Sui luoghi della memoria
Una visita scolastica ad Auschwitz per il Giorno della Memoria
Dario Ricci


In treno da Firenze ad Auschwitz, per ricordare il dovere della memoria e, simbolicamente, rovesciare il significato del viaggio della morte verso quello che Primo Levi definì come “il buco nero” dell'umanità, in un viaggio della vita, della memoria, della speranza. A compiere questo pellegrinaggio circa 1200 studenti provenienti da 88 scuole superiori di tutta la Toscana: dal 25 al 30 gennaio hanno visitato i luoghi dello sterminio nazista in occasione del 60esimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz. Dario Ricci, giornalista di Radio24-IlSole24Ore che ha seguito il viaggio dei due “Treni della Memoria 2005”, ci racconta quest'esperienza attraverso alcune pagine del diario scritto durante il viaggio


25 gennaio 2005 - ore 11.20
stazione di Santa Maria Novella Firenze

“Lo ammetto: ho paura. So che abbiamo letto molto, abbiamo fatto molti incontri e ascoltato tante testimonianze, ma so anche che quello che vedremo sarà molto più forte, e diverso, perché vedere quel posto è diverso da leggerne o farselo raccontare”. Giulia ha 18 anni e due occhi neri che sono una porta spalancata sull'anima. A meno di un'ora dalla partenza verso la Polonia, è lei a dirti in faccia, a voce bassa ma ferma, quello che ancora non eri riuscito a riconoscere a te stesso. Io, che mi aggiro tra professori e studenti con il mio microfono per raccogliere interviste e tanto lavoro da fare, e lei, giovane studentessa del “Capponi” di Firenze, abbiamo in comune la stessa paura: perché i nostri treni arriveranno, fra 20 ore, ad Auschwitz. Altri treni sono stati inghiottiti laggiù 60 anni fa, con il loro carico di vittime innocenti. Fra poco anche noi guarderemo negli occhi Medusa


25 gennaio 2005 - ore 17 - Treviso

“E' la prima volta che torniamo a Birkenau d'inverno. Siamo preoccupate: vedere il campo con la neve, il freddo, il gelo, così come è ancora vivo nella nostra memoria, sarà un colpo allo stomaco e un tuffo al cuore…”. Mentre il treno macina chilometri, Andra e Tatiana Bucci, ti confessano il loro timore più grande. Sorelle, avevano 4 e 6 anni quando vennero deportate a Birkenau, nella baracca destinata ai bambini, risparmiati per essere utilizzati come cavie da Mengele: 76.483 e 76.484 i loro numeri di prigionia. Sopravvissute miracolosamente allo sterminio, hanno deciso di accompagnare gli studenti in questo viaggio della memoria. “Oggi torniamo qui - sottolineano insieme - per la speranza che abbiamo nei giovani, e perché, da allora, testimoniare è la nostra missione”


26 gennaio 2005 - ore 10
stazione di Oswiecim (Auschwitz)

Se ci arrivi in treno, ti convinci che Auschwitz non avrebbe potuto trovarsi, forse, in nessun altro posto del mondo. Il convoglio ha attraversato sbuffando Austria, Repubblica Ceca e il confine polacco senza trovare ostacoli, solcando nel viaggio verso le colonne d'Ercole dell'umanità un immenso mare di neve. Poi, dopo averla quasi rimossa per tante ore dalla mente, quella parola ti appare come un lampo davanti agli occhi, prende forma in un'anonima insegna di un'altrettanto anonima stazione ferroviaria: Oswiecim. Auschwitz. Nevica. Bisogna andare.


26 gennaio 2005 - ore 11.30
campo di Auschwitz I

Ora capisco perché tornare ad Auschwitz d'inverno fa paura anche a chi è sopravvissuto. Perché con le caviglie che sprofondano nella neve e il freddo che ti fa battere i denti Auschwitz mostra i suo volto più cupo e tragico. Cammini con passo incerto sotto il cancello d'ingresso, e quasi pieghi la testa sotto il peso dell'”Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”, scritto a ferro battuto. Duecento metri a sinistra c'è il crematorio, dritto davanti a te, la piazza dell'Appello. Ad Auschwitz senti un coro di più di un milione di voci e, paradosso del dolore, riesci a sentirle una per una, implorarti di raccontare. Ad Auschwitz, mentre cade la neve, continui a chiederti perché. Da Auschwitz te ne vai senza risposte, ma con un dovere: non dimenticare.

27 gennaio 2005 - ore 17.20
palazzo dello sport - Cracovia

E' fuggito in tutta fretta dalle celebrazioni ufficiali della giornata della Memoria che si stanno svolgendo a Birkenau, Henrik Mandelbaum. Aveva un appuntamento speciale qui, Henrik, con i 1200 studenti arrivati dall'Italia e seduti sugli spalti di questa palestra piccola e dignitosa. Ha gli occhi grigi come il cielo polacco, Henrik, parla nel microfono con voce roca e appassionata: l'interprete quasi non riesce a stargli dietro. Parlerebbe per ore, Henrik, perché lui, ebreo polacco deportato ad Auschwitz, ha ancora negli occhi e nelle orecchie i volti e le voci di chi da Auschwitz non è più tornato. Gli ultimi sguardi. Le ultime parole. Era uno del Sonderkommando, Henrik Mandelbaum, uno dei pochissimi sopravvissuti di quelle “squadre speciali” che accompagnavano le vittime alle camere a gas,e i corpi al crematorio. Raccontare è la sua maledizione. Raccontare è la sua liberazione

30 gennaio 2005 - ore 18.40
stazione di Cracovia

“Ho visto i ragazzi attenti, pronti a mettersi in discussione, a capire, a interrogarsi. » un viaggio che gli rimarrà dentro”. Il professor Bianchini, del liceo “Pacini” di Pistoia, scherza con i suoi alunni, e intanto in una frase ti da il senso di questo viaggio nell'anima. Si torna indietro, verso l'Italia. Sai bene che chi da Auschwitz è sopravvissuto, dal lager di fatto non è mai uscito: continua a tornarci, in treno, ogni notte, oppure d'improvviso, ogni volta che la memoria s'imbatte in un suono, uno odore, uno sguardo, un ricordo. A noi, che abbiamo ascoltato e visto ciò che Auschwitz è oggi e ciò che è stato, spetta il dovere di ricordare.

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