Un classico da non dimenticare
Il ragazzo non è né un uomo né una bestia. è un ragazzo
Jean-jacques Rousseau (1712 – 1778)

La rilettura di un classico della pedagogia ci riporta alla mente idee all’apparenza elementari, ma che tuttavia oggi sempre più tendono ad essere dimenticare.
Il fanciullo, insomma, è solo ed esclusivamente un fanciullo

e l’uomo è un essere forte e il fanciullo un essere debole, non è perché il primo abbia maggior forza assoluta del secondo; ma perché il primo può naturalmente bastare a sé stesso e l’altro non lo può. L’uomo deve aver dunque più volontà; il fanciullo più fantasie; parola, questa, con la quale intendo tutti i desiderii che non sono veri bisogni e che non si possono soddisfare se non con l’altrui concorso....
La natura vi rimedia con il provvido amore dei padri e delle madri; ma questo amore può avere il suo eccesso, i suoi difetti, i suoi abusi. Vi sono genitori che, vivendo nello stato civile, vi traspongono il loro figliuolo precocemente. Dandogli maggiori bisogni di quelli che egli abbia, essi non alleviano la sua debolezza, l’aumentano. E l’accrescono ancora, esigendo da lui ciò che la natura non esigeva, sottomettendo alle loro volontà quel po’ di forza che egli ha per servire le sue, cambiando da una parte o dall’altra in ischiavitù la dipendenza reciproca in cui lo tiene la sua debolezza e in cui lo tiene il loro affetto. L’uomo saggio sa stare al suo posto; il fanciullo, che non conosce il suo, non può mantenervisi. Egli ha fra noi mille espedienti per uscirne; spetta a coloro che lo educano di trattenerlo; e questo non è un compito facile.
Egli non deve essere né bestia né uomo; ma fanciullo; bisogna che senta la sua debolezza e non che ne soffra; è necessario che dipenda e non che obbedisca; deve chiedere e non comandare. Non è sottoposto agli altri che per i suoi bisogni, e perché gli altri vedano ciò che gli è utile, ciò che può cooperare o nuocere alla sua conservazione. Nessuno ha il diritto, neppure il padre, d’imporre al fanciullo ciò che non gli può giovare.
Vi sono due specie di dipendenze: quella dalle cose, che è nella natura; quella dagli uomini, che è nella società. Siccome la dipendenza dalle cose non ha alcuna legge morale, non nuoce alla libertà e non genera alcun vizio; la dipendenza dagli uomini è invece disordinata, li genera tutti e per causa di essa il padrone e lo schiavo si depravano scambievolmente.
Il solo mezzo che c’è per impedire a questo male della società è quello di costituire la legge di armare le volontà generali di una forza reale, superiore all’azione di ogni volontà particolare. Se le leggi delle nazioni potessero avere, come quelle di una inflessibilità che mai alcuna forza umana potesse vincere, la dipendenza dagli uomini ridiventerebbe allora dipendenza dalle cose; si riunirebbero nella repubblica tutti i vantaggi dello stato naturale con quelli dello stato civile; si aggiungerebbe alla libertà, che mantiene l’uomo esente da vizii, la moralità che lo eleva a virtù. Mantenete il fanciullo nella sola dipendenza dalle cose e voi avrete seguito l’ordine della natura nel progresso della sua educazione. Non offrite mai alla sua volontà indiscreta che ostacoli fisici o punizioni che nascano dalle azioni stesse e che egli ricordi all’occasione: senza proibirgli di far male, basta impedirglielo.
Solo l’esperienza o l’impotenza devono per lui tener luogo di legge. Non concedete nulla ai suoi desideri perché egli lo chiede, ma perché ne ha effettivamente bisogno. Che egli non sappia ciò che è l’obbedienza quando agisce né ciò che è il comando, quando si agisce per lui. Che egli senta ugualmente la sua libertà nelle sue azioni e nelle vostre. Supplite alla forza che gli manca per essere libero e non per essere imperioso; e fate che ricevendo i vostri aiuti con un tantino di umiliazione, egli aspiri al momento di poterne fare a meno, e di potere aver l’onore di servirsi da sé.
