 540 Km di fossati anticarro, 640 Km di barriere di filo spinato, di 25.400 Km di trincee scoperte e di 500 postazioni per cannoni - resisterà per ben 900 giorni, offrendo al mondo intero un esempio luminoso di eroismo, pagato con un altissimo tributo di morti.11
Non essendo riuscite a sfondare a Nord, le armate hitleriane - nel 1942 - si rivolgono al Sud, non già verso le zone petrolifere del Caucaso, come avrebbero voluto i generali dello Stato Maggiore tedesco, bensÏ in direzione di Stalingrado. La scelta, imposta da Hitler, fu giustificata con un intento ideologico più che strategico. Distruggere Stalingrado, la città-simbolo dell’Urss, il luogo di culto per antonomasia del dittatore sovietico, era agli occhi del Fuehrer prioritario anche rispetto alle ragioni della strategia militare. E sarà proprio Stalingrado, dopo una eroica battaglia, prima di contenimento e poi di arresto, a rappresentare la pietra tombale dell’hitlerismo. La controffensiva russa inizia il 19 novembre, con una manovra a tenaglia operata sulla VI Armata tedesca, composta di 284.000 uomini. Tra il 1. ed il 18 gennaio 1943, a manovra conclusa, 22 divisioni tedesche vengono accerchiate. Il 30 gennaio il loro comandante, il Feldmaresciallo Von Paulus, si arrende, ed il 2 febbraio 1943 cessa ogni resistenza. Dato l’altissimo numero di morti russi, Stalingrado sarà riconosciuta dalle forze alleate quale “città martire della seconda guerra mondiale”. A questo punto della guerra, le forze anglo-americane, restie ad aprire un “secondo fronte” (lo faranno l’anno successivo con lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944), intensificano i loro sforzi in Africa settentrionale, fino alla sconfitta dei tedeschi.
Il 1943 è un anno cruciale per le sorti della guerra, è l’inizio della fine del nazifascismo. La vittoria di Stalingrado coincide, a Oriente (fronte della Vistola), con la controffensiva sovietica: dopo essersi riorganizzata, l’Armata Rossa ricomincerà a risalire la china, riconquistando ad una ad una tutte le terre precedentemente cedute al nemico giungendo cosÏ fino in terra tedesca. L’offensiva finale, scattata il 12 gennaio 1945, non si sarebbe più fermata, fino alla capitolazione della Germania.

La bandiera rossa sul Reichstag

All’alba del mattino del 25 aprile 1945, 464 mila soldati sovietici, armati ed equipaggiati di tutto punto, sono pronti a lanciarsi su Berlino. Le avanguardie si trovavano a circa sei chilometri dalla Cancelleria di Hitler e dal Reichstag; mentre il grosso dell’armata era acquartierato nelle immediate vicinanze. La vigilia del Gˆtterd‰mmerung (crepuscolo degli dei) si svolge all’insegna della sconfitta e dell’accerchiamento, come ci spiegano gli storici Antony Read e David Fisher: “Dopo aver accerchiato l’intera area della ‘Grande Berlino’, cancellando ogni speranza di soccorso e di liberazione, le forze sovietiche potevano dedicarsi all’opera di conquista del cuore della città”.12
Chiuso nel suo famoso bunker - ormai in limine mortis - il 29 aprile Hitler sposa Eva Braun. Il rito, presumibilmente celebrato dal Gaulaiter di Berlino Walter Wagner, si svolge alla presenza di pochi intimi. Esso anticipa di poco la fine. Joseph Goebbels, nello stesso giorno, comincia a dettare le sue ultime volontà, mentre nelle vie di Berlino si combatte accanitamente, casa per casa. Il giorno successivo, in una stanza del bunker Hitler ed Eva si sparano un colpo di pistola, mentre in un’altra stanza Goebbels e la moglie Magda si suicidano a loro volta, dopo aver fatto ingoiare capsule di cianuro ai loro sei figli.
Nel frattempo la morsa intorno al bunker e al palazzo del Reichstag si è fatta ancora più stretta. Ed è proprio su quest’ultimo che si concentra l’attenzione degli assedianti: “L’assalto vero e proprio al Reichstag ricominciò all’una del pomeriggio con forze notevolmente superiori, che erano state raccolte nel corso dell’intera mattinata. Il Reichstag svanÏ in una nuvola di fumo quando 89 cannoni sovietici, dagli obici da 152 mm e 203 mm agli ‘ordini di Stalin’, aprirono il fuoco nello stesso momento.”13
Alle ragioni militari della liberazione, si aggiungevano anche significati simbolici, come ci viene rivelato dal seguente colloquio telefonico tra il comandante in capo delle forze armate sovietiche, il generale Zhuckov, e il comandante delle forze impegnate nel settore di Berlino, generale Chuikov: “Possiamo sperare di liberare completamente Berlino entro il Primo Maggio?” chiese Zhuchov. “No” rispose Chuikov. “I tedeschi stanno ancora battendosi tenacemente. A giudicare dalla loro aspra resistenza, anche se essa mostra segni di cedimento, non possiamo affatto sperare in una resa immediata.”14
In realtà gli eventi avrebbero preso una piega imprevista. Un’avanguardia di soldati sovietici era riuscita a penetrare nel Reichstag, dopo feroci combattimenti. Alle 14,25 la bandiera veniva sventolata dal secondo piano dell’edificio: la forte resistenza interna non permetteva però di issarla in cima al palazzo, come gli assedianti volevano. Occorsero altre cinque ore perché due soldati, Yegorov e Kantariya riuscissero a salire sul tetto alle 22.50. “Si arrampicarono sulla statua di bronzo della Germania a cavallo e conficcarono l’asta della bandiera in un buco prodotto dagli spari vicino allo zoccolo anteriore sinistro del cavallo”.
Alle ore 22.50, settanta minuti prima del Primo Maggio,15 la bandiera rossa sventolava sul punto più alto del Palazzo del Reichstag, ormai definitivamente espugnato.
Alle sei del mattino del giorno successivo, mercoledÏ 2 maggio 1945, Berlino era caduta.

