Ma due mezze bugie non fanno una verità
Enrico Panini
Poco prima di Pasqua il Paese è stato riempito dagli slogan di quella che passerà alla storia come la più grande offensiva mediatica da quando il Ministro Moratti è alla guida del dicastero di Viale Trastevere.
Giocata sul filo della mezza verità e della mezza bugia è arrivata alle famiglie italiane una informazione completamente distorta: “Tutti a scuola fino a 18 anni; obbligo fino a 18 anni; ecc.”. Comunicazione calibrata come nei migliori supermarket, per poter sostenere - in caso di contestazioni - che non è vero che la notizia è falsa ma si tratta di saperla … leggere. Pertanto la notizia è accuratamente ambigua e ha un obiettivo preciso da perseguire: nascondere le vere scelte e, non potendo presentare risultati concreti positivi dell’azione di governo in materia di istruzione, cercare un po’ di consenso a pochi giorni dal voto per le elezioni regionali inventandosi una realtà che non esiste.
Ci scuserà il nostro lettore se usiamo un tono e termini che non abbiamo mai utilizzato, ma siamo francamente indignati per questo uso sfacciato della disinformazione.
Si può pensarla diversamente, si possono leggere diversamente i fatti, tutto questo fa parte della dialettica democratica, ma capovolgere la realtà e sparare bugie colossali rappresenta un salto di qualità senza precedenti.
L’obbligo scolastico Non solo non è vero che è stato innalzato l’obbligo nel nostro Paese, ma ci è stato scippato anche l’obbligo scolastico previsto dalla Costituzione.
Infatti, il Decreto legislativo sul diritto-dovere non nasconde il suo obiettivo fin dal primo articolo: ridefinire l’obbligo scolastico previsto dall’art. 34 della Costituzione sostituendolo con il diritto-dovere. Mentre all’art. 2 si precisa che il diritto-dovere avrà inizio fin dalla prima classe del ciclo primario.
Obbligo e diritto-dovere non sono davvero la stessa cosa, anzi specie in questo caso uno è il contrario dell’altro. Facciamo un esempio. Nessun cittadino potrà mai pensare che l’affermazione “Tutti hanno l’obbligo di pagare le tasse” sia equivalente all’affermazione “Tutti hanno il diritto-dovere di pagare le tasse”. Non solo non sono equivalenti ma la seconda affermazione non può essere spacciata come più moderna o completa della prima, a meno ché non si voglia favorire l’evasione fiscale!
La verità è che con questo Decreto legislativo si dà vita alla vera privatizzazione del nostro sistema scolastico e, non a caso, si riscrive nei fatti la Costituzione.
In questi anni abbiamo usato il termine privatizzazione per denunciare il trasferimento di risorse al sistema privato, per criticare l’indebolimento dell’offerta di istruzione pubblica e la crisi crescente nella quale il Ministero sta mettendo il funzionamento di tante scuole favorendo, in questo modo, la scuola privata.
Con l’introduzione del diritto-dovere conosciamo un’altra faccia della privatizzazione, quella che colpisce al cuore, quella che rompe ogni idea solidale e comunitaria di istruzione. L’accezione è tipica del pensiero neoliberale, quello che considera ogni intervento dello Stato come un limite per la democrazia e che considera come punti fondamentali, da un lato, lo Stato minimo e, dall’altro, il cittadino consumatore.
In questo senso la propaganda del Ministero è un non senso, questo Governo non potrebbe mai ampliare l’obbligo perché le sue scelte di fondo si muovono in direzione esattamente contraria.
Infatti, con il Decreto approvato il 24 marzo dal Consiglio dei Ministri, non si amplia l’obbligo scolastico, la cui durata è stata riportata, con l’entrata in vigore della legge 53, alla durata di otto anni, cioè alla fine della terza media.
Proseguire o meno gli studi oltre la terza media è una scelta che continua a essere affidata alle decisioni di ogni famiglia.
Ma che tutto sia riportato alle scelte del cittadino-consumatore lo si evince con chiarezza dal fatto che è stato riscritto l’art.34 della Costituzione e che il diritto-dovere inizierà dalla prima elementare.
Con l’obbligo sancito dalla Costituzione è la Repubblica che si assume la responsabilità di garantire un percorso scolastico, la sua qualità, l’istituzione delle scuole, le condizioni perché tutti la frequentino.
Con il diritto-dovere la responsabilità passa in capo alle singole famiglie e diventa un fatto etico, lo Stato si autoesclude.
Quando si entra nel campo delle singole scelte è evidente che saranno determinanti nei comportamenti delle famiglie il loro titolo di studio, le condizioni economiche, il territorio di residenza, ecc. Cioè tutte quelle condizioni che già adesso fanno sÏ che il figlio di un laureato vada al classico, mentre il figlio di lavoratore senza o con un basso titolo di studio non sempre completi la scuola media; ma se per caso lo fa e prosegue gli studi il suo destino sono le professionali.
Il ritrarsi dello Stato, che spaccia per libertà l’approdo individualistico alle possibilità, non solo non comporterà più l’impegno a rimuovere queste differenze sociali, ma le renderà strutturali perché esse verranno assunte come naturali, ovvie.
Il Decreto sull’alternanza
scuola lavoro Nessuna visione astratta o apocalittica ci guida nel delineare questo quadro come conseguente alle scelte contenute nel Decreto sul diritto-dovere, semplicemente abbiamo ben presente e abbiamo studiato ciò che sta accadendo in altre situazioni dove il neoliberalismo ha governato le scelte di ristrutturazione dei sistemi educativi. Che una scuola minima sia funzionale ad un modello classista di una società più divisa e più separata lo testimonia anche una considerazione legata all’altro Decreto approvato nella stessa giornata.
Ci riferiamo al Decreto sull’alternanza scuola lavoro, termine che ha connotato alcune fra le più impegnative sperimentazioni della scuola secondaria e che ora viene utilizzato per coprire un’autentica nefandezza.
Infatti, tutto il Decreto (le cui modalità si aggiungono a quelle già esistenti: prosecuzione degli studi; formazione professionale; contratto di apprendistato) si regge sul fatto che per chi decidesse di avvalersi di questa opzione non viene definito un numero di ore minimo da passare in attività di istruzione. Il rapporto fra aula e lavoro verrà definito nelle convenzioni fra la singola scuola e la singola azienda.
Non c’è che dire in quanto ad assenza di ogni garanzia, di ogni regola.
Ritornando al diritto-dovere, deve destare forte preoccupazione il fatto che si sia voluto precisare che esso comincia con la prima elementare. Non sarà un’affermazione priva di conseguenze e i più deboli saranno i primi a pagare le conseguenze di questa torsione della nostra Costituzione. Penso in particolare agli alunni disabili, il cui inserimento nelle classi comuni, in una situazione di obbligo scolastico, non sempre è privo di ostacoli: che cosa potrà comportare rispetto al loro diritto all’istruzione dover fare i conti con il diritto-dovere?
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