Mazzini ieri

Introduzione
L’Italia tra un “Risorgimento” e l’altro

David Baldini

Le ricorrenze storiche, ivi comprese quelle a cifra tonda, poco o nulla ci dicono sul commemorato - od anche sull'evento “storico” - di turno, a meno di soddisfare due esigenze.
La prima riguarda la necessità di evitare ogni forma di eccesso apologetico, dal momento che il libero appassionato sfogo del sentimento, in genere naturalmente inclinato verso lo sfoggio oratorio, se lasciato a se stesso finisce per risultare contingente ed effimero, se non addirittura dannoso. E lo è non solo per quanto attiene alla rappresentazione dell'evento in sé, ma anche per quanto concerne quella parte di “verità” storica in esso contenuta che, come ogni “verità”, richiede per l'appunto senso della misura e sobrietà.
La seconda investe il ritualismo soft e di maniera, che, se non sostenuto da una adeguata politica culturale, sembra egualmente destinato a rifluire in un vacuo e sterile esercizio retorico-formale.
E cosÏ, costretti a navigare tra Scilla e Cariddi, ci siamo premuniti, nella celebrazione di questo bicentenario mazziniano, prendendo alcune precauzioni.
Ad esempio, onde ricercare la chiave di volta sulla quale impostare il rapporto giusto che lega chi si assume l'onere di officiare il rito della memoria (noi) al personaggio officiato (Mazzini), abbiamo scelto di strutturare questo numero monografico con un occhio rivolto al milieu, consapevoli, come non mai, che nel nostro caso la forma finisce per coincidere con la sostanza. Dovendo sceverare all'interno del pensiero e dell'opera di un tanto “padre della patria”, come si sarebbe potuto ignorare lo sfondo storico nel quale egli operò (l'intero Risorgimento nazionale), o trascurare il patrimonio politico, morale ed ideale a lui legato e che - quasi senza soluzione di continuità - in qualche modo è giunto fino ai nostri giorni?
Avendo tenuto presenti tali problematiche, ci auguriamo che questo monografico corrisponda alle attese dei lettori. I contributi pervenutici infatti, evitato ogni rischio del passatismo, ci offrono una lettura di Mazzini il più possibile puntuale, soprattutto attenta a cogliere gli elementi di continuità all'interno della nostra storia nazionale. LÏ dove è stato possibile, essi si spingono “oltre” il personaggio, il quale, da elemento d'occasione, finisce per tramutarsi in pasta e lievito non solo per uno stimolo intellettuale più “alto”, ma anche per una proposta - se non proprio rivolta a sollecitare nuove “scelte di vita” - di certo atta a corrispondere al bisogno di individuare modelli di riferimento morali e civili adeguati, tali insomma da non risultare rétro (o peggio ancora ostici) alle giovani generazioni.
E cosÏ, “ripensare” oggi il Risorgimento a partire da Mazzini, lungi dall'essere un'operazione archeologica, ha finito per rappresentare - per noi - un momento di scelta militante, tanto attuale quanto urgente, soprattutto in riferimento alla particolare fase storica che stiamo attraversando. A ricordarcelo, basterebbe la sciagurata revisione costituzionale oggi in corso, vero e proprio grimaldello usato dalla destra per forzare e distruggere, a colpi di maggioranza, la nostra stessa unità nazionale. Basti leggere il Titolo V (Le Regioni, Le Province, I Comuni), il quale, all'Art. 17, recita: “Spetta alle Regioni la potestà legislativa esclusiva nelle seguenti materie: a) assistenza e organizzazione sanitaria; b) organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche; c) definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione; d) polizia locale”.
Come si vede, non è possibile “ripensare” a fondo il processo unitario del nostro paese, senza in qualche modo riferirlo alle problematiche connesse all'oggi. Onde però rendere produttivo tale “ripensamento”, è necessario liberarsi, ed anche al più presto, di lacci e lacciuoli quali ci provengono dal nostro passato prossimo e recente, tali da continuare a condizionare, ancora, anche il nostro presente.
I primi sono quelli rappresentati da residui e cascami legati al “Ventennio”. Essi si sono sedimentati anche sulla nostra successiva storia civile, a causa dell'azione egemonica esercitata dal fascismo sul Risorgimento, piegato a fini puramente politici e propagandistici. Usando l'arma della bolsa retorica, patriottarda e nazionalistica, il regime mussoliniano ha finito per snaturare i tratti più autentici del nostro processo unitario, quali, fin dalle origini, sono sempre stati quelli dell'aspirazione alla democrazia, della ricerca della concordia tra i popoli, dell'anelito alla libertà e alla pace.
