introduzione

Il sangue dell'Europa e la costruzione della democrazia
Enrico Panini

Nel suo celebre libro Tutte le strade conducono a Roma1, uscito nell’immediato dopoguerra, Leo Valiani annotava nella Prefazione: “Questa non è la storia della nostra guerra di liberazione. La storia conviene scriverla a maggior distanza di tempo e la scriverà meglio, probabilmente, chi non sia stato attore del dramma”. Ebbene, questo impegno - in Italia come in Europa - è stato in generale mantenuto. Esso ha riguardato non solo gli “attori” del dramma, divenuti cronisti e storici consapevoli di se stessi e degli altri, ma anche, come era naturale, gli studiosi di professione.
Ciò che ha lasciato a desiderare, semmai, è stata la continuità dell’impegno. Avremmo francamente preferito che la complessa vicenda resistenziale si fosse dipanata nel tempo non per strappi bensì, come meritava, con regolarità, con una applicazione degli ingegni e delle coscienze più convinta e generosa.
Ma tant’è. Forse era anche utopistico sperare che quell’evento, da tutti percepito come l’architrave del processo di unificazione europea, potesse continuare a rimanere centrale nella memoria dei più, mentre il Vecchio Continente veniva attraversato da grandi processi di trasformazione politico-sociale, divenuti addirittura impetuosi subito dopo la fine della “guerra fredda”. Alcuni di questi, poi, hanno avuto una rilevanza tale da segnare delle vere e proprie “svolte” nella storia del mondo: basti pensare, ad esempio, alla caduta “epocale” dei regimi comunisti dell’Est (dopo il 1989), al governo del mondo da parte di una sola superpotenza (gli Usa), alla creazione della moneta unica europea (l’euro).
Che il cammino postbellico dell’Europa non fosse affatto facile era stato del resto lucidamente preconizzato, già negli anni Settanta, da uno scrittore della fama di Heinrich Böll. Nell’intervista concessa a René Wintzen, il grande scrittore, osservava a proposito della Germania: “I tedeschi non hanno mai preso chiara nozione della loro storia, non arrivo a dire colpa, e così è cominciato ciò che lei chiama impegno: eh sì, a un tratto ci siamo svegliati e abbiamo pensato: ‘Per l’amor di Dio, come andrà a finire tutto ciò?’. Col riarmo, ricomparvero anche vecchi ufficiali nazisti, ricomparvero gli industriali dagli angolini dove erano internati o dove stavano al sicuro, e la faccenda si è fatta ad un tratto molto chiara”2.

L’ambiguo desiderio di normalità

Eppure non c’erano allora ragioni di geopolitica (il mondo era diviso tradizionalmente in due blocchi, come era stato deciso a Yalta) o di sviluppo economico (si stava affermando la società opulenta, ma non ancora quella consumistica). C’era piuttosto, come bene evidenzia Böll un po’ in tutti i romanzi di quel periodo, un ambiguo desiderio di normalità (non di rado, anche di nostalgia per il passato) da parte di taluni ceti politici borghesi, cui corrispondeva, in campo democratico, una sorta di stanchezza morale, di estenuazione dei valori, di ottundimento delle coscienze.
A questa generale tendenza di ripiegamento non doveva risultare estranea neppure l’Italia, nella quale la Resistenza, lunga almeno tanto quanto il fascismo, ha avuto caratteri del tutto peculiari. Da noi la lotta di Liberazione, spesso avvertita come evento “incompiuto”, ha sempre sollecitato da una parte forti pulsioni identitarie, dall’altra forme di indifferenza o di ostilità. Eppure era chiaro a tutti che essa costituiva la pietra angolare di una comune Costituzione, quella repubblicana, da nessuno mai apertamente osteggiata.
è dunque proprio all’interno di questa dicotomia che devono essere ricercate le ragioni delle diverse interpretazioni tuttora in voga della Resistenza italiana; questa, quasi fosse una sorta di Giano bifronte, da una parte viene abbracciata e fatta assurgere ad evento centrale della nostra storia recente (essa è, come si è anche detto, il nostro “secondo Risorgimento”), dall’altra viene percepita come evento “di parte” e relegata perciò ad un ruolo decisamente insignificante. Le stesse Istituzioni repubblicane, pur da sempre positivamente impegnate a disseminarne i valori, hanno finito esse stesse per cadere vittime di una sorta di inerzia rituale. La liturgia dell’evento, confinata nell’angusto spazio canonico di “una volta l’anno”, da evento fondante ha finito per diventare un episodio di ordinaria celebrazione.

