Presentazione
Ridare un senso alla parola “riforma”
Enrico Panini

Alessandro Laterza intervenendo al nostro seminario nazionale sul Mezzogiorno, una delle numerose ed importanti iniziative che hanno caratterizzato il nostro percorso programmatico a partire dal 19 ottobre, ha espresso compiacimento perché in ore ed ore di discussione il Ministro Moratti non era quasi mai stata citata.
Ci ha fatto piacere questa affermazione perché, senza nulla togliere alla nostra capacità di contrasto a provvedimenti che consideriamo sbagliati, segnala che abbiamo consapevolmente aperto una riflessione autonoma, potenzialmente in grado di delineare un quadro compiuto di proposte di ampio respiro riuscendo ad andare oltre l’incalzare della immediatezza dello scontro politico.
Abbiamo svolto ore e ore di discussione e confronto, coinvolto competenze preziose perché ci aiutassero in questo cammino, coinvolto diverse migliaia di persone, iscritte e non al nostro sindacato.
Abbiamo scelto intenzionalmente questo metodo, che ci pare adeguato ad una fase in cui l’opposizione ai provvedimenti del Governo ha visto crescere un forte protagonismo delle persone che noi consideriamo una risorsa democratica a cui attingere.
Cresce e si sta consolidando nel Paese un ampio schieramento che chiede l’abrogazione dei provvedimenti del Governo e del Ministro su scuola, università e ricerca. Analoga richiesta è contenuta nelle posizioni che i 12 componenti la segreteria nazionale della Cgil hanno fatto avere a Romano Prodi e ai partiti del centro-sinistra sulle principali esigenze del nostro Paese.
Per quanto ci riguarda l’abbiamo ribadito più volte e con convinzione.
Il recente Congresso del maggiore partito dell’opposizione si è concluso con un ordine del giorno, approvato all’unanimità, molto netto e che ha indicato nella cancellazione della Legge Moratti un obiettivo condiviso e da perseguire. Uno dei pochi ordini del giorno, se non l’unico, a spendere un termine così impegnativo su un atto dell’attuale Governo. Altre importanti forze politiche hanno espresso con chiarezza questa richiesta. E’ un obiettivo giusto perché riconosce nei contenuti dei provvedimenti contestati scelte che non sono mediabili perché delineano un’altra idea di società e di relazione fra le persone, prefigurano un modello alternativo a quello definito nella Costituzione del nostro Paese.
I provvedimenti approvati o in corso di approvazione su scuola, università e ricerca rappresentano il collante ideologico che giustifica e supporta la Legge 30 sul mercato del lavoro. Una Legge che atomizza i lavoratori, li rende sempre più precarizzati e li vorrebbe ricondurre alla contrattazione individuale delle proprie condizioni di lavoro cancellando alla radice qualsiasi forma di rappresentanza sindacale.
E’ per noi evidente che oltre ad un potente apparato comunicativo, utilizzato per la ricerca del consenso immediato, una simile disposizione ha bisogno di una visione coerente sugli apparati che riproducono il sapere e lo distribuiscono che non possono che risultare coerenti, nel loro strutturarsi ed agire, con il peso ed la distribuzione delle ricchezze che si delineano sugli altri piani.
Ridurre le risorse economiche che lo Stato mette a disposizione di scuola, università e ricerca, ridurre la quantità e qualità dell’offerta, relegare l’obbligo ad una scelta individuale anziché ad una responsabilità collettiva, portare indietro l’orologio della storia separando nettamente i “destinati” allo studio ed i “destinati” ad un rapido accesso al mercato del lavoro rappresentano atti coerenti con una strategia che affida al mercato la regolazione dei diritti delle persone.
Per noi affermare la necessità di un impegno chiaro per abrogare queste norme non significa però aver esaurito il nostro compito. Infatti, la nostra determinazione verso questo obiettivo è pari alla convinzione che scuola, università e ricerca, così come sono oggi, non siano all’altezza delle sfide, presentino zone di grande crisi, limiti profondi e che debbano essere ripensate seriamente.
Ciò che esiste è molto meglio di ciò che intende attuare il Ministro Moratti con i suoi provvedimenti, non abbiamo dubbi. Ma ciò che esiste non è adeguato ad affrontare una situazione nella quale gli apparati sono chiamati a ripensarsi profondamente.
Insomma, le ragioni del cambiamento non sono venute meno, anzi oggi esse hanno molte più ragioni di alcuni anni fa.
D’altronde è proprio cambiato tutto il contesto di riferimento. Questi settori non sono più da tempo il luogo principale di diffusione del sapere e delle conoscenze.
Si allunga la vita delle persone ed è in crisi la tradizionale tripartizione dei periodi fra studio, lavoro e pensione.
Il rapido cambiamento della produzione, così come gli effetti delle trasformazioni nella comunicazione, impongono una formazione continua pena l’obsolescenza delle conoscenze in conseguenza delle rapidissime innovazioni.
I livelli culturali medi si alzano, ma contemporaneamente le divaricazioni nella società aumentano di molto.
Insomma, per non continuare oltre l’elencazione, è proprio cambiato tutto il quadro nel quale si sono consolidati o sono cresciuti i nostri sistemi scolastici ed universitari.


