Il complesso rapporto insegnamento/apprendimento
Essere alunno oggi
Alberto Alberti

La scoperta del bambino, essere autonomo, e la nascita della scuola moderna. La dialettica “semplice” adulto/bambino; il rovesciamento del rapporto insegnamento / apprendimento; il nuovo concetto di “alunno”

Sulla sovracoperta del libro Padri e figli di Philippe Ariès, l’editore Laterza ha riprodotto un particolare della “Famiglia Gonzaga” di Andrea Mantegna: una figurina di piccole dimensioni che tiene la mano di una donna. Colpiscono i tratti del volto e l’atteggiamento: tratti da adulto maturo, atteggiamento severo e composto.
Mantegna dipinge il Palazzo nella seconda metà del Quattrocento ma evidentemente ripete moduli figurativi dei secoli passati, quando i pittori non sapevano immaginare, per i piccoli, tratti fisiognomici, vestiti e atteggiamenti diversi da quelli degli adulti. Cambiavano solo le dimensioni, altezze e superfici, per il resto i figli avevano gli stessi visi e le medesime fogge dei vestiti che avevano i padri, le figlie erano una copia ridotta delle madri. In certi dipinti perfino Gesù nella culla ha le sembianze di un adulto, semplicemente rimpicciolite.
Più verosimilmente, i pittori, chiamati a ritrarre i volti di una famiglia reale, di un piccolo principe, di un nobile o addirittura del Figlio di Dio, intendevano rendere la dignità dei personaggi attribuendo loro atteggiamenti sostenuti e aulici, e fisionomie da adulti. Non si riconosceva dignità nei tratti infantili1. Anzi, non si riconosceva neanche il “bambino” in quanto tale, come lo intendiamo oggi.
Come si sa, in Europa l’idea di bambino si è venuta costruendo in un lungo arco di tempo, per il concorso di fattori economici e sociali prima che culturali e pedagogici. Per secoli, si disse “bambino” ma in verità si pensava a un uomo “piccolo”, e basta. Bisogna attendere Comenio, Rousseau e, soprattutto, il secolo dei lumi, perché il bambino cessi di essere considerato semplicemente un uomo “incompiuto”, e assuma una propria identità autonoma e una sua precisa rilevanza sociale e pedagogica.
La scuola moderna nasce proprio in parallelo a questo processo di autonomia. E con essa nasce l’alunno. Fin quando il bambino ha lo stesso statuto ideale dell’adulto, per la sua educazione e istruzione non è strettamente necessario che egli sia anche “alunno”, cioè un soggetto titolare di uno status specifico il cui contenuto è l’apprendimento per l’apprendimento2, attraverso un processo formalizzato in una struttura specializzata, la scuola. Gli è sufficiente il vivere comune, insieme ad altri, in famiglia e sul lavoro, per appropriarsi delle poche tecniche sociali necessarie a svolgere le funzioni che gli sono destinate nel mondo che lo circonda3. La scuola, come la conosciamo oggi, è un costrutto storico relativamente recente (un paio di secoli, al massimo, nei paesi cattolici; qualcosa di più in quelli protestanti) che trova il suo fondamento e la sua legittimazione nel riconoscimento della soggettività e autonomia del bambino. è la garanzia sociale e giuridica del fatto che il bambino non è più copia incompiuta o ridotta dell’adulto, ma ha un suo status che lo qualifica come “alunno”4.


