la scuola francese ai tempi di Vichy
Memoria della scuola perseguitata
Pino Patroncini
Come tutti i regimi anche la Francia di Petain mise le mani sulla scuola per farne una portavoce e umiliare l’istanza di libertà che dovrebbe essere connaturata alla cultura.
Licenziamenti, assassini e deportazioni, ma anche rifiuto e resistenza. Il tributo di sangue dei maestri
In tempi di giornate dedicate alla memoria, in cui la scuola viene chiamata a ricordare l’olocausto ebraico ad opera dei nazisti e tutte le persecuzioni che, per contesto storico o per analogia, il ricordo suggerisce, c’è da chiedersi quanto la scuola sia consapevole di essere stata e di essere ancora uno dei principali oggetti di operazioni di persecuzione. Lo scorso anno avevamo preso in considerazione il caso della scuola spagnola, di come essa fu travolta nelle vicende della guerra civile e di come un mix di autoritarismo e tradizionalismo vi venne instaurato, non senza aver prima estirpato, fisicamente, non solo metaforicamente, ogni resistenza da parte dei docenti.
Un caso analogo occorse alla Francia negli anni dell’occupazione nazista a nord e del regime collaborazionista di Petain a sud. Anzi nel caso francese possiamo parlare di una vera propria repressione della scuola in sé.
La “petainizzazione” della scuola francese
Non è un mistero che la scuola francese era cresciuta fin dal 1880 intorno ad una forte idea di scuola repubblicana che aveva corroborato nell’istituzione e nel corpo docente solidi principi di senso dello stato e della nazione. L’evoluzione politica della Francia nel Novecento non aveva fatto altro che accentuare queste caratteristiche scolastiche in senso laico e democratico, con i radicali al governo nella prima decade del Novecento e con il governo di Fronte Popolare negli anni Trenta. La situazione di fronte a cui la scuola francese venne a trovarsi con la sconfitta del 1940, l’occupazione nazista e, soprattutto, l’armistizio, appariva quindi di per sé come la negazione di tutta la sua logica fondante.
Naturale che una scuola siffatta costituisse un problema in sé per il partito dell’armistizio e per il maresciallo Petain che l’aveva firmato e vi aveva costruito sopra un governo che cercava di trasformare in regime. D’altra parte l’ex vincitore di Verdun, che rifiutava ostinatamente di considerare le cause militari della sconfitta, non aveva mai fatto mistero di attribuirne le cause ad una decadenza generale in cui il paese sarebbe precipitato negli anni precedenti, negli anni del governo del Fronte Popolare, espressione di una mostruosa alleanza tra il comunismo moscovita e l’ebraismo massonico, che aveva fatto prevalere l’edonismo sullo spirito di sacrificio, rammollendo cosÏ la nazione francese. E in ciò un ruolo preponderante l’avevano svolto la democratizzazione progressiva della scuola e la sua laicizzazione volute da radicali, socialisti e comunisti. I primi avevano infatti sviluppato la scuola comunale, popolare, fino a farne un canale parallelo agli aristocratici licei, e poi tutti insieme avevano provveduto a unificarne i programmi in direzione di una scuola che innalzasse la cultura nazionale per tutti uniformemente e per gradi, anziché per ordini scolastici e sociali.
La rivoluzione nazionale che da Vichy il maresciallo vorrebbe imporre al paese, o almeno alla parte che controlla, è dunque caratterizzata dal potere personale, dall’esaltazione dell’ordine e della famiglia e dall’alleanza con la Chiesa cattolica. Per la prima volta dalla rivoluzione francese, si può dire, la Francia è governata da un regime controrivoluzionario. E la scuola ne risente a partire dalla sua laicità. Nonostante che gli uomini del regime abbiano anche provenienze politiche diverse, non escluse quelle di sinistra approdate prima al partito dell’armistizio in nome di un pacifismo integrale e di qui poi al fascismo, il ministero dell’educazione tocca ad Albert Rivaud, proveniente dai gruppi universitari della tradizionalista Action FranÁaise.
Gli insegnanti, sospettati di socialismo e di pacifismo, sono al centro del mirino. “Gli insegnanti e i politici, più che i generali, hanno messo la Francia in ginocchio” dice Petain al suo entourage. E partono una serie di provvedimenti diretti alla scuola.
In tutte le scuole il ritratto del maresciallo sostituisce il busto di Marianna, e “Marechal, nous voilà, devant toi” deve sostituire la “Marsigliese” nei canti degli alunni.
Il 17 luglio 1940 una legge dà al governo il potere di licenziare senza giusta causa tutti i dipendenti pubblici che mostrino di essere elementi di disordine, politicanti o incapaci. Il 13 agosto un’altra legge elimina dai pubblici impieghi i massoni. Il 3 ottobre tocca agli ebrei. Da questo momento i docenti sono tenuti a firmare una dichiarazione in cui si dica che non sono né ebrei né massoni. Il 9 novembre un decreto scioglie i sindacati. Il 20 settembre 1941 il governo arriva a chiudere le Scuole Normali, la vecchia denominazione degli istituti magistrali, considerate pericolosi “seminari laici”. D’ora in poi i maestri verranno solo dai licei e non da scuole a cui si accedeva anche dalle più popolari scuole comunali.
2.500 insegnanti verranno licenziati, messi in pensione d’autorità o sospesi. Alcuni anche arrestati e incarcerati. Alcuni nomi famosi si hanno soprattutto negli ambienti della secondaria superiore o dell’università: gli ebrei Claude Levi-Strauss, Marc Bloch, Henri Bergson, e i comunisti Roger Garaudy, Henri Wallon, il fisico Paul Langevin. Di quest’ultimo la Gestapo dirà: “tanto pericoloso per il nazional-socialismo quanto i filosofi del Settecento lo furono per l’Ancien Regime”. Ma la maggior parte sono ignoti maestri di campagna o di città.