Dalla memorialistica al revisionismo storico

Chi tuttavia ha risentito di più di questa spaccatura, sul piano concreto, sono state le giovani generazioni, quelle che, venute dopo la fine della guerra, quanto più si allontanavano dalla lotta di Liberazione tanto più divenivano inerti ed indifferenti. In progressione, su di loro agiva sempre meno la pedagogia morale e civile legata alla Resistenza, per giungere fino all’odierna deriva.
E tuttavia non sempre è stato così. Ce lo ricorda, ad esempio, uno storico come Guido Quazza3, il quale, ripercorrendo l’intera parabola delle vicende susseguenti alla lotta di Liberazione fino ai primi anni Settanta, così articolava le fasi dell’evento: “In una prima fase, che si può collocare tra il 1945 e il 1955, hanno dominato la memorialistica e la storiografia di partito. In una seconda, fra il 1955 e il 1965, l’indagine filologica e la discussione metodologica. Soltanto nella terza, maturata fra il ’65 e il ’68, e con il ’68 diventata un impegno di larghe proporzioni, l’oggetto della riflessione si è ampliato e si è affrontata la Resistenza con una prospettiva di ‘lungo periodo’”.
Purtroppo, se giusta era l’analisi, errata era la valutazione relativa al “lungo periodo”. Gli anni Sessanta e Settanta dovevano infatti costituire l’apogeo della vicenda memoriale legata alla Resistenza. E poiché, come sappiamo, il punto di maggior fioritura coincide quasi sempre - nella storia dei popoli come in quella, più effimera, delle mode - con il momento del declino e della decadenza, così, dopo il miracolo economico e gli “indimenticabili anni” del ’68, in cui la storia resistenziale era stata rivisitata sulla scorta di posizioni polemiche ed accesamente iconoclaste, l’interesse per la lotta di Liberazione ha cominciato a venire meno, mostrando le sue prime crepe.
Di qui la dira necessitas di dover aggiungere, alle tre fasi indicate da Quazza, una quarta, anch’essa europea ed italiana, in controtendenza rispetto alle precedenti e ad alto tasso di distruttività per quanto concerne i valori: essa va sotto il nome, ormai arcinoto, di “revisionismo storico”.
Tale indirizzo, sorto in Germania con il nome di Historikerstreit (disputa fra storici), ha avuto ripercussioni anche in tutta Europa, finendo per collocarsi - anche a lungo - al centro del dibattito storiografico e politico. Il suo limite intrinseco consiste non già nel termine di “revisione” (addirittura tautologico per chi esercita il mestiere della ricerca storica) bensì nell’uso che di esso è stato fatto. Così esso è ad esempio spiegato da Antonio Missiroli4, nella sua Presentazione al libro di Hans-Ulrich Wehler Le mani sulla storia: “Ciò che [Wehler] rimprovera ai ‘revisionisti’ non è infatti tanto il loro voler mettere ‘le mani sulla storia’, il loro voler ristabilire una ‘tradizione inventata’ ad uso e consumo della svolta neoconservatrice, ma il modo subdolo, ideologico e poco rispettoso degli standard scientifici riconosciuti, con cui l’intera operazione è stata finora condotta”.
Il revisionismo, introdotto in Italia, non poteva che attecchire con immediatezza. E come avrebbe potuto essere altrimenti, dal momento che nel nostro Paese un certo indirizzo revisionistico esisteva già (sia pure di ben altro livello rispetto a quello tedesco, sostanzialmente fermo a discettare sulle ragioni del “passato che non passa”), emblematicamente rappresentato dalla “rilettura” del fascismo operata da Renzo De Felice?5
Da allora in poi, molto cammino in questa direzione è stato fatto: da noi, dove tutte le pulsioni più profonde sembrano destinate a vivere sempre allo stato di incandescenza (al calor bianco), siamo giunti al paradosso dell’“anti-antifascismo”. In virtù di esso la Resistenza, ben lungi dall’essere interpretata come la vera comune radice dell’intero Paese, è tornata ad essere artatamente confusa con il comunismo tout court, divenendo ancora una volta ingombro e pietra d’inciampo. Ne sono prova i recenti sciagurati tentativi di manipolazione della Costituzione repubblicana, vecchio sogno della destra fascista del passato, da parte del governo di centrodestra di oggi. Con essi, si è determinato un tuffo nel passato, a quel peccato d’origine - vero male oscuro e nodo rimasto irrisolto della nostra storia - che trova la sua sintesi più eloquente nella formula ormai comunemente usata per definire la guerra di Liberazione: quella di “guerra civile” 6.


