Presentazione
Giuseppe Mazzini a 200 anni dalla nascita
Enrico Panini

Tutte le nostre città dedicano un monumento a Giuseppe Mazzini, ma al di fuori delle poche pagine studiate a scuola sulla sua figura non c’è una grande attenzione. Si sa che è stato un padre della patria, ma di certo egli non ha avuto la stessa fortuna di Garibaldi e di Cavour.
Giuseppe Mazzini è stato però a torto dimenticato. Ecco perché abbiamo voluto dedicargli questo numero della nostra rivista nell’anno in cui ricorre il bicentenario della sua nascita.
Troverete in queste pagine interventi autorevoli che ci aiutano a capire di più di una figura complessa come quella di Mazzini sia in rapporto con il suo tempo ed i suoi contemporanei, sia per quanto del suo lavoro e del suo pensiero può essere considerato attuale e ancora stimolante nella nostra vita e nel nostro lavoro. Infine troverete un repertorio scelto di alcuni suoi scritti, dai quali trabocca quella passione civile, morale e (laicamente) religiosa che permeò i protagonisti del nostro Risorgimento nazionale.
Mazzini è stato un rivoluzionario, una rivoluzione repubblicana era per lui, infatti, la lotta per l’indipendenza nazionale. Ma non è solo questo il lato che affascina un sindacalista. Mazzini per primo, tra gli italiani, si occupò delle condizioni dei lavoratori e degli immigrati, denunciò con forza la tratta dei piccoli schiavi italiani che chiedevano l’elemosina nelle vie di Londra. Si preoccupò delle ingiustizie e delle disuguaglianze che il nascente sistema capitalistico andava consolidando. In questo non fu solo profetico, ma lavorò sistematicamente per forme di difesa e di emancipazione della classe lavoratrice con grande sensibilità sociale e pedagogica. SÏ, pedagogica: come non ricordare, infatti, l’importanza che egli attribuiva all’educazione e alla formazione del popolo affinché acquisisse coscienza di sé e identità? Le righe che seguono offrono uno spaccato chiaro del pensiero di Mazzini al riguardo.

L’educazione, pane dell’anima

“ (…) Voi dunque avete dovere di educarvi per quanto è in voi, e diritto a che la società alla quale appartenete non vi impedisca nella vostra opera educatrice, vi aiuti in essa e vi supplisca quando i mezzi di educazione vi manchino.
La vostra libertà, i vostri diritti, la vostra emancipazione da condizioni sociali ingiuste, la missione che ciascun di voi deve compiere qui sulla terra, dipendono dal grado di educazione che vi è dato raggiungere. Senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistar coscienza dei vostri diritti; non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza la quale non riuscirete ad emanciparvi; non potete definire a voi stessi la vostra missione.
L’educazione è il pane delle anime vostre. Senza essa, le vostre facoltà dormono assiderate, infeconde, come la potenza di vita che cova nel germe dorme isterilita, se esso è cacciato in terreno non dissodato, senza benefizio d’irrigazione e cure dell’assiduo coltivatore.
Oggi voi o non avete educazione o l’avete da uomini e da poteri che nulla rappresentano fuorché se stessi e, non servendo a un principio regolatore, sono condannati essenzialmente a mutilarla o falsarla. (…)” (G.Mazzini, L’educazione in Doveri dell’uomo, 23 aprile 1860).
Una importante novità è stata rappresentata nel pensiero mazziniano dal concetto di “associazione”, peraltro, inteso come l’unico mezzo dato all’umanità per conoscere e realizzare la sua legge di vita e attuare il “progresso continuo”, che è anche alla base dei principi costitutivi la “Giovine Europa”, per la quale il patriota ligure aveva redatto non solo l’Atto di fratellanza, ma anche lo Statuto.