Adulti si diventa

Ci interessa qui sottolineare che quel processo di conquista di autonomia, dal ’300 al secolo dei lumi, si è sempre collocato lungo un tragitto di tipo lineare teso tra i due poli, l’adulto e il bambino. L’autonomia non è separatezza né estraneità: è piuttosto tensione dialettica e legittimazione reciproca. L’adulto, nel riconoscere la soggettività del bambino, ne sente tuttavia la contiguità, come il bambino/alunno, nel definirsi in maniera diversa dell’adulto, sa tuttavia che questa differenza deve progressivamente scomparire. Il percorso può in certi momenti apparire aggrovigliato, ma la direzione complessiva è univoca e, tutto sommato, “semplice”.
Il terreno in cui si svolge questa tensione dialettica, che scommette congiuntamente sulla differenza e sulla contiguità, è quello proprio della scuola, dove agiscono e tendono a comporsi, da una parte, gli statuti culturali vigenti in un determinato momento storico sociale (il mondo dell’adulto, come sapere, oggetto del conoscere) e, dall’altra, le istanze sempre rinnovate del soggetto in evoluzione (il mondo del bambino, come psicologia, attività e modo di pensare). Sia nella scuola di tipo tradizionale o classica, dove l’azione va dall’alto verso il basso (è l’adulto che definisce un pacchetto di oggetti mentali da trasmettere: discipline, programmi, ecc.) sia in quella attiva, o romantica5, dove si dà massimo risalto alle energie del soggetto che apprende attraverso la ricerca e l’elaborazione personale della conoscenza, le linee di forza si dispongono sempre in un campo delimitato e controllabile, quello della cultura codificata degli adulti (le discipline, per intenderci), e procedono come vettori a direzione lineare, univoca e senza alternative, in questo senso, “semplice”. L’adulto, di qua, e il bambino, di là, sono legati da un unico filo, si muovono su un terreno comune, chiaramente individuato. Hanno un destino comune. Di conseguenza gli insegnanti, e tutte le forze che agiscono sulla formazione dell’alunno, hanno una sola via lungo la quale esprimere il massimo dell’efficienza6. A questo punto, la definizione di alunno che ho dato prima può essere migliorata. Resta la titolarità di uno status il cui contenuto è l’apprendimento, restano il processo formalizzato e la struttura specializzata, la scuola. Solo che quell’apprendimento, quel processo e la specializzazione si costruiscono e si fissano intorno a un oggetto chiaramente definito e riconosciuto univocamente come valido e importante: il sapere degli adulti. L’alunno studia per impossessarsene perché così può diventare simile al proprio padre (secondo tappe e progressioni ben individuate7). Avverte e apprezza, come una specie di super-ego, il mondo delle conoscenze che possiede l’adulto e al cui possesso egli aspira.
In questo paradigma socioculturale e pedagogico a cui eravamo abituati ma anche affezionati, da qualche anno in Italia (qualche decennio altrove) si sono inseriti elementi che ne minano la sussistenza.
Nel modello di sviluppo economico e sociale contemporaneo - caratterizzato, all’inizio, dal modo di produzione urbano industriale che portò al superamento della famiglia patriarcale, ricca di figure di mediazione fra padri e figli; e, oggi, dalla presenza massiccia di tecnologia informatica e digitale, l’elaborazione dell’informazione, la trasformazione dei modi di produzione e dei modelli organizzativi classici, la nascita di nuove professionalità, e così via, - si fanno strada fenomeni che incidono in maniera significativa in quella che ho chiamato dialettica lineare “semplice” adulto/bambino, provocando una rottura o almeno incrinando il continuum che legava indissolubilmente i due poli.


Le competenze dei piccoli

Il mercato si insinua in questa frattura e l’esaspera. Ogni classe d’età costituisce uno specifico segmento di target, a cui si rivolge in maniera differenziata l’offerta di cibi, vestiti, giocattoli, libri, tempo libero, divertimenti e così via. Non c’è più un gioco che l’adulto possa fare insieme al bambino, in tavola vengono piatti diversi, i vestiti non passano da fratello a fratello. Le griffe, i logo, i marchi, la composizione dei colori marcano campi separati. Fra mercato e arte, hanno avuto uno sviluppo rilevante alcune forme culturali tipicamente giovanili, che si diffondono per linee orizzontali, da gruppo a gruppo, e non da generazione in generazione. Penso in particolare alla musica giovanile in tutte le sue manifestazioni. Ma anche alle varie tecnologie informatiche utilizzate da ragazzi e adolescenti in quantità e modi assolutamente ignorati dagli adulti. Si può anzi dire che la musica o il digitale non solo dividono i figli dai padri, ma addirittura rovesciano il rapporto di insegnamento/apprendimento. In questi campi, sono spesso i giovani a insegnare agli adulti.
Si aggiunga che anche i piani orizzontali dello spazio si complicano, intrecciandosi fra loro. Le comunicazioni di massa, prima ancora degli spostamenti fisici della popolazione (immigrazione) mettono in contatto mondi diversi. La mondializzazione delle esperienze e il “brodo tecnologico” esaltano i rapporti orizzontali a danno di quel rapporto lineare e “semplice” di cui ho parlato. Reti e ondate di comunicazioni, tirate da più parti e ancorate a boe mobili e mutabili, attraversano il mondo infantile. Gli antichi punti fermi non sono più validi.
La situazione attuale del rapporto adulto/bambino sotto il profilo culturale può essere icasticamente rappresentata dalla famosa battuta: “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei sa che faccio il pianista in un bordello”. L’adulto (mamma) non riesce nemmeno a immaginare la valenza culturale ed economica di un’attività che pure ha oggi un posto strategico nel mondo della comunicazione e del mercato. Uno spirito “creativo” o un irregolare, agli occhi dell’adulto benpensante, può anche “deviare” dall’antica solida catena delle arti e dei mestieri, ma restando sempre all’interno di confini validati dalla tradizione (anche se con segno negativo, come l’attività di pianista in una casa di tolleranza). La “deviazione” verso settori nuovi non viene, non dico apprezzata, ma nemmeno riconosciuta. A sua volta, il giovane, rendendosi conto del salto generazionale, rinuncia perfino a tentare di chiarire la situazione: “non dite nulla a mia madre”. Si è perduto completamente l’effetto di reciproca legittimazione che nella nostra tradizione caratterizzava il rapporto adulto/bambino, ovvero professore/alunno ovvero sapere/non sapere.
Se c’è una possibilità di recuperare forme di contatto valoriali, questa non si dà più per linee verticali, diacroniche. Occorre cercare nuove rappresentazioni geometriche in cui i percorsi appaiono fittamente intrecciati, frammentari, circolari, e collocati prevalentemente sul piano della sincronicità e della sfericità. Tutto è contemporaneamente in rapporto con il tutto. Sulla superficie sferica non c’è un prima o un dopo, un punto di partenza e uno d’arrivo. Non c’è un “sapere” da una parte e un “non sapere” dall’altra. Ci sono piuttosto tanti saperi diversamente presenti e ugualmente “legittimi” (legittimati dalla tradizione, dall’economia, dal nuovo mercato, ecc. ma anche saperi che si legittimano da sé stessi). Di conseguenza non c’è chi sa e chi non sa. Ognuno “sa” qualcosa e sa di “non sapere” altre cose. Ognuno può insegnare qualcosa e apprendere qualcosa. E lo può fare sempre e dappertutto.
Il luogo tradizionalmente deputato per questo scambio formativo, la scuola, non è più l’unico, né gode di quella posizione privilegiata che ne legittimava a priori la sua funzione. Deve giustificare concretamente e giorno dopo giorno la sua ragion d’essere.
In tale scenario, la definizione di alunno che ho data prima (“soggetto titolare di uno status specifico il cui contenuto è l’apprendimento del sapere degli adulti che si realizza attraverso un processo ben definito in una struttura specializzata, la scuola”) risulta inadeguata, almeno sotto tre aspetti:
1. l’oggetto (il sapere a cui si tende non è più solo quello degli adulti: quali forme di legittimazione reciproca sono necessarie?, come si possono integrare i due domini cognitivi? ecc.);
2. il processo (l’organizzazione formale dei percorsi scolastici non è sempre la più efficace: ci possono essere nuove modalità di “fare scuola”? e come funzionano i saperi informalmente presenti nel contesto socio ambientale?);
3. la struttura specializzata (la scuola non ha più una posizione di privilegio: ma come stabilire i rapporti di dare e avere con la cultura del mondo circostante?).
Si tratta di tre piste di riflessione lungo le quali si potrà definire il profilo dell’alunno, oggi. Il riferimento alla condizione di vita dei bambini, al mondo colorato che ci circonda, al fatto che viviamo fianco a fianco con popoli diversi (in contatto virtuale o fisico) e che incrociamo quotidianamente culture fondate su valori estranei alla nostra tradizione, insomma a tutti i fenomeni sociali e culturali con cui dobbiamo confrontarci, vanno ricondotti a quei tre filoni di discorso. O per dir meglio: il concetto di “alunno” oggi comporta necessariamente una rivisitazione dell’oggetto dell’apprendere, dell’organizzazione del curricolo formale (e informale) nonché della struttura, privilegiata o no, in cui si apprende.