Nel 1944 il regime collaborazionista di Vichy si macchierà anche dell’assassinio di Jean Zay, ministro radicale dell’educazione nel governo del Fronte Popolare: ebreo, massone ed ex ministro di un governo con i comunisti, doveva sembrare la quintessenza della decadenza francese per i sostenitori di Petain.
Alla fine del 1940 mancano addirittura gli insegnanti per coprire tutte le classi: ai 2.500 cacciati via si aggiungono i molti prigionieri di guerra. Per questo, passato il primo periodo del 1940-41, la repressione sugli insegnanti diminuisce e colpisce solo coloro che manifestano apertamente la loro idea politica, come capiterà al giovane professore di storia Albert Soboul, destituito per aver partecipato alla manifestazione patriottica del 14 luglio 1942.
La resistenza
degli insegnanti
All’azione repressiva sul piano fisico e politico si accompagna quella sul piano didattico. Il regime ha bisogno di modificare lo spirito della scuola primaria e mettere in riga la scuola comunale, focolaio di principi repubblicani. Abolisce i programmi unici e scuole di città e scuole di campagna avranno programmi diversi. Differenzia l’educazione maschile e femminile: per i maschi bisogna privilegiare l’esercizio fisico e per le femmine attività proiettate sul futuro ruolo di madri. I prefetti incitano i maestri a fare propaganda per il governo.
I programmi della secondaria vengono rivisti, alcuni autori esclusi, le biblioteche epurate. I docenti sono sotto sorveglianza e non mancano le delazioni. I docenti vengono invitati a fare lezioni più tecniche.
In un primo momento, tra l’angoscia della sconfitta e la sorpresa dell’armistizio, i docenti francesi sembrano disorientati. Non si sa bene che fare, neanche di fronte ai rischi che corrono colleghi ebrei o notoriamente impegnanti politicamente. Una testimonianza insospettabile viene da Georges Pompidou, all’epoca professore di lettere classiche in un liceo parigino: “Certo, per conto mio, io incoraggiavo tutti i miei amici a resistere e a sperare. Certo mi comportavo allo stesso modo con i miei allievi delle classi preparatorie. Certo quando dei miei amici ebrei mi domandavano asilo, li accoglievo e li aiutavo come potevo. Ma, ciò detto, restavo passivo. Soprattutto non sapevo dove rivolgermi. I primi che mi parlarono d’azione mi sembrarono di un’incoscienza folle e che fossero dei provocatori”.
Dal momento che per tutti gli anni Trenta gli insegnanti erano stati fortemente impegnati nel movimento pacifista, gioca anche a favore del disorientamento una posizione pacifista integrale che praticamente sostiene “meglio l’armistizio e l’occupazione che la guerra”. Una posizione in un primo momento alimentata anche dal Partito Comunista, in ragione del sostegno al patto Molotov-Von Ribbentrop, ma poi abbandonata per la repressione che si abbatte subito sui comunisti e poi, definitivamente, per l’aggressione tedesca all’Unione Sovietica.
Ma, repubblicani convinti come sono, gli insegnanti non possono associarsi a un regime che nega tutti i loro valori, che finanzia le scuole private e che autorizza di nuovo i religiosi ad insegnare (la proibizione all’insegnamento da parte dei religiosi risaliva a un provvedimento radicale del 1904). Essi eseguono puntualmente i “riti” del regime (dal ritratto del maresciallo in classe alla distribuzione delle vitamine e del bicchiere di latte), ma con distacco. Essi, lamentano i sostenitori di Petain, continuano a fare la storia come prima e si comportano come se il ministro fosse ancora Jean Zay. è questo il modo più diffuso di resistere, tanto più che, passato il primo momento dominato dai sospetti e dalle delazioni, gli insegnanti, i maestri in modo particolare, riacquistano subito il loro prestigio agli occhi dei cittadini, tanto che non mancano le petizioni popolari nei comuni rurali contro l’allontanamento d’autorità di insegnanti accusati di svolgere un’opera di sindacalismo estremista. Nel dicembre del 1940 un manifesto dei maestri e delle maestre di Francia invoca la rifondazione del sindacato nazionale, nel 1941 circola clandestinamente l’Ecole Laique, giornale contro la politica scolastica di Petain.
Col 1942 alcuni maestri entrano nella resistenza armata. Due capi del Maquis, Georges Guionguin nel Limosino e Fernand Dupuys nel Corréze, sono maestri elementari. Anche in questo caso la presenza dei maestri elementari è più numerosa e anonima, mentre dei docenti della secondaria e dell’università si conoscono di più le gesta per essere stati spesso fondatori di gruppi politici di resistenza o di giornali clandestini, come Raymond Aron, professore a Tolosa che si inquadra nella resistenza gollista e lavora a La France Libre, o il filosofo Jean Cavaillès, licenziato nel ’42 e fucilato nel ’43, che fonda il gruppo indipendente Liberation, o Georges Bidault, che fonda il gruppo democristiano Liberté che poi si aggregherà al più noto Combat, o Guy Mollet futuro segretario della Sfio o Georges Politzer che punta alla resistenza intellettuale e fonda un’originale Université Libre. Ma complessivamente sono 189 i maestri elementari fucilati durante l’occupazione e 292 quelli morti nei campi di concentramento tedeschi.
(Notizie e citazioni sono tratte da B.Compagnon-A.Thévenin, Histoire des instituteurs et des professeurs, Perrin 2001) |