Alle origini del movimento operaio

Non poca influenza esercita nel suo pensiero, negli anni di esilio londinese, la conoscenza del cartismo e del movimento associativo degli operai inglesi. Ne è una sicura riprova la vera e propria “svolta” attuata da Mazzini negli anni 1838-‘39 nei confronti del mondo del lavoro, quando promuove un’opera sistematica di iniziazione in seno all’emigrazione artigiana italiana dell’Inghilterra e della Francia, cosÏ da educare in senso nazionale e democratico gli uomini del lavoro. Sulla base di queste idee, egli fondò l’Unione degli operai italiani (1840), sostenuta dalla pubblicazione dell’“Apostolato popolare”, un periodico destinato soprattutto ai lavoratori.
Questo lavoro darà i suoi frutti dopo il 1848 quando associazioni e gruppi a base operaia, che si ispiravano alle dottrine mazziniane, cominceranno a prendere piede, sia in forma pubblica (negli Stati sardi) che clandestinamente (Milano, Parma, Livorno). Anche se l’Unione avrà vita grama e stentata, “la sua fondazione - come scrive Franco Della Peruta (Scrittori politici dell’Ottocento, tomo I, Giuseppe Mazzini e i democratici, a cura di F. Della Peruta, Ricciardi, Milano-Napoli 1969) - segna pur sempre un momento di rilievo nella storia delle classi lavoratrici italiane; essa fu infatti la prima associazione di lavoratori che, allargando i suoi orizzonti al di là della previdenza e del mutuo soccorso, fece dell’attività politica, orientata in senso democratico e nazionale, una delle sue ragioni di vita, prefigurando cosÏ le tendenze lungo le quali si sarebbe sviluppato, soprattutto negli anni tra il 1860 ed il 1871, un settore cospicuo del movimento operaio del nostro paese”.

Repubblicanesimo e associazionismo

Io vengo da una regione, l’Emilia Romagna, di antiche tradizioni repubblicane, dove è sempre stato particolarmente forte il principio di associazionismo. Basti pensare - come scrive M. Ridolfi in Il partito della repubblica. I repubblicani in Romagna e le origini del Pri nell’Italia liberale (1872-1895), Milano 1989 - che nella seconda metà dell’Ottocento ben trenta associazioni facevano capo alla consociazione di ForlÏ. Non a caso questa, roccaforte delle forze repubblicane in Romagna, fu la città dove operò Aurelio Saffi - triumviro con Mazzini della Repubblica Romana -, eletto nel consiglio comunale della città fin dal 1867 insieme con Alessandro Fortis. Sotto la presidenza di Saffi, i repubblicani avevano dato vita, nel 1872, anche ad una banca popolare a struttura cooperativa. Certo, essi non furono i primi, ma è diffusa la convinzione che il movimento cooperativo affondi le sue radici nel repubblicanesimo mazziniano. Ne fu convinto assertore Giovanni Spadolini che scrisse: “E’ dal tronco del repubblicanesimo che sorgerà anni più tardi, nel 1886, la Lega nazionale delle cooperative”.

L’emancipazione delle donne

Ma c’è un altro aspetto dell’associazionismo mazziniano che mi piace sottolineare e che ci fa sentire Mazzini più vicino: esso fu contrassegnato, fin dalle origini, da una forte attenzione alla condizione delle donne. Ad esempio, nel numero del 25 febbraio 1873 de “La donna” (una rivista nata a Padova nel 1868 e diretta da Gualberta Beccari, mazziniana convinta ed antesignana del movimento di emancipazione femminile in Italia) compare un articolo di Giorgina Crauford Saffi sulla Società artigiana femminile, nel quale educazione popolare e ruolo della donna vengono fatti dipendere da una più generale riforma della vita della nazione. L’idea di far nascere una società femminile autonoma era sicuramente innovativa: la presenza delle donne nelle società di mutuo soccorso, fondate da uomini, veniva infatti a tal punto osteggiata “… che quelle che le ammettevano, le cosiddette società promiscue o miste, non esitavano a far pagare loro quote associative superiori a quelle pagate dagli uomini, con una logi perciò attenta soprattutto all’equilibrio finanziario tra rischi ed entrate, in una prospettiva più assicurativa che solidaristica” (A. Gigli Marchetti, Associazionismo operaio e associazionismo femminile alle origini delle ideologie cooperative.1854-1886, cit. in Liviana Gazzetta, Giorgina Saffi, Angeli, Milano 2003).
Noi non amiamo le celebrazioni fini a se stesse, ma in un momento cosÏ grave di calo dei valori forti e identitari della nostra storia ci è piaciuto ricordare Giuseppe Mazzini per il suo contributo di idee e di fatti alla cultura politica e civile del nostro paese. Quelle idee e quei fatti di cui gli italiani e gli europei gli sono debitori.

 

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