Rapporto Almalaurea 2005
Laureato e (semi)occupato
Fabrizio Dacrema
La laurea aiuta a trovare lavoro. Ma anche questo dato è in declino come l’economia del nostro paese. Migliorare l’offerta formativa è importante, ma anche allargare gli sbocchi lavorativi. I fallimenti
di cinque anni di governo. Aumenta il precariato
e la discriminazione delle donne
Sono stati resi pubblici i risultati dell’ottava indagine nazionale sulla condizione occupazionale dei laureati delle 45 Università (60% degli atenei) aderenti al consorzio Almalaurea. Complessivamente sono stati analizzati 75.000 laureati, di cui oltre 10.000 i laureati post-riforma coinvolti per la prima volta.
La rilevazione condotta tra settembre e novembre 2005 su 75.000 laureati delle sessioni estive 2004, 2002, 2000 mette in luce dati di assoluto interesse sul rapporto tra università e mercato del lavoro.
Un’economia
senza qualità
Anche quest’ultimo rapporto conferma la tendenza strutturale di tutti i paesi sviluppati all’efficacia occupazionale della laurea che anche in Italia premia i laureati con l’86% di occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo.
Tuttavia una più attenta lettura dei dati dell’indagine conferma le preoccupazioni più volte denunciate circa le difficoltà della nostra economia a competere sul terreno della qualità: in Italia abbiamo meno laureati rispetto agli altri paesi sviluppati (ci collochiamo tra il Messico e la Turchia), ma il nostro sistema produttivo fa fatica ad assorbirli (la popolazione attiva laureata è meno del 10% del totale). Addirittura il tasso di occupabilità dei nostri pochi laureati è declinante.
Continua, infatti, a contrarsi l’occupazione dei neo-laureati a un anno dal conseguimento del titolo che scende al 53,7%, mentre nel 2004 era al 54,2 del 2003, nel 2002 al 54,9% e nel 2000 al 57,5.
Le donne laureate, ottime studentesse (mediamente superiori ai maschi negli esiti di apprendimento), incontrano più difficoltà degli uomini a trovare un lavoro: lavora il 58% degli uomini contro il 54% delle donne.
Al sud (41%) lavorano meno laureati che al nord (65%).
Anche i percorsi di inserimento lavorativo dei laureati si rivelano problematici e accidentati, contrassegnati da esperienze di precariato di basso profilo e da basse retribuzioni.
Calano i lavori stabili: ad un anno dalla laurea solo il 39% dei laureati ha un lavoro stabile (-2% rispetto alla precedente rilevazione e più di 6 punti in meno rispetto a quella del 2001), mentre a cinque anni dalla laurea è stabile il 73% dei laureati (-1%).
Questi dati scontano gli effetti negativi delle politiche governative sul mercato del lavoro e dei tagli e dei blocchi dei concorsi nel settore pubblico che in fatto di precarietà batte il settore privato: il 38% dei laureati sono assunti a tempo determinato nel settore pubblico contro il 25% di quello privato; anche il contratto di collaborazione prevale nel pubblico (40% contro 30 del privato).
La retribuzione è di circa mille euro mensili (997 medie per chi si è laureato nel 2004, mentre nel 2002 erano 1.015), anche in questo caso le cose vanno peggio per le donne (guadagnano 885 euro contro i 1.136 degli uomini) e per il sud (1.191 euro contro il 1.366 del nord).
Infine, l’alta percentuale di giovani che continua a studiare, intraprendendo la laurea specialistica dopo il conseguimento della laurea triennale (54%, di cui 36% senza alcun rapporto di lavoro), conferma l’effetto di scoraggiamento a presentatasi in un mercato del lavoro in cui non ci sono speranze di inserimento, come è già evidenziato dai dati Istat sulla disoccupazione.
Più lauree
e diverso sviluppo
I rapporti annuali di Almalaurea ci dicono con chiarezza che l’obiettivo indispensabile di aumentare i laureati per far entrare il nostro paese nella società della conoscenza può essere realisticamente perseguito se contemporaneamente la nostra diventa un’economia della conoscenza. Il nostro sistema economico, sia privato che pubblico, oggi chiede meno conoscenze e competenze di quelle ancora molto scarse che sono offerte dal sistema formativo.
La possibile ripresa della crescita economica deve quindi agire congiuntamente con la leva dell’aumento della formazione e del cambiamento del modello di sviluppo, valorizzando il ruolo delle Università e degli Enti di Ricerca per favorire il riposizionamento qualitativo delle nostre imprese.
È vero, infatti, che le piccole imprese a specializzazione produttiva obsoleta non assumono laureati perché non gli servono e per paura di fare un investimento su personale che poi non riusciranno a trattenere al proprio interno; ma è anche vero che le imprese che cercano laureati spesso non li trovano con il tipo di competenze di cui hanno bisogno.
Per rimuovere questo circolo vizioso occorre un nuovo intervento pubblico, una nuova capacità di programmazione.
In particolare, a livello locale, sono decisivi patti tra autonomie locali, parti sociali, università, ricerca e formazione per riprogettare lo sviluppo locale coinvolgendo e orientando le università.
Da questo punto di vista non serve moltiplicare tante piccole università dedite all’alta formazione senza ricerca (università sottocasa), è, invece, determinante creare nuove relazioni tra università, territorio e mondo della produzione.
In questo l’autonomia è un valore e non un limite, l’università non deve sottrarsi al confronto né appiattirsi: deve sviluppare capacità di leggere e interpretare la realtà locale per contribuire a dare risposte di lungo periodo e strategiche.
Laurea triennale
e mercato del lavoro
I dati sui laureati post-riforma forniti dal rapporto Almalaurea confermano alcuni effetti positivi realizzati dal nuovo ordinamento universitario.
Sono diminuiti gli abbandoni (dal 70 al 40%) e si è abbreviato il tempo dei percorsi (è quasi triplicato il numero dei laureati “in corso”, oggi al 38%). Sono anche aumentate le iscrizioni (+ 10-15% annuo).
I dati non sono ancora consolidati perché siamo ancora alla prima attuazione, ma l’inversione di tendenza è chiara e positiva.
Tuttavia, non mancano i punti critici evidenziati anche dalla stessa indagine.
La laurea triennale non è percepita come immediatamente spendibile nel mercato del lavoro, né come corso di studi autonomo. La maggioranza degli studenti (54%), infatti, prosegue gli studi passando alla laurea specialistica, che nella logica della riforma era stata pensata per il 10-15% che intendeva pervenire ad una specializzazione superiore aggiuntiva alla laurea. L’alto livello di prosecuzione, invece, rivela che viene considerata come naturale prosecuzione e completamento del corso di studi.
Questo accade sia per le difficoltà del mercato del lavoro ad assorbire i nuovi laureati sia per i limiti di attuazione della riforma, realizzata senza risorse e senza programmazione dell’offerta. Insufficiente rinnovamento metodologico-didattico e proliferazione autoreferenziale dei corsi sono spesso le cause dell’abbassamento della qualità che si è riscontrato in molte situazioni e che spinge a compensare allungando i percorsi.
Il risultato rischia di essere, paradossalmente, il contrario di quanto era atteso: i percorsi universitari rischiano di allungarsi e dequalificarsi, mentre la riforma intendeva abbreviarli, qualificali e specializzarli.
L’azione di miglioramento della riforma non può essere - come ha fatto Moratti - di rimettere ancora tutto in discussione (modello a “y”), ma di rimettere al centro la laurea triennale intendola come una solida formazione culturale e professionale da completare con percorsi di specializzazione professionale non universitari.
* Coordinatore Dipartimento
Formazione e Ricerca Cgil