La forza di valori comuni

Sembra dunque essere tornato d’attualità il vecchio giudizio che, come uno spettro, credevamo per sempre esorcizzato dalla nostra storia dopo la guerra di Liberazione, del fascismo come dell’“autobiografia degli italiani”, secondo la celebre formula utilizzata da Piero Gobetti. A rendere attuali i cascami di tale sciagurata “autobiografia” contribuiscono, purtroppo, taluni ambienti del centro cosiddetto “moderato” e cattolico, i quali, in tutti questi anni, non hanno cessato di gridare al pericolo comunista in assenza del comunismo stesso (quello ovviamente storicamente realizzato).
Che fare dunque se la Resistenza, oggi come ieri, ben lungi dall’essere vista come patrimonio di tutta una nazione, viene ancora considerata un evento “di parte” e quindi, in quanto tale, da respingere? Ebbene, a questa domanda è possibile una sola risposta: occorre difendere ancor di più i valori della Resistenza, anche a tutela dei suoi stessi detrattori.
Tale direzione di marcia, del resto, ci viene indicata dagli stessi protagonisti della lotta di Liberazione i quali, benché ormai avanti con gli anni, non hanno a tutt’oggi dismesso il loro impegno originario. E ciò ad onta dei comportamenti provocatori ed irriverenti loro riservati dal governo di centrodestra che, fin dai suoi primi atti, per rendere a tutti chiaro quali fossero le sue reali intenzioni in materia, non ha trovato di meglio che tagliare i fondi agli Istituti Nazionali per la Storia del Movimento di Liberazione.
Ma i vecchi resistenti, ancor oggi, non demordono: sono ancora lì in prima linea, saldamente attestati - e noi con loro - a ricordare a tutti, favorevoli e contrari, di quante lacrime e sangue ci sia stato bisogno per riconquistare la democrazia, l’indipendenza e la libertà nel nostro Paese. Attingiamo dunque da loro lo stimolo giusto, perché sia allontanata da noi ogni fiacchezza, sia respinto ogni disincanto, sia fugato ogni dubbio.
Ad aiutarci, ci soccorre anche la ripresa - da parte loro - di una produzione memorialistica, questa sì davvero eccezionale, che potremmo definire di “ultima generazione”. Ben lungi dall’essere una riproposizione del passato, tale attività di scrittura sembra piuttosto configurarsi come una mèta per il futuro, nel senso che già Norberto Bobbio indicava nel lontano 1973. Il filosofo torinese, nella sua Premessa al libro di D. Livio Bianco Guerra partigiana7, infatti scriveva: “Se in una società sempre più corrotta e volgare come le nostra, abbiamo ancora qualche ragione di guardare al passato e di trarne un conforto, questo passato è la resistenza viva, non quella imbalsamata, la resistenza incompiuta e interrotta, o rinviata o spezzata […], la resistenza come impeto, come ‘conato’, destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato […]”.