Per fortificare il corpo e farlo crescere, la natura ha mezzi che non bisogna contrariare. Non bisogna costringere un fanciullo a star fermo, quando vuole muoversi, né a muoversi, quando vuole star fermo. Quando la volontà dei fanciulli non è guastata per colpa nostra, essi non vogliono nulla che sia inutile. Bisogna che essi saltino, corrano, gridino quando ne hanno voglia. Tutti i loro movimenti sono bisogni della loro costituzione, che cerca di fortificarsi; ma bisogna diffidare di ciò che essi desiderano senza poterlo fare da soli e che altri è obbligato a fare per loro. Allora occorre distinguere attentamente il vero bisogno, il bisogno naturale, dal bisogno di capriccio, che comincia a nascere, o da quello che proviene solo dalla esuberanza di vita, alla quale ho accennato....
Abbiate soprattutto cura di non fare apprendere al fanciullo vane formule di cortesia, che gli servano all’occasione come formule magiche per sottomettere alla sua volontà tutto quello che lo circonda e per ottenere all’istante ciò che gli piace. Nell’educazione cerimoniosa dei ricchi non si manca mai di rendere i fanciulli gentilmente prepotenti, prescrivendo i termini di cui devono fare uso perché nessuno osi resistere loro; i figliuoli dei ricchi non hanno né tono né maniere supplichevoli; sono anche arroganti, e più quando pregano che quando comandano, come se fossero assai più sicuri di essere obbediti. Si vede subito che il “per piacere” significa, in bocca loro, “mi piace”, e che “vi prego” significa “vi ordino”. Mirabile cortesia, che ha per loro il solo scopo di cambiare il senso delle parole, e di poter parlare soltanto con autorità.
Per conto mio temo meno la grossolanità di Emilio che la sua arroganza e preferisco che egli dica pregando: “fate questo”, anziché comandando: “vi prego”. Non il termine che usa importa, ma il significato che vi annette...
Che cosa c’è di più urtante, di più contrario che vedere un fanciullo imperioso e ribelle comandare su tutto quanto lo circonda, e prendere spudoratamente il tono di padrone con coloro i quali potrebbero farlo perire, semplicemente se lo abbandonassero?
D’altra parte chi non vede che la debolezza della prima età incatena i fanciulli in tanti modi, che è una barbarie aggiungere a questa soggezione quella dei nostri capricci, togliendo loro una libertà così limitata, della quale essi possono abusare così poco e di cui è tanto poco utile per essi e per noi che siano privati? Se non c’è essere più ridicolo di un fanciullo altezzoso, non c’è nessuno più compassionevole di un fanciullo timido. Poiché con l’età della ragione comincia la servitù civile, perché prevenirla con la servitù privata?
Tolleriamo che un istante della vita sia esente da questo giogo che la natura non ci ha imposto, e lasciamo all’infanzia l’esercizio della libertà naturale che, per un po’ di tempo almeno, l’allontana dai vizii che si contraggono nella schiavitù. Che questi istitutori severi, che questi padri asserviti ai loro figliuoli vengano dunque, gli uni e gli altri, con le loro frivole obbiezioni; e prima di vantare i loro metodi, imparino una volta quello della natura.
E ritorno alla pratica. Ho già detto che il fanciullo non deve ottenere nulla perché lo chiede, ma perché ne ha bisogno; né far nulla per obbedienza, ma solo per necessità; così le parole obbedire e comandare saranno proscritte dal suo dizionario, e ancor più, dovere e obbligo. Ma le parole forza, necessità, impotenza e soggezione vi devono tenere un posto importante.
Prima dell’età della ragione non si può avere alcuna idea degli esseri morali, né delle relazioni sociali; bisogna dunque, per quanto è possibile, evitare di adoperare parole che esprimano quei concetti, per timore che il fanciullo, in un primo momento, attribuisca a quelle parole idee false che poi non si potranno o non si sapranno più distruggere. La prima idea falsa che entrasse nella sua testa rappresenterebbe per lui il germe dell’errore e del vizio; a questo primo passo bisogna soprattutto fare attenzione. Fate in modo che sino a tanto che egli è colpito solo dalle cose sensibili, tutte le sue idee si fermino alle sensazioni; procurate che egli scorga intorno a sé solo il mondo fisico; altrimenti siate pur certi che egli non vi ascolterà affatto, oppure che egli si farà del mondo morale, di cui gli parlate, idee fantastiche che voi non riuscirete a cancellare dalla sua vita.

Da Jean-Jacques Rousseau, Emilio, La Nuova Italia, Firenze 1959

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