I secondi sono al contrario rappresentati da reticenze e luoghi comuni, pregiudizi ed incomprensioni, adesioni tiepide e rifiuti radicali quali - da sempre - hanno albergato (spesso con toni anche eccessivamente polemici) tra le forze politiche e sociali della sinistra e che oggi, a nostro avviso, non hanno più ragione di essere. Crediamo infatti che su tutto sia lecito praticare l'esercizio del dubbio tranne che su di un punto: cioè sul fatto che le nostre radici di popolo e di nazione abbiano la loro sede nel Risorgimento nazionale, depositario e tutore delle nostre prime forme di moderna democrazia parlamentare. L'unità del paese, giunta a coronamento di un lungo e doloroso travaglio, contrassegnato dalla schiavitù e dalla dipendenza dallo straniero, fu infatti preparata con il pensiero e con l'azione, ma anche con le lacrime e con il sangue di molte generazioni di nostri connazionali, alcuni dei quali non hanno esitato a sacrificare la loro vita anche in giovanissima età.
Accettare questo dato di fatto non vuol dire affatto disconoscerne le ombre e le inevitabili incongruenze. Vuol dire, più semplicemente, condividerne il valore essenziale, quello di evento fondante della nostra unità nazionale, come del resto non mancarono di fare - nel momento più acuto e difficile della lotta antifascista - gli uomini della Resistenza. Questi, alla ricerca di ideali di riferimento, nonché di una ragione per vivere e morire, non esitarono un attimo, nella battaglia condotta per l'indipendenza, a richiamarsi alla tradizione e agli ideali del “Primo Risorgimento”, onde dare vita ad un “Secondo Risorgimento” nazionale sulla linea di una sostanziale continuità.
Tale identificazione sembra dar ragione al celebre detto di Croce, secondo il quale “ogni storia è storia contemporanea”. Ne accettiamo lo spirito, nella consapevolezza però che ogni generazione scrive la propria storia sempre daccapo, sulla scorta di principi e modelli di pensiero sempre cangianti. Ed oggi i modelli cangianti ci dicono che dobbiamo urgentemente riappropriarci della nostra storia unitaria, come del resto le discussioni oggi in voga sul tema dell’“identità” stanno eloquentemente ad indicare.
Per parte nostra, tornando al bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, ci auguriamo che dalle prevedibili pubbliche celebrazioni storici ed intellettuali rispondano a quella stessa domanda che a suo tempo George Lefebvre - con un candore in verità un po' sospetto - pose pubblicamente a proposito di Robespierre: “Mazziniani, antimazzinani, per favore: diteci semplicemente chi era Giuseppe Mazzini!”. Questa domanda, posta in termini “aperti”, e fuor di ogni polemica, potrebbe costituire l'ideale viatico per la difesa, la tutela ed il vero rinnovamento della nostra Repubblica nata dalla Resistenza. Entro questi limiti, un cammino a ritroso nella storia non solo risulterà proficuo, ma sarà sicuramente foriero di speranza per l'avvenire. Non si tratta infatti di tornare a dialogare con “eroi” esemplari, o con icone ormai esangui e disincarnate dai processi della storia, quali ci sono state consegnate da una certa tradizione storica; si tratta al contrario di riscoprire uomini e donne in carne ed ossa, attivamente partecipi del processo di liberazione e di unificazione del nostro paese.
Infine (last, but non least), a spingerci in direzione del monografico ci sono state, almeno, altre due ragioni: la prima, di natura pedagogico-didattica, riguarda la convinzione che gli insegnanti non possano non dedicare (al di là dei “programmi”) almeno una minima riflessione all'evento; il secondo, di natura storico-politica, investe la convinzione che Mazzini, e con lui il “Primo” (ma anche il “Secondo Risorgimento”), debbano essere studiati, tutelati e difesi - oggi come non mai - nelle nostre pubbliche scuole. Solo cosÏ saremo forse in grado di porre un argine alla montante crisi politica e morale (oltre che economica) quale è quella che oggi attanaglia il nostro paese. E questa, francamente, non ci sembra impresa da poco.

 

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