editoriale
Le nostre radici comuni
Enrico Panini
In che strani tempi viviamo. Da più parti giungono allarmi sul rischio di perdere la nostra identità. La globalizzazione che scaccia le nazionalità e le comunità locali; l’immigrazione che rischia di contaminare la nostra cultura. In effetti il mondo cambia e anche rapidamente. Quello che siamo adesso è frutto della storia dei secoli e dei millenni che ci hanno preceduto. Quello che saremo e che saranno i nostri figli e nipoti è frutto di quella storia e di quanto stiamo vivendo oggi. è sempre stato così. Noi non siamo uguali ai nostri bisnonni e i nostri pronipoti non saranno come noi.
Ma questo, ovviamente, non significa che si debba stare a guardare. C’è un patrimonio fatto di idee, principi, morale che ci appartiene e in cui ci riconosciamo. è un bagaglio che ci accompagna e che determina la nostra vita civile e le regole che la scansionano. Questo patrimonio e questo bagaglio, anch’esso storicamente determinato, è la nostra identità collettiva. Nostra di italiani e nostra di europei.
Questo problema, dell’identità, è ricorrente. Ricordate il dibattito sulla Costituzione europea? E da un po’ di tempo la questione delle nostre “radici giudaico e cristiane” è venuta prepotentemente alla ribalta come connotato fondamentale della nostra civiltà e del nostro essere. Non v’è alcun dubbio che la cultura giudaica e quella cristiana e la religione ebraica e quella cristiana, nelle sue varie e diverse espressioni, siano connotati fondamentali della storia europea, nel bene e nel male. Ciò che suona strano in questa (legittima) rivendicazione è, da una parte l’uso politico che se ne fa, e, dall’altra, il suo erigersi a barriera, a muro divisorio.
L’Europa ha vissuto secoli di guerra quando della religione si è fatto un uso politico e quando è stata usata come divisorio. Su questo c’è poco da eccepire. è la storia.
Allora ritorniamo alla questione identità. Possiamo per convenzione abbracciare con lo sguardo l’ultimo millennio della storia europea e occidentale (quell’altra la conosciamo poco o niente). La cultura e la filosofia greca sono alla base del nostro pensiero e della nostra organizzazione politica (pensiamo alla polis). Il cristianesimo ha fondato la nostra etica, la nostra pietas. Il diritto romano ha posto le basi della nostra civiltà giuridica. L’umanesimo ci ha liberato dal pregiudizio. Il pensiero scientifico del Seicento ha aperto la strada alla scienza. L’illuminismo ci ha insegnato la libertà. Le rivoluzioni francese e americana e poi quelle nazionali dell’Ottocento e poi quella russa del Novecento ci hanno insegnato la patria, la democrazia, i diritti dell’uomo, la sovranità popolare... Le lotte di liberazione dei popoli contro il colonialismo ci hanno insegnato a guardare oltre, vedere “l’altro”. La tragedia del Novecento europeo, le due guerre mondiali, le dittature, la shoah hanno prodotto la conseguenza più significativa sulla nostra vita attuale.
La Resistenza europea, la guerra di liberazione hanno generato il nuovo patto fondativo dell’Europa e dei suoi singoli stati: le Costituzioni democratiche.
Noi siamo tutto questo, nel bene e nel male. In sessant’anni l’Europa, almeno quella comunitaria, non ha più vissuto l’orrore della guerra. Italiani, francesi, tedeschi, olandesi hanno un sentire comune: le nostre sono società libere, democratiche, tolleranti. Quello che siamo, il nostro contratto sociale, il patto di convivenza è scritto nelle Costituzioni e la nostra democrazia nasce dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione.
Ecco perché, per ciò che riguarda noi italiani, il 25 aprile è la festa di tutti, è una data fondativa che ci dà identità nazionale. La Resistenza ha compiuto il Risorgimento. Questo ci ha dato l’unità nazionale, quella la Repubblica democratica fondata sul lavoro.
E c’è poco da etichettare. La Resistenza e l’antifascismo non sono – come qualcuno millanta – il comunismo: sono l’Italia nelle sue diverse sfaccettature e pluralità culturali e ideologiche.
Chi vuole riscrivere i libri di storia su canovacci dettati per decreto fa un’operazione di spoliazione della nostra identità, molto peggio di quanto potrebbero fare torme di nemici puntualmente avvistati alle “porte” quando serve per cercare di recuperare consenso.
Allora ricordiamo agli accaniti difensori delle nostre identità (compresi quelli che fanno un uso improprio della nostra bandiera) che la nostra connotazione più forte dal punto di vista del patto civico è che abbiamo costruito un democrazia sulle ceneri di una dittatura e che la nostra Costituzione è la nostra identità collettiva, il sistema di valori condiviso. Chi fa strame della Costituzione e del processo storico da cui è nata straccia la ragione stessa del nostro stare insieme.
Questo speciale “25 aprile” raccoglie testimonianze e materiali documentali con l’ambizione di dare il senso di un avvenimento di portata europea, la lotta di liberazione, che ha mobilitato i più diversi tra ideali e utopie
Fra alcune settimane i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi, mediante lo strumento del Referendum, sulle modifiche alla nostra Costituzione approvate dal Parlamento.
Questi materiali saranno utili anche per preparare al meglio quell’appuntamento, perché, da troppo tempo, è in atto un attacco alle stesse radici antifasciste sulle quali poggia e cresce la nostra Costituzione.
Infine, nelle aule delle scuole, delle università ed in tutti i luoghi nei quali si opera con ragazzi o adulti occorre mettere in campo un impegno particolare per ricordare adeguatamente questo 25 aprile. La fine della Guerra e la Liberazione dalla dittatura fascista sono scadenze che devono trovare in luoghi deputati per eccellenza al confronto ed alla crescita azioni di studio e di approfondimento, in grado di coinvolgere giovani ed adulti in una riflessione che metta in luce la straordinaria forza e attualità dell’impegno e del sacrificio di migliaia di persone che consentirono di costruire un Paese libero e democratico.
è il modo migliore per spezzare una delega impropria che, da diverso tempo, regola molti rapporti fra i cittadini e la politica, per affermare il legame stretto che esiste fra conoscenza e democrazia, per utilizzare al meglio i materiali che sono qui raccolti.