L’impegno politico e civile dei partigiani

Ebbene, le testimonianze orali e scritte, raccolte in questo numero di “VS La Rivista”, sembrano andare proprio in questa direzione. A suffragare tale affermazione, c’è la vasta gamma di sentimenti e di passioni in esse rappresentati, ma anche la specialissima dedizione con la quale l’impegno politico e civile è stato affrontato. E dunque, proprio in ragione di questa calda umanità, “VS La Rivista” si è assunto il compito di proporre questo simbolico florilegio in primo luogo a insegnanti e studenti, perché esse non siano mai dimenticate.
Possiamo così tuffarci, attraverso il racconto intenso ed appassionato di Adriano Ossicini8, nella Roma degli anni Trenta ed entrare in contatto, in particolare, con l’Ospedale Fatebenefratelli. Luogo della mente (essendo cuore del cuore di Roma) ancor più che della politica, scopriamo che esso, in realtà, fu tanto fucina di antifascisti, quanto rifugio per molti romani, sottratti al rastrellamento del ghetto operato dai nazifascisti grazie alla solidarietà del personale medico.
Un sentimento di orrore si percepisce ancora, a tanta distanza di tempo, dalle parole di Bruno Trentin, il quale, tra i tanti episodi raccontati, rievoca il tragico episodio dei partigiani di Bassano del Grappa: prima impiccati ad un gancio di macellaio, furono poi appesi nella via centrale della cittadina veneta (“ogni albero aveva un partigiano impiccato”). Un abbandono nostalgico, eppur immutabilmente combattivo, traspare dalle parole di “Gabriella”, nome di battaglia della “staffetta” partigiana Tina Anselmi, la cui coerenza morale avrebbe caratterizzato l’impegno di tutta una vita. Una volontà di reazione contro l’asfissiante clima del fascismo imperante si percepisce nel racconto di Miriam Mafai, la quale, con pochi rapidissimi flash, ci restituisce la particolare atmosfera di tensioni che caratterizzò la sua giovinezza tra Genova e Roma. Un esempio di raro rigore morale ci è offerto dalla testimonianza di Giorgio Bocca: giovanissimo comandante partigiano, diverrà, nella nuova Italia repubblicana, la coscienza critica delle sorti niente affatto “magnifiche e progressive” della nostra sempre fragile democrazia.
Non meno eloquenti ed intense risultano anche le testimonianze scritte.
Alessandro Cortese de Bosis9, ci trasmette la sua curiosità di uomo risorgimentale nel constatare di quante rugosità - ma sarebbe forse meglio dire aporie - si nutre quasi sempre la storia. Nipote di Lauro, l’intrepido martire morto dopo il suo lancio di manifestini antifascisti su Roma, fece di tutto per collaborare, in qualità di ufficiale, con le forze alleate che stavano risalendo la penisola. Di qui le sue osservazioni sulla loro variegata composizione: erano truppe multinazionali e multietniche, nelle quali convivevano insieme indiani indù e musulmani, ebrei della 36a Jewish Brigade e sudafricani (neri e bianchi), per arrivare fino ai maori della Nuova Zelanda. Il tutto, riunito sotto le insegne di Sua Maestà britannica.
Legata alle vicende della propria terra emiliana è la giovanissima “staffetta” partigiana Teresa Vergalli: con la sua testimonianza ella cerca di renderci partecipi di quel carico di affetti e di dolore quale le derivava dal vedere i luoghi della sua infanzia sconvolti e violati dall’orrore della guerra. Sono tuttavia i suoi compagni di lotta a campeggiare nel suo racconto, assurti nella sua immaginazione ad epiche figure di eroi popolari, impegnati in una lotta senza quartiere per la democrazia e la libertà.
Infine, non abbiamo trovato parole più congrue di quelle usate da David Maria Turoldo nel ripercorrere il calvario dei resistenti europei. Esse, ispirata parodia di Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea, costituiscono quello straordinario brano di prosa lirica dall’eloquente titolo Ai morti e ai vivi d’Europa. In tal modo ci sembra di aver anche finalmente collocato, al di là delle miserevoli e deprimenti polemiche nostrane, la Resistenza italiana nel suo giusto e naturale contesto: l’Europa. Qui si trovano infatti le comuni radici di quella comune lotta per la libertà quale ci viene attestata da quel libro straordinario, e purtroppo ancora non adeguatamente conosciuto, che porta il titolo, appunto, di Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea10.