Note

1 La sovrapposizione dell’idea di “piccolo” uomo a quella di bambino è documentata anche da altre fonti. Cfr. P. Ariès, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Laterza, Bari, 1999.
2 L’apprendimento scolastico non è finalizzato a un uso immediato delle conoscenze acquisite, come avviene invece in famiglia, nei campi o nel laboratorio artigianale.
3 Che una piccola minoranza di individui trasmetta conoscenze e saper fare in forme specialistiche (precettore privato, collegi, seminari vescovili) non contraddice il quadro sociale complessivo. L’educazione familiare o religiosa non è la scuola e i rampolli della nobiltà o della borghesia che ne usufruiscono non sono alunni, ma “allievi”, “pupilli”, seminaristi. In ogni caso, si tratta di categorie sociali che utilizzano la cultura a fini particolari (la religione) o come strumento di potere sia nell’organizzazione politica dello Stato che in professioni idonee a mantenere il controllo sociale (dal medico al giudice, al notaio).
4 Si segna così una grande linea di demarcazione: da una parte l’educazione scolastica (pubblica, massimamente) centrata sull’alunno come soggetto che ha precipue e individuali esigenze evolutive, anche a prescindere dal contesto parentale; dall’altra l’educazione familiare e la famiglia che offrono altri orizzonti di formazione, connessi a scelte ideali e pratiche del gruppo adulto o al contesto sociale di appartenenza (educazione in gran parte indifferente alla distinzione adulti/bambini, in quanto l’idea di famiglia ingloba il bambino e nega la sua autonomia formativa).
5 Classica e romantica, nel senso che Lawton dà a questi termini: D. Lawton, Programmi di studio ed evoluzione sociale, Armando, Roma, 1976, p. 31.
6 In questo scenario trova ancora modo di manifestarsi lungo la stessa linea “padre-figlio” l’antica ingiustizia della divisione sociale del sapere. Mi riferisco alla natura strumentale e privilegiata che aveva in passato il possesso della conoscenza da parte di categorie socialmente forti e/o dominanti (diciamo pure, la natura classista della conoscenza). La perpetuazione di alcune situazioni professionali nella medesima famiglia sta lì a dimostrarlo. Non c’è alcuna legge formale che lo sancisce, ma ancora oggi che il figlio del dottore ha 500 possibilità in più del figlio dell’operaio di diventare dottore.
7 Nei secoli, prima che i gradi del sistema scolastico, le tappe e le progressioni sono segnate dalle figure intermedie di riferimento e di intermediazione: i fratelli maggiori, i cugini, gli zii e le altre persone di varia età presenti nella famiglia patriarcale.

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