Un pensiero nuovo dietro una vera riforma

In questo contesto anche il modo stesso di pensare le riforme cambia. Come? E’ complesso dirlo in modo preciso e soddisfacente, ne vanno ricercati i tratti insieme in una discussione che deve coinvolgere tanti soggetti. Metodo vuoto ed astratto? Penso esattamente il contrario. Se c’è stato un limite pesante della precedente esperienza di Governo esso risiede nel fatto che la politica ha comunicato le scelte, non le ha confrontate e discusse nel suo formarsi con i lavoratori e la società. Ciò ha prodotto estraneità o indifferenza in larghe parti del Paese. Così non va bene e, in un quadro di possibile cambiamento della maggioranza di Governo alle prossime elezioni politiche, i primi 100 giorni saranno decisivi per capire l’orientamento che si metterà concretamente in campo e gli elementi di discontinuità che si introdurranno.
Per questo abbiamo scelto di misurarci con le scelte strategiche, di presentare le nostre proposte e di discuterne a lungo e a fondo. Concluderemo questa fase con la Conferenza di Programma del 10 e 11 marzo ma fin da ora non consideriamo chiusa la necessità di approfondire ulteriormente punti rilevanti.
Occorre un pensiero nuovo, questo intendono dire con chiarezza i nove punti programmatici che abbiamo presentato alla riflessione e alla discussione collettiva.
Bisogna ripartire dai valori, dalle scelte di fondo altrimenti si assecondano inevitabilmente processi -purtroppo diffusi su scala planetaria - che vanno verso una distribuzione fortemente diseguale ed ingiusta delle risorse, intese nel senso più ampio del termine.
Bisogna investire sui corpi intermedi, bisogna investire sulla società, sul territorio. Il valore del riconoscimento, nella Costituzione, dell’autonomia scolastica sta in questo e a questo parla. Ovvero nell’attribuire a comunità responsabili la possibilità di ricercare i percorsi per attuare le finalità individuate dal Parlamento. Principi e non rigide sequenze di norme, responsabilità e non esecuzione di decisioni assunte altrove. In questo senso, allora, è possibile una legge di pochi principi e l’affidamento a scuole, università ed enti di ricerca del compito di darne attuazione.

Il lavoro docente e la sua forza

Restiamo convinti che il nodo centrale sia rappresentato dal che cosa si insegna, come si insegna e a chi si insegna. A questo blocco di questioni si legano i temi della valutazione/verifica.
Sul primo punto, che è stato da tempo tradizionalmente un compito dell’associazionismo professionale, è importante che alcune cose vengano dette anche da un sindacato. Insomma il problema di quali sono i saperi comuni da garantire a tutti fino alla fine dell’obbligo scolastico va affrontato: altrimenti inseguiremo sempre alchimie di ore e composizioni destinate a scontentare un po’ tutti. Analogamente, una verifica attenta del 3+2, per quanto riguarda l’università, deve essere compiuta a partire dal nostro punto di vista e dalle prerogative della nostra rappresentanza.
A questo tema si intreccia quello relativo al lavoro docente e alla professionalità di chi insegna. Occorre aggiornare una riflessione specifica sui docenti ed i temi sono noti.
Mi riferisco alla formazione in ingresso e alla formazione continua (bisogna costruire un vero sistema di formazione, siamo l’unico paese in Europa che non prevede strutturalmente la formazione per i propri insegnanti).
Ma bisogna affrontare il nodo degli aiuti per chi insegna nei primi anni, individuare le funzioni di cui si ha bisogno; soprattutto orientatori e competenze di accompagnamento nella secondaria (nei primi anni e nel raccordo con l’università o il mondo del lavoro).
Infine il grande tema della progressione di carriera e della mobilità professionale.
Sullo sfondo si colloca l’onda lunga del forte turn-over che svuoterà le aule delle scuole e delle università nei prossimi anni mentre la precarizzazione sta mordendo con forza la carne della professione. Noi pensiamo che si debba la massima centralità ai comparti della conoscenza, ma questa scelta deve essere accompagnata da un deciso investimento sui lavoratori della conoscenza e sulla loro retribuzioni.
In una fase di enormi cambiamenti la capacità di tenere dritta la barra è un mestiere che costa molto, che implica una capacità professionale ed una responsabilità molto elevata. Ebbene questo fatto deve essere riconosciuto, non solo indicato, in modo preciso.
Ma quest’ultima è una riflessione che apriremo in modo molto capillare non appena concluso questo primo confronto sui nove punti del nostro programma avviato ormai 6 mesi fa. Non abbiamo dubbi che definire un programma per scuola, università e ricerca significhi anche confrontarsi, e trovare risposte coerenti, con le grandi domande relative al ruolo di una professione antica e modernissima quale quella dell’insegnare. E, conseguentemente, sul peso che i Governi devono attribuire a questa professione con scelte, anche di carattere retributivo, coerenti con le affermazioni.
Portare fino in fondo questa discussione è il modo migliore per continuare una opposizione netta a provvedimenti che consideriamo, nel merito, iniqui e sbagliati, e per dare una prospettiva forte ad un movimento, del quale noi siamo stati parte fondamentale, che si oppone a Berlusconi e alla Moratti in nome di un valore straordinariamente moderno: la conoscenza è un “bene comune”, per ciò indisponibile a qualsiasi tentativo di riduzione o di privatizzazione.

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