I nostro doveri oggi

Ad indicarne l’altissimo significato didattico-pedagogico, del resto, aveva già provveduto uno scrittore grandissimo, Thomas Mann, che nel lontano 1954 rivolgeva a stesso, nella sua celeberrima Prefazione alle Lettere, una domanda ancor oggi (e, presumiamo, anche negli anni a venire) destinata a rimanere cruciale: “Sarebbe vana, dunque, superata e respinta dalla vita, la fede, la speranza, la volontà di sacrificio d’una gioventù europea che, se ha assunto il bel nome di Résistance, della resistenza internazionale e concorde contro lo scempio dei propri paesi, contro l’onta di un’Europa hitleriana e l’orrore di un mondo hitleriano, non voleva semplicemente ‘resistere’, ma sentiva di essere l’avanguardia di una migliore società umana? Tutto ciò sarebbe stato invano? Inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte?” La sua risposta, perentoria e senza incertezze, è: “No, non può essere”.
E ciò egli diceva non certo per vaghezza di scrittore, ma perché egli stesso memore, da cittadino, delle parole di quel martire della Resistenza europea il quale, poco prima di morire, aveva scritto: “La vita e il sentimento che mi hanno pervaso non moriranno”.
I morituri, affidandosi all’umanità dei posteri, cioè di noi tutti, ci avevano in realtà inchiodati al dovere di un impegno che sarebbe semplicemente empio pensare di poter disattendere. Non dovremmo infatti sentirci tutti accomunati da vera autentica pietas, nei confronti di chi, al prezzo della propria vita, ci ha restituito quella libertà e quella democrazia che erano state conculcate, in Europa, dalla barbarie nazifascista?
Noi, impegnati come sempre a celebrare la festività del 25 Aprile - che quest’anno viene a coincidere con le celebrazioni del centenario della nascita della Cgil -, crediamo fermamente di sì. Gli altri si comportino pure come meglio credono.

Note

1. Leo Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, La Nuova Italia, Firenze 1947.
2. Heinrich Böll, Intervista sulla memoria, la rabbia, la speranza, Laterza, Bari 1979.
3.Guido Quazza, Resistenza e storia italiana. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976.
4. Hans-Ulrich Wehler, Le mani sulla storia, Ponte Alle Grazie, Firenze 1989.
5. Il primo vol. della monumentale opera defeliciana, Mussolini il rivoluzionario, (Einaudi, Torino) era uscita nel 1965.
6. La formula è stata utilizzata per primo, come categoria storiografica, da Claudio Pavone nel suo libro Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991. Lo stesso Pavone, dopo aver parlato nel suo libro anche di altre due guerre (quella patriottica e quella di classe) oltre quella civile, scrive nel cap. 5, quasi denunciando una linea di tendenza che si sarebbe venuta in seguito decisamente accentuando: “L’interpretazione della lotta fra la Resistenza e la Repubblica sociale italiana come guerra civile ha incontrato da parte degli antifascisti, almeno fino a questi ultimissimi tempi, ostilità e reticenza, tanto che l’espressione ha finito con l’essere usata quasi soltanto dai vinti fascisti, che l’hanno provocatoriamente agitata contro i vincitori”.
7. D. Livio Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino 1973.
8. Adriano Ossicini, Un’isola sul Tevere, Editori Riuniti, Roma 2005.
9. Alessandro Cortese de Bosis, In terra di nessuno, G International Communications, Roma 2006.
10. Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi, Torino 1963.

 

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