 

Note

1 Punto di riferimento di tali argomentazioni è Hannah Arendt, con il suo libro Le origini del totalitarismo, Bompiani, Milano 1976.
2 Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XIX.
3 George Steiner, Morte della tragedia, Garzanti, Milano 1992. Abbiamo citato tale libro perché contiene taluni riferimenti relativi alla periodizzazione della crisi dell’Occidente analoghi (se non proprio simili) a quelli indicati dal libro di Giovanni Paolo II, che ne fa risalire i primordi al pensiero di Cartesio.
4 Aa.Va., Il ’900, il secolo innominabile, Marsilio, Venezia 1998.
5 9 agosto-15 settembre 1940. Nel corso dello scontro, a fronte degli 857 aerei inglesi, furono abbattuti ben 2.495 aerei tedeschi.
6 A proposito del piano “Barbarossa”, nota Richard Overy (in Russia in guerra. 1941-1945, Il Saggiatore, Milano 1997): “il 3 luglio [1940] le forze armate tedesche ricevettero istruzioni, con il nome in codice ‘Fritz’, per avviare studi preliminari in vista di un’operazione contro l’Unione Sovietica”. L’attacco a sorpresa, inizialmente programmato per il maggio del 1941, scatterà, come si è detto, il mese successivo, il giorno 22 giugno.
7 Kostantin Simonov, I vivi e i morti, Editori Riuniti, Roma
8 Nota lo storico inglese Alexander Werth (in La Russia in guerra. 1941-1945, Mondadori, Milano 1966): “Questo brano è tanto più notevole in quanto fu scritto nel 1958, quando l’atteggiamento generale verso Stalin era diventato estremamente critico, ma chiaramente Simonov non volle falsare la storia su un punto essenziale”.
9 Alexander Werth, op. cit.
10 Richard Overy, op. cit.
11 Harrison E. Salisbury, I 900 giorni. L’assedio di Leningrado, Bompiani, Milano 1978.
12 Anthony Read e David Fisher, La caduta di Berlino. L’ultimo atto del Terzo Reich, Mondadori, Milano 1995.
13 Anthony Read e David Fischer, op. cit.
14 V. I. Chuicov, La fine del terzo Reich, Baldini & Castoldi, Milano 1969
15 Ormai nota è la vicenda della celebre foto della bandiera rossa sventolante sul Reichstag, riportata un po’ da tutti i manuali di storia. Essa viene cosÏ raccontata da Anthony Read e David Fisher, in op. cit.: “L’unico problema era che nessuno poteva vederla né si riusciva a fotografarla. Con la luce del mattino i fotografi trovarono per la bandiera uno sfondo più fotogenico dello zoccolo del cavallo della Germania, in quanto l’intera scena fu ricostruita per le macchine fotografiche. Ma mentre gli otturatori scattavano, nel seminterrato dell’edificio proseguiva il combattimento. Ci sarebbero volute altre ventiquattr’ore per ripulirlo degli ultimi difensori”


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